Octave Mirbeau.
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LA BOTTE DI SIDRO.
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1920. Casa Editrice Sonzogno, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Pubblicata postuma nel 1919, La botte di sidro  una raccolta di ventitr racconti  dello scrittore francese Octave Mirbeau, pubblicati negli anni precedenti su varie riviste. Il titolo della raccolta riprende quello del primo racconto. 
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L'AUTORE.
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Octave Mirbeau (Trvires, 16 febbraio 1848  Parigi, 16 febbraio 1917),  stato un giornalista, scrittore, critico d'arte, saggista, drammaturgo e reporter di viaggio francese. Esponente dell'Impressionismo e dell'Espressionismo letterari, le sue opere sono state tradotte in trenta lingue. 
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Indice dei racconti.
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LA BOTTE DI SIDRO.
UN GENDARME.
PIDANAT.
IL MERCIAIUOLO AMBULANTE.
RABALAN.
LA BELLA ZOCCOLAIA.
RACCONTO POLINESIANO.
L'OTTUAGENARIA.
LA PRIMA EMOZIONE.
IL VITALIZIO.
ASPETTO DELLA FOLLA.
IL POLACCO.
IL SIGNOR QUARTO.
LE ANIME SEMPLICI.
PER INGRANDIRSI.
LE BOCCHE INUTILI.
DUE AMICI S'AMAVANO.
IL TAMBURO.
I DUE VIAGGIATORI.
ASPETTO DELLA FOLLA.
GIORNO DI VACANZA.
LE MEMORIE D'UN POVERO DIAVOLO.	
APPUNTI PER UN AVVOCATO.	
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Fine Indice.
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LA BOTTE DI SIDRO.
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Quando finimmo di far colazione, padron Lormeau, il nostro ospite, uno dei pi grossi affittaiuoli del Perche, ci invit a visitare la sua cantina.
Vedrete una cosa rara, curiosa, curiosissima! ci disse.
Ma curiosa sopratutto era quell'idea balzatagli in testa improvvisamente, dopo aver bevuto e in un giorno di apertura di caccia, nel quale tutti i minuti sono contati. Avremmo preferito ritornare a stanare le pernici e le lepri. Ma babbo Lormeau era cocciuto e in quel momento la sua cocciutaggine naturale era complicata da una leggera ubriachezza. Ad onta della nostra manifesta impazienza, egli insist, pretese e fu giocoforza contentarlo.
Non rimpiangerete di aver visto quel che vedrete! seguitava a ripetere il buon uomo, conducendoci in cantina... perch  una cosa assolutamente curiosa... Pernici e lepri ce n' sempre... Ma la selvaggina che vi mostrer io, nessuno, nel paese, n fuori, n altrove, pu vantarsi di averne una simile. Ah! no, perdio!
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La cantina ci parve simile a tutte le cantine. Era un vasto vano, scuro, freschissimo, in fondo al quale una ventina di grosse botti di sidro erano allineate simmetricamente sopra solidi zoccoli. In un angolo giaceva l'armatura d'una pressa smontata, in un altro erano allineati dei cerchioni nuovi e una quantit di vecchie doghe marcite, oltre delle grosse travi adatte a scaricare i fusti pieni e pesanti. Un acre odore di vinacce rancide esalava da per tutto.
Eccoci! esclam babbo Lormeau. Attenzione!
Ma a un tratto parve riprendersi e per qualche secondo si gratt la testa pensoso e perplesso.
Non faccio forse bene a farvi veder questa roba mormor perch non  certo una cosa naturale... Ma, infine, voi siete tutti amici,  vero? e tutti buoni ragazzi! Non ne andrete mica a parlare a dritta e a manca, no? Quando sarete usciti di qua, n visti, n conosciuti... Siamo intesi?
Ci aspettavamo una mistificazione, uno scherzo, come ne inventano i contadini quando son di buon umore.
Siamo intesi ripet l'affittaiuolo.
Uno di, noi lo assicur che poteva ben contare sulla nostra discrezione.
Allora, vi fo vedere una cosa curiosa! Non vi dico altro!
Si diresse verso ha botte di mezzo, la pi grossa e pi larga di tutte, sulla cui faccia tonda, era scarabocchiata col catrame una croce nera.
Sapete che cosa c' in questa botte? ci domand.
Sidro rispose qualcuno.
L'uomo alz le spalle.
Sidro? Certo, sidro. Ma sapete che cosa c' nel sidro?
Delle mele! gridammo in coro.
Delle mele? Certo, delle mele... Furbi, i signori!...
Su via, babbo Lormeau... diteci dunque cosa c' nel vostro sidro.
Il vecchio affittaiuolo ci squadr con un'occhiata obliqua e diffidente.
E se non, ve lo dicessi? fece ancora Direste che vi ho ingannati, andreste in collera...
Intanto il tempo passava, e dalla porta aperta della cantina ci arrivava il rumore lontano delle schioppettate...
Babbo Lormeau dissi io non sappiamo proprio quello che ci sia nel vostro sidro e bruciamo dal desiderio di saperlo, perch deve essere qualche cosa di molto singolare...
Singolare? Altro che singolare... Nessuno ha una cosa curiosa come quella! Bisognerebbe fare il giro del mondo per trovarne un'altra simile... Ah! se  curiosa! Perdio, s!...
Su via, babbo Lormeau, ditecelo, ditecelo presto!
Il vecchio riflett un momento, tentenn il capo...
S... ma intesi, eh?... Non ne riparlerete. Siamo come dal confessore?
S, babbo Lormeau.
Ebbene, ragazzi... in quella botte l... in quel sidro, c' un uomo!
Protestammo.
Vero com' vero Dio, in quella botte, in quel sidro c' un uomo alto e grosso, s, sicuro... un uomo, se un prussiano, con rispetto parlando, si possa dire un uomo come voi, come me, come tutti... E vi dir... sono ben sicuro che l dentro c' un uomo, perch sono io che ce l'ho messo, con la sua sciabola, col suo elmo, con le sue scarpe e tutto...  l... dentro... aspettate dunque...  l dentro, da... da...
Babbo Lormeau cont sulle dita:
Da diciassette anni! Saranno diciassette anni a novembre... Avvicinatevi... picchiate sulla botte. Non  cosa di tutti i giorni, bussare sopra una botte di sidro dove ci sia un uomo da diciassette anni!... Avvicinatevi...
E aggiunse sghignazzando:
Non si potr dire che non sia stato battezzato, quello l!... Avvicinatevi dunque!...
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Noi eravamo sbigottiti e affissavamo la botte, sembrandoci veder galleggiare sotto le sue pacifiche doghe, nel liquido giallo, brani di carne informi e molli che erano appartenuti una volta a un essere umano.
Babbo Lormeau torn accanto a noi. Ci parve che non fosse pi ubbriaco.
Nei giornali si dice che avremo ancora la guerra... disse.
E, indicando l'orribile botte:
E pure  una cosa triste, la guerra. Molto triste, s!... Ma, che cosa volete!... Ecco la storia di quel povero diavolo... Eravamo, si capisce, nel 1870... Nel paese non si erano ancor visti i Prussiani, ma sapevamo che non erano molto lontani... Un giorno, tuttavia, io vado a portare del concime nei campi... e intanto che scaricavo la corba, vedo venir di lontano un uomo, a cavallo, tutto vestito di bianco e che aveva sul capo qualche cosa che riluceva... Pensai: "Quell'uomo, certo,  un prussiano... senza dubbio, viene per ammazzarmi." In pochi salti di galoppo mi raggiunse... ferm il cavallo e balz a terra... Perbacco! Non aveva mica l'aria troppo truce per essere un prussiano... Ed ecco che mi borbotta un sacco di cose che non capivo per niente, s'intende... Tuttavia compresi che si era smarrito e che mi domandava la strada, mentre estraeva dai pantaloni una borsa e mi mostrava del denaro... Mi offriva certo di condurlo...
"Ascoltate, signori: io non sono un uomo cattivo e non farei male ad una mosca... ma ecco la collera che mi prende e mi monta alle orecchie... Fosse pei miei due ragazzi ch'erano partiti per la guerra e dai quali non avevo notizie, o fosse perch pensavo che i Prussiani sarebbero venuti a devastare i nostri campi, le nostre case... insomma, non so perch... afferro la forca a due mani, e con tutta la mia forza e tutta la mia rabbia l'accoppo... L'uomo cade... e io lo finisco affondandogli la mia forca nel petto... Sono strane... quelle cose! L per l, non mi fece pi impressione che se avessi infilata la forca nel letame... Non potevo lasciar quell'uomo nel campo, perch gli altri lo avrebbero trovato e, perbacco! ne andava della mia pelle, no? Il cavallo era, annitrendo, ripartito di galoppo... Caricai l'uomo nel corbello, ci misi del letame sopra e ritornai alla fattoria... Se ve lo dovessi dire... non mi sentivo troppo fiero! No... quell'uomo, quel prussiano, m'imbarazzava... Che cosa dovevo farne? Pensai, prima, di sotterrarlo... ma avevo inteso dire che i Prussiani frugano la terra intorno alle case per scoprirvi le provvigioni nascoste... E poi, diffidavo dei cani i quali fiutano i cadaveri e vanno, a grattar la terra sopra di essi... Veramente avevo un po' di rimorso, ora! Bisognava tuttavia che mi sbarazzassi di quel cadavere perch i Prussiani potevano sopraggiungere da un momento all'altro... Allora, ecco quel che feci: la notte mi alzai, trasportai il militare nella cantina... scelsi la mia pi grossa botte da sidro... ci misi l'uomo dentro, la ricollocai sullo zoccolo... e per l'imboccatura ci colai del sidro finch ne fu piena... E questo  tutto! Fu un lavoro, vi assicuro... e che lavoro... e una botte di sidro perduta! Ma che ci volete fare; quando bisogna, bisogna! Era tempo, del resto, perch i Prussiani vennero l'indomani e non si accorsero di nulla! Ecco! L'altro,  l dentro da allora... Non ho osato pi di levarlo.
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In quel momento il fattore apparve sulla porta della cantina.
Buon giorno, padron Lormeau e tutta la compagnia! disse.
Buongiorno, ragazzo mio!
Bella giornata, eh? padron Lormeau.
Ma calda, ragazzo mio!
S, molto calda, padron Lormeau.
Ti vuoi bere un sorso di sidro, ah? Ragazzo?
Perch no, padron Lormeau?
Ebbene, giovinotto, va a cercare in casa una trivella, e un bicchiere... Te ne far assaggiare uno come non ne hai bevuto mai. Va!
Cinque minuti dopo il fattore ritorn portando la trivella e il bicchiere. Lormeau si mise a forare la botte, il sidro ne spricci in un sottile rivoletto... e riemp il bicchiere.
Dopo di che, l'affittaiuolo tapp con uno zipolo il buco fatto nella botte.
Bevi, ragazzo disse al fattore tendendogli il bicchiere pieno fino all'orlo.  puro giulebbe.
Il fattore salut, sorrise, s'asciug le labbra col rovescio della manica.
Alla salute vostra, padron Lormeau, e della compagnia! disse. Ma aveva appena trangugiato un sorso che si ferm, aggrottando le ciglia con una smorfia.
Ebbene, che c' ragazzo? domand babbo Lormeau Non ti va?
Il fattore osserv un po' il sidro.
S,  del buono fece ...certo,  del buon sidro, ma... ma  curioso... ha un gusto... un gusto... odora quasimente come le mie scarpe... con rispetto parlando...
 UN GENDARME
Ero stato allevato al rispetto del gendarme e, posso dirlo, il gendarme fu la mia prima concezione della societ. Semplice, del resto, come tutte le cose belle, questa concezione gendarmesca e sociale. Da una parte, il ladro: dall'altra, il gendarme eroico e paterno che sotto il suo grande mantello ripara tutte le brave creature di questo mondo, e le difende con il suo gran sciabolone: perch a mio criterio, tutto era grande nel gendarme: l'arma, l'uomo e la missione. Non immaginavo niente di pi. Nato in un piccolo villaggio dei Guignols, io non ero stato pervertito dai dialoghi demoralizzanti, dai consigli rivoluzionari che le marionette domenicali insinuano nei ragazzi di Parigi. Se in collegio, pi tardi, stimolato dagli alti concetti che ai piccoli cervelli inculca l'assiduo studio del latino, io avessi dovuto allegorizzare la societ con un disegno sintetico a matita, l'avrei rappresentata non altrimenti che con un tempio greco, avente un gendarme alla base e un altro al vertice. Forse, mi sarebbe sembrato pure grandioso aggiungere, al di sopra di un paesaggio simbolico, nel cielo chiaro, il leggendario cappello raggiante sul mondo, come un sole. Ah! dov' la verginit delle impressioni d'infanzia?... Io serbai questa generosa illusione fino all'et di quattordici anni e fu proprio un gendarme che si incaric di togliermela: si chiamava Barjeot.
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Barjeot era un omone vigoroso, il cui muso brillava splendido, come se ogni mattina egli si fosse dato cura di lucidarlo come faceva della giberna. Infatti Barjeot non mancava di lucidarlo, il suo splendido muso, decorato d'un intreccio di venature, riccamente ornato di bollicine vivaci, turchine, gialle, violette e scarlatte; ma non col tripolo lo lustrava Barjeot, o col bianco di Spagna. Buon camerata, burlone, pronto sempre a bere un bicchiere d'acquavite e a pizzicare il mento d'una ragazza, egli s'era conquistato una vera popolarit nel paese. Questa popolarit proveniva a Barjeot soprattutto dal fatto che si ubbriacava regolarmente e quando era ubbriaco, non litigava mai n dava botte, come fanno tanti altri ubbriaconi che non san vivere. Anzi, egli allora era capace di spacciare le cose pi curiose e di compiere le pi divertenti e spiritose sciocchezze.
I monelli, i mariuoli che la notte vanno a rubar le pere nei verzieri e che la vista d'un gendarme basta a mettere in fuga, seguivano invece Barjeot per le strade; strillando e battendo le mani:
Oh! Barjeot!...  Barjeot!... Ecco Barjeot!...
Qualche volta anche gli attaccavano, dietro alla tunica, una lunga cordicella alla quale avevano legato un gatto morto o qualche altra cosa buffa e sudicia.
Oh! Barjeot!
Tutti accorrevano sull'uscio, ridendo, applaudendo, gridando in coro:
Oh! Barjeot!
Il prestigio della gendarmeria veniva ad essere certo diminuito da tutte le corbellerie di Barjeot, ma egli era cos poco gendarme e un cos buon diavolo che non ci si badava.
Oh! Barjeot!
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La gendarmeria era all'estremo del paese, in fondo a un vasto giardino, in piena campagna: un bel fabbricato quadrato, in mattoni rossi, con un tetto molto alto e coverto di musco. In mezzo alla facciata, sostenuta da un'asta sottile, la bandiera tricolore, una bandiera di latta, sbiadita dalla pioggia che, ad ogni colpo di vento, cigolava girando sull'asse rugginoso. Il giardino era diviso in cinque appezzamenti, ciascuno di essi appartenente a un gendarme. Naturalmente Luton, il brigadiere, si era serbato per s il migliore e il pi grande per diritto di superiorit e Barjeot, che s'infischiava della verdura, gli aveva ceduto per di pi anche il proprio. Donde risultava che Barjeot era notoriamente protetto da Luton e che Luton, oltre il suo consumo personale, poteva ancora vendere, per mezzo di sua moglie, cavoli, insalata e carote al mercato del luned.
Tutto il giorno, dopo il governo dei cavalli, i gendarmi col loro berretto bleu in testa e vestiti delle loro maglie di lana rossa, scerpavano erbe, piantavano, vangavano, annaffiavano, potavano i loro alberi. Spesso, d'estate, verso sera, prima del tramonto, il brigadiere Luton sotto un pergolato di viti e di convolvoli, ch'egli stesso si era costruito in un angolo del giardino, sbracato, sbuffante, le mani terrose, coltivava il proprio spirito leggendo romanzi di appendice, tragici racconti di delitti che gli imprestava il maestro, il quale li aveva dalla tabacchina, la quale, a sua volta, li aveva dall'esattore, che era un uomo molto al corrente della letteratura del suo tempo. Le settimane, i mesi, gli anni trascorrevano sempre nello stesso modo, tranne i giorni "di corrispondenza", quando bisognava montare a cavallo ed eseguire un simulacro di servizio. Frattanto i bracconieri cacciavano cervi e caprioli nei boschi, pernici e lepri nel piano: non avevano pi bisogno di nascondersi, ma cacciavano con lo schioppo, la tagliola, le panie, in barba ai gendarmi i quali avevano completamente abbandonata la bandoliera per la cesoia e la carabina per l'annaffiatoio. In quanto ai mariuoli notturni, purch non andassero a saccheggiare i frutti e le lattughe del brigadiere, tutto era loro permesso, di maniera che si davano alla pi pazza gioia.
Barjeot non si occupava di giardinaggio. Seminar patate e legar cicorie, non era affar suo. Egli aveva altre occupazioni, come si  visto pi sopra. Regolarmente, con puntualit militare, Barjeot si recava al paese, in piazza, dove innanzi al caff Bodin, avevano l'abitudine di riunirsi alcuni bevitori notevoli. Appena in lontananza spuntava il suo grugno eccitato e splendente, tutti alzavano le braccia, ridendo.
Ah!  Barjeot! Ebbene, diavolo d'un Barjeot, vieni a bere un bicchiere, eh?
E subito!
Si sedevano. Prima il vin bianco, poi il passito, quindi l'acquavite, qualche volta l'assenzio. Verso le dieci, Barjeot, ridiscendeva barcollando a zig e zag Via Grande e ritornava alla gendarmeria per far colazione.
Il brigadiere che sgranava i piselli, sua moglie che stendeva il bucato e gli altri tre gendarmi di cui uno intento a zappare, un altro a tagliar le spine della siepe e il terzo a strappar le scorzonere, in coro e con la faccia rallegrata, sclamavano:
Oh! Barjeot... ce l'hai con te il pennacchio?
Che diavolo d'un Barjeot!...
Ecco ora quello che accadde un giorno.
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A qualche chilometro dal paese, in una casa isolata, vicino al bosco di Daguenette, abitava un bracconiere conosciutissimo dai rivenditori e dai ricettatori, temutissimo dai galantuomini. Si raccontavano di lui sinistre istorie, assassinamenti di guardie, colpi di un'audacia stupefacente. Si chiamava Boulet-Milord. Perch Milord? Nessuno seppe mai la ragione di questo soprannome. Cos, a preferenza di Boulet, lo si chiamava Milord. Sembra che corressero fra Barjeot e Milord relazioni clandestine e cordiali. Spesso Barjeot, col pretesto di una perlustrazione, partiva la sera pel bosco di Daguenette e passava delle notti in compagnia di Milord a bere, a far chi sa che diavolo, giacch si sussurrava che la casa del bracconiere fosse frequentata dalle bellezze forestiere dei dintorni. Certo  che da quelle visite notturne Barjeot riportava spesse volte una lepre, un fagiano e tutta la gendarmeria ne godeva.
Una notte, Milord disse a Barjeot:
Perch non vieni all'appostamento con me?
E Barjeot rispose:
Alla posta?... Ma io son gendarme!
Tu, gendarme! sghignazzo Milord. Imbecille! se tu fossi gendarme, che saresti qui? Allora: vieni?
Barjeot tentenn la testa e si gratt il naso:
Alla posta!... Alla posta!... Bah!... E perch no!...
Ah! gran Barjeot del diavolo!
Partirono. La notte era chiara: la luna splendeva altissima nel cielo.
Milord e Barjeot s'internarono nel bosco, traversarono una piccola selva. Milord fiut l'aria come un cane da caccia. Una bella radura si stendeva davanti a loro, sulla quale si allungavano le ombre degli alberi.
Va be' disse Milord. Fermiamoci!...
E a Barjeot, ordin:
"Tu sdraiati dietro quest'albero. Apri bene gli occhi e guarda di non starnutare...
Barjeot non rispose. Si distese sulla brughiera umida, a disagio, inquieto per lo stormire del bosco. Lontano, una volpe in caccia, abbai.
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Da un quarto d'ora attendevano uno accanto all'altro, col fucile in pugno. Due conigli traversarono lentamente il prato.
Non tirare, disse Milord. Nient'altro che caprioli e cerve!
Ma ad un tratto, sul terreno, un'ombra si mosse, strisci, poi un uomo balz dritto, immenso nel chiarore lunare.
Ah! vi ci ho presi questa volta! Canaglie! grid l'uomo.
Nelle mani gli scintillava un'arma e una placca sul petto.
Barjeot spaventato s'era rizzato in un baleno e fuggiva, curvo, cercando ripararsi dietro i tronchi degli alberi.
Non scappare minacci l'uomo o tiro!
Ma Barjeot fuggiva sempre... Part un colpo e il gendarme sent come una frustata spezzargli il braccio sinistro che gli ricadde inerte lungo la coscia. Allora Barjeot riflett e si fece questo breve ragionamento:
Quest'uomo mi ha riconosciuto, certamente... Se non mi uccide con un secondo colpo, mi denuncer... Il Consiglio di Guerra... son perduto.
Si ferm.
Basta! grid. Non tirare! Mi arrendo!
E avvicinandosi al guardacaccia gli scaric il fucile in pieno petto.
L'uomo gir su se stesso, tese le braccia e si abbatte come un masso, sulla brughiera.
Milord si era rannicchiato sotto un ciuffo d'agrifoglio spesso come una muraglia. Adagio adagio, tir fuori la testa e con un fil di voce, chiese:
 la guardia della bandita, sai... L'hai ucciso bene, di'?...
Va a veder tu.
Io?
S, tu... Io ho paura... e poi son ferito: m'ha spezzato un braccio, quell'animale.
A quattro mani, come un lupo, Milord si trascin vicino al cadavere e si chin sopra...
 proprio morto... disse. Che ne facciamo?... Ah! gran Barjeot!...
E, per un istinto di ladro, dopo averlo tastato, frug nelle tasche della guardia.
Barjeot guardava perplesso Milord, impugnando con la destra il revolver.
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Di prim'ora, una carretta guidata da un contadino scendeva la strada maestra. Barjeot camminava dietro a quella, con l'uniforme macchiata di sangue aggrumato, sopra il quale s'erano appiccicate delle foglie morte, il braccio sinistro sospeso al collo con un fazzoletto a quadri. Nel fondo della carretta, sotto un copertone di tela impermeabile, si scorgevano le forme irrigidite di due cadaveri.
Le porte si schiudevano, frattanto: la gente, appena desta, usciva di casa, gli uomini in brache, le donne in camicia: i cani randagi si misero a seguire la funebre vettura, silenziosi, tetri...
Innanzi alla Gendarmeria scorsi una gran folla... mi avvicinai.
...Allora raccontava Barjeot ecco che accorro nella direzione del colpo di fucile... Bene!... E, che vedo?... Milord curvo sopra un cadavere intento a frugarlo!... "Arrenditi!" gli grido... Ma ecco Milord che afferra il fucile della guardia e mi prende di mira... Io lo affronto... Egli tira, mi fracassa il braccio sinistro... Bene!... "Arrenditi!" gli grido ancora; ma ecco che mi prende di mira un'altra volta!...Bene!... Allora non dico n tre, n quattro... io prendo il mio revolver e... pam!... Milord capitombola a gambe all'aria... e allora mi avvicino alla povera guardia... essa era ancor calda... ma s!... morto stecchito, il povero diavolo... La palla nel petto, in pieno cuore... Io ho il braccio spezzato... ma questo  niente!... Allora son andato a domandare una mano a padron Droetto...
Gran Barjeot!... sussurra qualcuno, sbalordito, tra la folla.
Ma non era pi il "gran Barjeot!" grido beffardo cacciato dai monelli che si divertivano con l'ubriacone; era un "gran Barjeot" grave, raccolto, profondo, era il grido di ammirazione che esaltava l'eroe.
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Tre mesi dopo Barjeot se ne andava in pensione... con la medaglia al valore.
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FINE.
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PIDANAT.
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Risalivo i Campi Elisi, quando, all'altezza di via La Botie, scorsi trotterellante o piuttosto ruzzolante davanti a me come una palla, una vecchietta tutta tonda, s grossa e che sbuffava cos forte che i rari passanti si soffermavano per guardarla con curiosit. Essa era vestita d'un abito di tela, chiaro e svolazzante: un cappello di paglia a cono, carico di nastri, coronava una parrucca rossa scarmigliata alle tempie in riccioli a spirale e bizzarri dal braccio le pendeva una specie di paniere da lavoro, ornato di nappe e di fiocchi rossi. La oltrepassai; la vecchietta gir il capo e mi esamin, un po' meravigliata.
Ma non m'inganno mica? grid avanzandosi e tendendomi la mano. Ma  il signor Enrico? Ecco un bell'incontro... Dopo quanto tempo! Ah! Proprio mi fa piacere rivedervi.
Siccome non rispondevo, cercando fra i miei ricordi chi fosse quella vecchia signora, essa mi chiese quasi timidamente:
Non mi riconoscete? Dite?...:La signora Pidanat... della via Oudinot... vi ricordate...
E, dopo una pausa, aggiunse:
Sono straordinariamente mutata, eh?
La signora Pidanat! La moglie del celebre pianista Pidanat! Possibile! La signora Pidanat, cos grossa, cos ordinaria, con quel paniere, con quell'aria equivoca di rigattiera! Rimasi annichilito. Tuttavia balbettai qualche scusa.
Oh! non fa nulla, non fa nulla, caro signor Enrico disse lei. Non siete voi il solo degli amici d'altri tempi a cui capita di non riconoscermi. Ma insomma, via, sono proprio contenta.
Non sapendo che cosa dirle le domandai della sua salute.
Non c' male, come vedete! mi rispose. Certo non mancano i piccoli fastidi, come per tutti. Ma, che ci volete fare? Certo avrete saputo della morte di mio marito... i giornali ne han parlato, e in che modo! Gi;  morto, saranno presto cinque anni... Ah! non sono stata sempre felice con lui!
E Carlo? domandai.
Carlo? mio figlio?... Ma, grazie... toh!  proprio, il caso di dire "nominato e visto!"
E la vecchia m'indic una elegante victoria che scendeva i Campi Elisi al trotto di due sauri. Riconobbi Carlo Pidanat seduto accanto a una donna dai capelli rossastri il cui abito eccentrico e il cappello sfrontato ne dichiaravano la classe sociale.
Oh! quanto a lui, il caro ragazzo disse la grossa signora seguendo, con gli occhi inteneriti la vettura ha fatto una magnifica riuscita.
 ammogliato?
Oh no! No, caro signor Enrico, ma... come se lo fosse. Graziosa eh... la piccola? Oh! vi assicuro che se la spassano, i cari figliuoli! E poi, sia detto fra noi, non sono i quattrini che facciano loro difetto.
Ero sempre pi sbalordito per ci che vedevo e per ci che sentivo. La vecchia continu:
Io abito con loro, in via Jouffroy.  pi comodo, capite, dal momento che son sola... Ma! Passo il tempo in chiacchiere e debbo invece portare una sua commissione a Margherita Closvougeot; e gi l'ora della passeggiata e potrei non trovarla pi in casa.
E la vecchia mi tese ancora la mano.
B! vediamo un po', quando verrete a pranzo da noi? Tutte le sere alle sette e mezzo si d in tavola, sapete? Carlo sar tanto contento di rivedervi.
Rincasai molto malinconico, con lo spirito sconvolto da quella figura tragica e inquietante apparsami dai pi melmosi, fondi della vita parigina. Mi rammentavo del tempo gi lontano in cui, tutte le settimane, si andava in una comitiva di allegri giovanotti, a desinare dalla signora Pidanat; mi ricordavo dell'accoglienza semplice e cordiale che ci aspettava e, con una profonda tristezza nel cuore, paragonavo la famiglia agiata e decente d'una volta con la famiglia d'oggi, in cui la signorina dai capelli rossi trascinava nel fango dei destini pervertiti la madre mezzana e il figlio infame.
La casa della via Jouffroy rassomigliava a qualunque altra casa di mondana. Velluto e poi velluto. Un profumo violento che, entrando, vi penetrava immediatamente nelle nari, sembrando sprigionarsi da tutte le tende, da tutte le portiere, da tutti i tappeti. Dal numero dei mobili pigiati, stipati nelle stanze e dai gingilli ingombranti i mobili, si sarebbe potuto dedurre il numero degli amanti che erano passati di l, gli amanti di un'ora, di una notte, di un anno.
I ninnoli parigini alla rinfusa con i pi bei gingilli giapponesi, cose rare e d'un'arte squisita, accanto a cose stupide e d'un gusto mediocre o deficente: tutto quanto di pi disparato, di pi sconnesso, di pi labile amano queste atroci esistenze, era l a costituire i minimi dettagli dell'arredamento.
Non conosco niente di pi triste di questi appartamenti che chiudono tanta irrimediabile bestialit e dei quali ogni mobile vi racconta una menzogna, una impudicizia, un tradimento; dove sopra un cristallo si specchia l'agonia d'una fortuna, sopra un armadio, le tracce di una lacrima ancor calda, sopra un lampadario una goccia ancora rossa di sangue.
Ah! Eccovi finalmente! esclam la signora Pidanat al mio apparire. Ci restate a pranzo, vero, caro signor Enrico? Ma bravo!
Rifiutai l'invito.
Carlo non ne sar contento, non non ne sar contento affatto... Basta: sar per un'altra volta, vero?... Guardate l'arredamento?... Bello, eh? Ah! la piccina ha del gusto! E poi, ne riceve molti di regali.
Dopo un certo silenzio:
Francamente, vi deve molto maravigliare di vedermi qui disse, improvvisamente vergognosa, giocherellando con aria imbarazzata con le frange della poltrona. Ma che volete! Non sempre, nella vita, si fa quello che si vorrebbe... Appunto, bisogna che vi dica...
La vecchia si gir, si rigir sulla poltrona e con aria grave, la voce leggermente commossa, raccont:
Alla morte di mio marito, mi trovai rovinata. Avevamo pagati molti debiti di Carlo; poi mio marito si era lanciato in imprese teatrali dove le nostre economie furono divorate completamente. Capirete che Pidanat, assorbito dalla sua arte, il capo sempre nelle nuvole, non si occupava n di Carlo, n di me, n degli affari e, poich egli, era estremamente ingenuo, tutti l'ingannavano e lo gabbavano. Figuratevi la mia posizione! Liquidati i miei affari, venduti i mobili, non mi rest nulla, nulla... Non un soldo. Come vivere, una donna sola? Impossibile contare su Carlo che aveva tentato tutti i mestieri, borsa, giornalismo, amministrazione e non era riuscito in nessuno... Ah! Ne ho vista della miseria, vi assicuro!...
Intanto che la vecchia parlava io ne osservavo il faccione largo, pallido e floscio, la pappagorgia che le ricadeva sul petto enorme. Sopratutto la sua mano attirava la mia attenzione: una mano corta e grassa, solcata di fossettine profonde, le dita della quale sembravano di cauchouc; una zampa ripugnante di bestia vischiosa che sembrava fatta apposta per palpare delle cose sozze.
La Pidanat, malgrado la sua momentanea emozione, aveva tale un'espressione di vizio incosciente e di vergogna accettata, che il disgusto mi si tramutava in nausea invincibile salendomi dal cuore alle labbra. Essa continu:
Vi ricordate, caro signor Enrico, che le mie mani erano assai industri, e avete anche visto i miei piccoli lavori di tappezzeria, di ricamo, dei quali avevo ornato il nostro appartamento di via Oudinot! Decisi di mettere a profitto la mia capacit e, grazie a delle caritatevoli raccomandazioni, collocai presto e un po' da per tutto i miei lavori. La mia clientela si estese... Ah! perbacco! Che cosa volete, quando il bisogno comanda non si pu far troppo i difficili nella scelta dei clienti... Soprattutto ebbi molto successo fra quelle signorine che, debbo riconoscerlo, pagavano bene e senza mercanteggiare. Nei primi tempi avevo vergogna di dovermi recar da loro... ma, andate l, che ci si abitua anche a questo, come al resto! In fondo, quelle signorine erano amabilissime: zia Pidanat di qua, zia Pidanat di l, tutte mi chiamavano "zia Piedanat".
"Mi si invitava spesso a colazione e, spesso, si passava il nostro pomeriggio a centellinare bicchierini di chartreuse, col gomito sulla tavola, oppure, a giocare lunghe partite a bazzica o a far dei solitar. Esse mi raccontavano anche le loro storie, le loro noie.
"Frattanto rendevo loro molti servizi segreti che mi erano pagati lautamente in danaro e in tutte le maniere, giacch non passava mai settimana che da queste signore io non riportassi sempre qualche cosa: una veste, delle camicie, un cappello, insomma di che vestirmi e cambiarmi, e sciccamente; vi assicuro!...
Ma, sognavo, forse? Lo stupore mi chiudeva la bocca, mi inchiodava sulla seggiola. Mi sembrava di essere diventato giuoco di un'allucinazione. Zia Pidanat, Carlo, la donna dai capelli rossi, la vittoria e tutto quel velluto, tutti quei ninnoli, tutti quei profumi, il pianista e i nostri pranzi d'una volta, tutto danzava nella mia povera testa, una tarantella sfrenata. La vecchia riprese:
Appunto in questo frattempo Carlo fece conoscenza con la piccina.  cos bello, il mio Carlo! La piccola ne divent pazza. Se sapeste quanto  gentile e buona con lui! Non lo potete immaginare, no! Essa pretese ch'egli andasse ad abitare con lei; nulla era troppo grazioso, nulla era troppo caro pel mio Carlo... Vi vorrei far vedere il suo gabinetto da toletta, semplicemente quello: tutto in argento, con la sua iniziale, e il dosso delle spazzole di tartaruga. E tanto altro, che so! Ah! cose da sbalordire, vi dico. Io sono venuta, capirete, ad abitare coi miei figliuoli. La piccola lo desiderava tanto, perch essa manca d'ordine, vedete. Oh! non le dispiaceva certo, di vedersi accanto una donna seria per tener la casa e per tante altre cose... Diamine! Voi capite bene, eh? Nella sua posizione, ce ne sono di trucchi... e d'impicci...
La Pidanat emise un lungo respiro, si soffi il naso e dondol la testa.
Ma tuttavia disse non  mica tutto roseo, e ne passo spesso di brutti momenti. Cos, appunto ieri sera, caro signor Enrico; pensate, verso la mezzanotte, ecco che sento delle urla, ma delle urla!... Era la piccina che gridava "Soccorso! All'assassino!". Essi hanno spesso delle liti fra loro, ma mai cos, mai... Mi alzo rabbrividita e vado ad ascoltare alla porta della loro stanza... Oh! terribile, caro signor Enrico, terribile! era come il trambusto d'una lotta rabbiosa: "Miserabile!"gridava Carlo. "Soccorso!", gridava l'altra, la piccina! E gi, ceffoni che volavano, pugni che cadevano e come un rantolo di donna che si strozzi! Dio mio! Erano per ammazzarsi?... Io restai l, moribonda di spavento, l'orecchio appiccicato al buco della serratura, per sentir meglio. Ma, presto, il rumore si calm: "Mi vuoi bene? Dimmi che mi vuoi bene!" esclamava la piccola; "S, s", rispondeva Carlo con la voce rauca. "Ah! schifoso!", "Ah! vigliacca!".
"E allora, furono baci e baci frenetici, selvaggi che risonarono scoppiettando sempre pi spessi, pi furibondi. Per pi di venti minuti, restai l immobile ascoltando... Ah! caro signor Enrico!"
Ci fu una pausa.
Affannata, gli occhi perduti in un sogno immondo, essa mormor con una voce quasi di donna che sviene:
Ah! a me non m' toccato mai questo!... Mai!
...
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...
FINE.
...
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...
IL MERCIAIUOLO AMBULANTE.
...
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...
E voi, Hurtaud? si domand d'ogni parte.
Udendo il proprio nome, Hurtaud sembr svegliarsi. Si sollev sul divano dove si era disteso, si stropicci gli occhi e guard gli amici con uno sguardo vago. Era un omaccione, corto e tozzo, stranissimo: aveva una pancia enorme che cascava in cuscinetti flosci su due cosce quasi magre, una faccia rosea e glabra, dei capelli verdastri che gli si appiccicavano alle tempie e che sul sommo del cranio si drizzavano sperdendosi nell'aria. I suoi occhi scialbi senza pupille somigliavano ad occhi abbozzati d'un ritratto ad acquarello e le mani flosce, gelatinose erano solcate di profonde fossette.
Ah, s! esclam Hurtaud, come se di qualche cosa si fosse rammentato tutto ad un tratto ora tocca a me a raccontare una storia... perfettamente...
Si alz in piedi, si pass la mano fra la scollatura del panciotto e il davanti della camicia che era gualcito e si assicur che il nodo della cravatta non si fosse sciupato.
Una bella farsa, va l! Una bellissima farsa, vi assicuro... Datemi un fiammifero.
Hurtaud accese un sigaro alla fiamma d'una candela che gli fu prta e si ributt a sedere pesantemente. Per qualche buon minuto gir e rigir il sigaro fra il pollice e l'indice davanti al suo occhio destro seguendo il sottile fil di fumo bluastro che ne saliva a spirale; poi cominci:
Un giorno, la figliola della mia fattoressa, Rosalia Rigard, una ragazza di sedici anni, fu violentata da un merciaiuolo girovago, che ebbe ad incontrarla nel mio bosco. La cosa fece nel paese un gran chiasso, perch la ragazza corse pericolo di vita, essendosi dibattuta disperatamente, e il merciaiuolo fu arrestato, tradotto alle Assise e condannato a cinque anni di reclusione. Per quanto tutti i giorni io m'incontrassi con Rosalia, non avevo mai pensato a considerarla come una donna e non ci volle meno di quel fatto perch mi accorgessi ch'essa era graziosa, molto graziosa, deliziosamente graziosa. Alta, la testa piccola, l'andatura lenta un po' reclinata, con un certo che di vago, di aereo... la si sarebbe detta un'anima. Sembrava fatta per scivolare deliziosamente in abito bianco e un ramo di giglio in mano, in certi paesaggi liturgici. In realt poi, mungeva le vacche, quell'anima, rimestava lo strame nel cortile, quel sogno.
"L'indomani del delitto io diventai perdutamente innamorato di Rosalia. Pensai immediatamente di farne la mia amante, ma dovetti urtare contro una resistenza testarda e gioviale che esasper e raddoppi la mia passione. Ad ogni tentativo di carezzarla, essa rispondeva con parole semplici che, nella sua bocca, o piuttosto nella mia immaginazione, assumevano la dolcezza d'una musica rara e squisita:
"Eh! l, padrone, state buono!
"Una mattina andai a trovarla nello stabbio ed essa mi respinse ridendo.
"State buono, padrone. Non sono mica une vacca da palparmi cos! State buono, via.
"Ma su, Rosalia le dissi sii ragionevole. Che cosa ti faccio di male? Ricordati del merciaiuolo nel bosco...
"Rosalia fu presa da un riso folle. La testa arrovesciata, premendosi le costole, rideva, rideva, rideva tanto che le vacche, stupite, volsero il muso verso di lei e si misero a mugghiare. E fra quel riso accanito, crescente, simile a una sveglia guastata, udii queste parole, rotte da getti sonori e da razzi fischianti:
"Il merciaiuolo! Ah! Ah! Quel diavolo d'un merciaiuolo! Ih! Ih!
"Le offrii danaro, un vestito nuovo, una vacca e una casetta. Ma non ne volle sapere.
"Dopo due mesi, comprendendo l'inutilit della mia corte, irritato, ossessionato dall'idea di possedere quella donna, la sposai. L'indomani stesso del mio matrimonio, io ero il pi disilluso degli uomini. La mia passione era caduta e, dileguandosi, l'immagine del merciaiuolo, che io associavo sempre a quella di Rosalia, disperse nello stesso tempo tutta la poesia di questo amore... S, signori, tutta la poesia... Un po' di cognac, per piacere.
Hurtaud bevve in un fiato il contenuto d'un bicchierino: riaccese il sigaro che s'era spento e continu con voce dolce:
Io non son buono... sono anche feroce, credo... Piccolo ancora, uccisi mia sorella nella maniera pi comica di questo mondo, vi giuro! Mia sorella era ghiottissima e un po' etica... Il medico l'aveva messa alla cura dell'olio di fegato di merluzzo, che era di moda allora; un cucchiaio da tavola tutte le mattine... che la disgustava molto, ma che le faceva assai bene... Un giorno, per divertirmi, andai in camera sua con la bottiglia dell'olio e una bomboniera piena di pastiglie di cioccolata. Ella prese il cucchiao d'olio facendo delle smorfie di nausea, come al solito.
"Inghiotti questo le dissi. E avrai una bella pastiglia... e anche quest'altro.
"A ogni cucchiaio le davo una pastiglia ed ella ingoiava la cucchiaiata d'olio per mangiar la pastiglia di cioccolata, cos che, cucchiaio e cucchiaio, pastiglia e pastiglia, essa bevve tutta la bottiglia dell'olio. Naturalmente ne ammal gravemente: ebbe il vomito, poi la febbre, poi le convulsioni... Finalmente mor... ah! ah! Ah!
Hurtaud ebbe una piccola risata dolce e lieve come un suono di flauto, una piccola risata che fece gonfiare e ondulare sulle cosce le pieghe del grosso ventre con un movimento di onda morente.
Ma lasciamo questi ricordi della prima infanzia prosegu e torniamo a Rosalia... Come potete immaginare, io mi pentii molto d'avere sposato quella contadina... E quello che mi meraviglia  ch'io non abbia mai tentato nulla contro di lei a quell'epoca. In fondo, debbo dirvi ch'essa m'era diventata molto indifferente e non mi infastidiva in nulla... La vedevo pochissimo, avendo preso l'abitudine di passare quasi tutto l'anno a Parigi... Non me ne allontanavo, se non per riscuotere le mie rendite e, in queste rare apparizioni che facevo alla fattoria, Rosalia continuava invariabilmente a chiamarmi "Padrone mio". Ecco tutto. Quattro anni passarono cos... Qualche volta mi accadde, ritrovandomi in presenza della strana e delicata bellezza di mia moglie, di tentar d'evocare l'immagine svanita del merciaiuolo. Invano. L'immagine era cancellata, irrimediabilmente; il fascino era sparito per sempre... Ho detto "per sempre"? S... Questo non fa nulla... Udite bene, vi prego, quel che segue... La mia propriet  a tre chilometri da Argentan, abbastanza lontana dalla strada e in piena campagna. Non ho altri vicini che la gente della fattoria, separata dal castello da un piccolo bosco di felci... ci che  molto comodo per molte ragioni. Qualche volta, quando arrivo, prevengo che mi si mandi una vettura a prendermi alla stazione; spesso non preavviso, non perch mi rincresca d'incomodare i miei cavalli e le mie persone di servizio, ma perch spesso la mattina alle dieci ignoro se non potr aver l'idea di partire a mezzogiorno. Del resto, porto sempre addosso una chiave della casa... Era un marted del mese di agosto, le undici di sera... or sono due anni. Avevo presa la scorciatoia che risparmia una met della distanza fra la stazione e la mia casa. Era una notte splendida, chiara, stellata. Mi ricordo che, nei campi, cantavano i grilli e che, molto lontano, sul margine del bosco, si sentiva il gufo suonare le ore notturne... Malgrado la mia obesit, camminavo allegramente, ben contento di sgrassare i miei polmoni a quell'aria limpida, a quell'aria lustrale delle belle notti d'estate. Quando arrivai dinanzi al castello, vidi che le finestre della mia camera erano illuminate... Questo mi stup, perch, a quell'ora tarda, tutti avrebbero dovuto dormire da un pezzo; e poi, perch la mia camera era illuminata? S, perch proprio la mia camera?... Sorpreso, andai a prendere una scala, l'appoggiai contro il muro, salii con molta precauzione ed ecco che ben distintamente scopersi, sul letto disfatto, le cui lenzuola erano cadute coprendo intorno il pavimento, sul mio letto, un uomo tutto nudo, e quell'uomo era il merciaiuolo, e una donna tutta nuda, e quella donna era Rosalia... Dovevano essere morti di stanchezza perch dormivano uno accanto all'altro, distesi, con le braccia lungo il corpo, come due cadaveri rigidi. Li contemplai a lungo, augurandomi si destassero... Cos, il merciaiuolo era ricomparso!... Da quale galera, da quale tana, dal fondo nero di qual buco?... Ma che m'importava! Esso era ricomparso: esso, era l! Dall'alto della mia scala, la testa appoggiata al vetro trasparente della finestra, io lo vedevo dormire nella mia stanza, nel mio letto!... Il merciaiuolo! Mi riempii gli occhi di quella immagine ritrovata, di quella immagine ch'io avevo creduta scomparsa, perduta per sempre!
"Nel mio cuore, in tutte le mie vene, sentii a poco a poco riaccendersi e serpere la fiamma della passione, della quale avevo gi bruciato e di cui bruciavo di nuovo per quella donna, mia moglie, insozzata due volte da lui!... Un fiotto di nuovo sangue parve mi spricciasse dal cuore e mi salisse al cervello: ebbi come uno stordimento e dovetti avvinghiarmi allo sporto della finestra per non precipitare nel vuoto... Essi dormivano sempre, satolli di lussuria... Presi presto il mio partito. Bisognava fissare nel mio spirito l'immagine, con una spaventevole folla, di maniera che non ne sfuggisse pi... Discesi.
Via, via che il racconto si faceva pi incalzante, la voce di Hurtaud diveniva pi dolce, carezzante e leggera. Con un tono ancora pi soave, egli prosegu:
Andai nella selleria, dove scelsi delle corregge solide delle quali provai la resistenza e, munito del mio pacchetto, prudentemente aprii la porta di casa dirigendomi tastoni pei corridoi e la scala... Un gatto randagio, soffiando, mi travers a saetta fra le gambe minacciando di farmi cadere... Impiegai forse dieci minuti per arrivare fino alla camera. Essi dormivan sempre. Procedei sulla punta dei piedi, trattenendo il respiro... A quando a quando, il pavimento scricchiolava sotto i miei passi; un bicchier d'acqua tintinn sopra una tavola mal fissata... Essi dormivano sempre; ne sentivo il respiro grave e regolare, vicino a me... E tutto ad un tratto, come un masso, mi abbattei sul merciaiuolo. Lo legai e lo imbavagliai in un batter d'occhio. Rosalia si era drizzata in preda allo spavento, emettendo un urlo di terrore.
"Zitta, anima mia le dissi. Io ti voglio bene... non temer nulla... aiutami...
"Sollevai il merciaiuolo e lo attaccai solidamente a una delle colonne del letto. Rosalia, tremante, era ruzzolata ai miei piedi, raggomitolandosi a palla, come un cane.
"Non temer nulla, amor mio! ripetei perch tremi cos, se ti amo?
"Allora inicominciai a torturare il merciaiuolo. Gli strappai ad una ad una tutte le unghie delle mani e tutte le unghie dei piedi... Egli non poteva urlare dal dolore, perch lo avevo imbavagliato alla bocca con un asciugamani. Ma il sangue colava; i tendini del collo, delle mani e delle gambe si stiravano e vibravano come le corde d'un violino; una spaventosa espressione agonica gli torceva gli occhi; tutta la sua carne umida di sudore e di sangue, palpitava, orribilmente, in sussulto; vidi i muscoli fondersi sotto la pelle negli incavi delle ossa scarnite; le costole salire e cerchiare il torace; i capelli incollarsi sul cranio, che diventava verde...
"Padron mio! Padron mio! supplicava Rosalia, folle di spavento.
"Questo dur dodici ore buone. Non persi un movimento, una smorfia, un brivido di quella carne suppliziata. E quando fui ben certo che l'immagine non se ne sarebbe andata pi, non essendo il merciaiuolo ancora morto, lo accoppai con un colpo di candeliere sulla testa.
Ci fu un silenzio doloroso. Tutti i petti erano oppressi. Nessuno osava guardare Hurtaud. Questi, calmo, si alz, spolverando con un buffetto delle dita la cenere del sigaro che gli era caduta sul pantalone e, prendendo il cappello:
Ebbene, signori. Da quel giorno io amo Rosalia e le faccio orrore... ma l'amo cos... E Rosalia mi dice: "Ah! Padron mio! Quando mi baciate, mi par sempre che abbiate in bocca un po' di sapor di sangue". Che volete! Della bestialit e della pazzia, molto fango e molto sangue; ecco l'amore... Servo vostro!...
...
.
...
FINE.
...
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...
RABALAN.
...
.
...
Il giorno non era ancora spuntato sopra le pendici di San Giacomo, quando Rabalan usc dalla sua casa, una miserabile capanna crollante, isolata in mezzo alla brughiera che la separava dal paese di Trlotte, le cui piccole abitazioni, a cinquecento metri di l, sulla sinistra, si pigiavano, ineguali e tetre, intorno a un campanile aguzzo.
Il viso di Rabalan era cos pallido che sembrava splendere d'uno scialbo chiarore, come un lino bianco nell'oscurit.
Il mazzuolo sulla spalla e il tascapane con dentro un tozzo di pan nero, Rabalan scese per la brughiera, prese la strada maestra e attravers il paese, dove alcuni uomini che se ne andavano ai campi si allontanarono da lui con spavento, facendo dei gesti simbolici.
All'uscita di Trlotte, Rabalan non si ferm davanti all'osteria nella quale alcuni operai bevevano a gomito alzato, ma prese una viottola che conduceva al bosco di Pied-Fontaine.
Il giorno apparve umido e triste... Una spessa nebbia poggiava sulle praterie; il cielo era basso... Rabalan, camminando pesantemente e dondolando il capo, lungo la stretta viottola che a quando a quando era interrotta da pozze d'acqua, incontr una contadina, dalle maniche rimboccate sino al gomito, che sosteneva una secchia di latte... La contadina immediatamente pieg nel prato, depose la secchia e si fece il segno della croce: Rabalan continu la sua strada... Pi lontano incontr una vecchia sopra un asino che trotterellava...
Ehi! Tibalda! egli grid. Buongiorno, Tibalda! Buongiorno!
Ma la Tibalda si mise a tremare e poco manc non scivolasse dall'asinello, tutta spaventata:
Santa Vergine!... implor la vecchia, percuotendosi il petto e biascicando certi suoi strani scongiuri.
Rabalan curv la schiena, tentenn la testa e tir innanzi.
Lasciata la valletta, travers il fiume su un ponte fatto di due tronchi d'albero gettati da una sponda all'altra, quindi prese una scorciatoia in mezzo ai campi e s'intern nel bosco arido e sassoso...
Una vacca che pascolava l'erba alz verso di lui il muso... La vacca era rossa, con delle macchie sui fianchi pi bianche del latte e le giogaie pendenti sotto la gola, colorite come delle smaglianti gale.
Una bellissima vacca! si disse Rabalan. Una magnifica vacca!
Rabalan si avvicin alla bestia, le parl affettuosamente, la carezz sulla testa, sotto le mammelle, sulla schiena, la tast, la palp, ne consider le corna, se le punte erano ben aguzze, e concluse:
Una bellissima vacca!
A un tratto un uomo che aveva un gran bastone in mano, comparve nella viottola, gesticolando e bestemmiando:
Perch tocchi la mia vacca, tu? grid a Rabalan.
Io non ti tocco la vacca, io!
Io ti dico che tu la tocchi.
Io ti dico che non la tocco.
Io ti dico di s.
Io ti dico di no.
L'uomo invoc Dio, i santi, si segn tre volte e, fatto volteggiare in aria il suo bastone, assest un colpo furioso sul cranio di Rabalan, che traball, stese le braccia e stramazz inerte, per terra.
Per qualche momento l'uomo res l, a bocca aperta, gli occhi sbarrati, stupidi... poi si chin sul corpo di Rabalan e, avendo cura di non toccarlo, gli grid:
Ehi, Rabalan!... Sei morto?... Ehi, Rabalan!... Sei morto?...
Si rialz quindi e si gratt il capo, perplesso.
Certo...  morto... se non dice nulla... Che mi pu capitare?... Accidenti!... Ehi, Rabalan!
Rabalan, con la faccia in terra, non si mosse.
 morto! Morto! Morto! pens il villano impallidendo.
Allora spezz il bastone in due, tracci un cerchio in terra, intorno al corpo giacente di Rabalan, gett nel cerchio i due pezzi e, spingendo innanzi a s la vacca, la incit urlando:
Uh!...
Disparve nel bosco.
Il vento si lev, trasportando e turbinando le foglie secche degli alberi, e la pioggia cadde, fine, obliqua, sferzante e fredda.
Rabalan non era morto... Mosse una gamba, poi l'altra, scosse la testa, poggi le palme in terra e si sollev sulle ginocchia; guard a destra, a sinistra, davanti, dietro... Sembrava sbalordito di non vedere alcuno e di trovarsi in quello stato, giacente in mezzo a una strada. Aiutandosi con le mani, con i ginocchi e con i gomiti, riusc finalmente a rizzarsi in piedi. Raccolse il suo mazzuolo, rassett il tascapane che gli era scivolato sul petto e continu la sua via, col cervello un po' stordito e dolorante e i garretti tremanti...
...
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...
Rabalan era l'ultimo rappresentante di una famiglia di stregoni che, per pi d'un secolo, regnarono in Trlotte. Il suo bisavolo, il suo nonno, suo padre, tutti i suoi zii e tutti i suoi cugini erano stati fattucchieri e si raccontavano di loro cose terribili e meravigliose.
Un'altra fatalit pesava sui Rabalan: essi si suicidavano. Da cent'anni non si conosceva un solo Rabalan che fosse morto come tutti gli altri, nel proprio letto, di morte naturale. Questi si appiccavano, quelli si annegavano; si citava perfino un Rabalan che si era sotterrato vivo con un gatto nero, un altro che si era buttato dal campanile della chiesa, un altro ancora che, sulle alture di San Giacomo, aveva acceso una sera un gran rogo di legna e di torba e vi si era adagiato su cantando...
Il loro potere era sconfinato: guarivano i malati abbandonati dai medici, rendevano feconde le terre sterili, arrestavano le epidemie del bestiame.
Ma essi non erano sempre disposti e proclivi a queste stregonerie benefiche e, pi volontieri, si servivano della loro magica potenza per tormentare gli uomini e le bestie.
Bastava loro d'immergere la punta delle dita in una botte di sidro o in un tino di vino per tramutare sidro o vino in bovina liquida; bastava che passassero la mano sopra la schiena di una vacca perch il suo latte si mutasse in orina. Bastava loro sfiorare appena una bestia o un uomo, perch lo spirito del male penetrasse in questi, cos che, per i campi, si vedevano degli esseri sconvolti, correre agitando in aria le braccia, come ali di molino a vento, o torcersi sulle scarpate o trascinarsi bocconi nel fango dei pantani, in preda al diavolo, urlando nel vento la loro disperazione.
Tuttavia era anche possibile preservarsi dagli incanti degli stregoni: appena lo stregone vi aveva toccato, bisognava batterlo con tutta forza, ripetendo tre volte "Stregone, ti rendo il male". In tal maniera si sfidava il diavolo e si paralizzava l'influenza malvagia del fattucchiero.
Ogni anno, alla fiera di San Michele, lo stregone alzava una vasta tenda sulla piazza di Trlotte, sotto la tenda posava una tavola, e sulla tavola un crocefisso tra due candele accese. Accorrevano allora alla sua tenda, da tutti i paesi circonvicini, dalle campagne e dalle citt, infermi e malati, paralitici e sciancati, monchi delle due gambe, su carriole, o in calessini, o in groppa agli asini, o carponi sui loro moncherini callosi. File enormi di esseri lividi, divorati da piaghe schifose, contraffatti, senza membra, si allungavano per le strade, si mescolavano e si urtavano sulla piazza di Trlotte, si stipavano sotto la tenda, intorno al mago. Il mago imponeva le mani sui malati: i malati  davano un ceffone al mago e se ne ritornavano guariti. Tutto questo costava due soldi.
Rabalan, malgrado tutta la gloria dei suoi avi, non aveva alcun gusto per la stregoneria: ne ignorava persino le pratiche fondamentali.
Era un povero diavolo, debole, timido, mezzo idiota, cui piaceva niente altro che parlare alle bestie. Egli avrebbe desiderato essere pastore, ma nessuno aveva consentito ad affidargli il proprio gregge; nelle fattorie dove si era recato a domandare lavoro, lo avevano scacciato. Aveva mendicato, ma nessuno gli dava nulla. E Rabalan sarebbe certamente morto di fame, se l'amministrazione dei ponti e strade non lo avesse impiegato a spaccare pietre nel bosco di Pied-Fontaine, che  un bosco comunale, pi abbondante di ciottoli che di alberi.
Quantunque fosse pi innocuo d'un montone, lo si temeva molto a Trlotte e pi di ogni altro dei terribili Rabalan che si erano succeduti nel paese, giacch uno stregone che dissimula la propria natura e non esercita la sua arte manifestamente,  mille volte pi temibile e pericoloso di ogni altro. Lo si faceva quindi responsabile di tutti i malanni che accadessero: della grandine che devastava le messi, della pioggia che impregnava la terra e marciva la semente, d'una vacca che aveva mal partorito, d'un bimbo nato morto. E lo battevano, gridandogli: "Ti rendo il male". Il suo corpo era coperto di calli e di cicatrici. Spesso, nei casi urgenti, si correva da lui:
Stregone, guariscimi.
Io non sono stregone rispondeva Rabalan.
Io ti dico che sei stregone!
Io ti dico di no!
E le percosse piovevano sul disgraziato che non si difendeva, n si lamentava mai. Si contentava di esclamare:
Ma se non sono uno stregone!
I lieti momenti per Rabalan erano soltanto quelli ch'egli trascorreva nel bosco di Pied-Fontaine, lontano dagli sguardi umani, allorch una vacca che avesse tralasciata la pastura si avvicinava a lui, trascinando le sue pastoie disfatte, Rabalan abbandonava allora il mazzuolo e chiacchierava a lungo con la vacca, carezzandola, il cuore pieno di felicit... Gli piaceva pure veder passare le caprette, dietro la ceppaia, e balzare gli scoiattoli, con la coda in aria, in cima ai pini...
Da due ore Rabalan lavorava con gran lena. Il suo mazzuolo si alzava e ricadeva sui ciottoli con un movimento ritmico. Di quando in quando, Rabalan si fermava per stropicciarsi il cranio che gli doleva. Non pensava a nulla, mentre le schegge di pietra gli saltavano intorno. A un tratto, ud una voce chiamarlo a nome:
Ehi! Rabalan!
Rabalan si volse.
Ah! siete voi, padron Bottereau? disse rispettosamente. Buongiorno, padron Bottereau!
Buon d, stregone!
Mastro Bottereau era un uomo lungo, secco, color vino, dagli occhi vivi, dalla bocca maliziosa. Sindaco di Trlotte e grande possidente, era padrone di otto trebbiatrici che noleggiava nel paese quando aveva terminata la propria raccolta, ricavandone, ogni anno, un buon guadagno... Era molto stimato.
Rabalan, ragazzo mio disse bisogna che tu venga con me alla Fattoria Nuova, subito subito...
Per far che cosa, padron Bottereau? domand Rabalan.
Ecco di che si tratta, stregone... Le mie otto macchine hanno una fattura... Non vanno affatto sono incantate... Abbiamo un bell'ingrassarle, accomodarle, impinzarle di carbone... non vanno e non vanno!
Allora, credete che sia una fattura?
Lo temo! assicur Bottereau.
Poi soggiunse:
Bisogna che tu tolga quella fattura... Capisci?
Non posso! dichiar Rabalan.
E perch non puoi?
Perbacco! Perch non sono uno stregone.
S, che sei uno stregone.
No, mastro Bottereau... Davvero, credete, io non sono uno stregone.
Mastro Bottereau alz la voce.
Io ti dico di s... Hai da far altro che mentire... E poi, io sono il sindaco, s o no? Andiamo! Vieni!
Rabalan si sent turbato. Dal momento che il sindaco affermava in una maniera cos autoritaria ch'egli era stregone, bisognava crederlo... Questo, tuttavia, lo meravigliava.
Vengo disse... e segu mastro Bottereau, il quale, per tutta la strada, non faceva che ripetersi:
Ma chi pu aver fatto loro un malefizio?... Ma come pu essere?...
Le otto macchine erano allineate nel cortile della fattoria, enormi e tristi, e pastori, bovari, carrettieri, le fissavano con aria costernata e le braccia penzoloni.
Andiamo disse mastro Bottereau a Rabalan sbrigatela!...
Il povero diavolo esit un istante, poi, improvvisamente, si mise a correre attorno alle macchine, agitando le braccia e gridando a squarciagola:
Bab!... Rur!... Lu lu lu!
Rabalan correva, correva, correva, gridava, gridava. Per un quarto d'ora si ud incessante quell'urlo:
Bab!... Rur!... Lu lu lu!
Spossato e madido di sudore, gli manc il respiro e si ferm.
 fatto?... domand mastro Bottereau.
Rabalan, ansando, rispose:
 fatto, mastro Bottereau!...
Si provarono le macchine... esse non andavano ugualmente.
Allora mastro Bottereau and sulle furie:
Ah! canaglia, ladro, demonio! url Sei tu che hai fatto la fattura...
E slanciatosi contro Rabalan, lo colp con un pugno enorme sulla faccia.
Ti rendo il male! Ti rendo il male! Ti rendo il male!
E, ogni volta che ripeteva "Ti rendo il male", il pugno furioso cadeva sul pover'uomo.
Rabalan avrebbe voluto fuggire, ma aveva le gambe rotte per aver corso tanto. Si abbatt in terra, lasciando andare un sospiro lungo e doloroso:
Ma se non sono stregone, io!... piangeva.
Mastro Bottereau, continu:
Ti rendo il male! Ti rendo il male! Ti rendo il male!
Si accaniva: preso un bastone, si mise a picchiare Rabalan con tutta forza. Il sangue scorreva, si spandeva; il bastone ne era rosso.
Ti rendo il male! Ti rendo il male! Ti rendo il male!
Quando ebbe finito di batterlo, Mastro Bottereau s'asciug la fronte, soffiando.
E le macchine? domand.
Si provarono ancora le macchine. Esse non andavano ugualmente.
Il padrone ebbe un gesto disperato:
Ma  arrabbiato, questo demonio d'uno stregone?... Che cosa facciamo adesso!...
Rabalan, tutto sanguinante, non si muoveva pi. Lo sollevarono. Era morto.
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FINE.
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LA BELLA ZOCCOLAIA.
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Capo 1.
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Che cosa le hai detto ancora a mia madre? chiese Goudet, il quale, alzandosi, allontan con una pedata un grosso mucchio di pelli di coniglio che andava contando e ammucchiando in pacchetti.
La Goudet gli rispose subito:
Le ho detto che era una vecchia ladra e una sudiciona... che poteva pure andare a letto con Roubieux se le faceva piacere, e poi con altri, ecco tutto... ma che noi ne avevamo abbastanza di sgobbare dalla mattina alla sera per vedere ingrassarci sotto il naso un porcaccione, un fannullone, un maiale che la sfrutta e che ci deruba... che se lei continuer, le faremo la festa, ecco!
Avendo fatta una lunga corsa, con un respirone, si accasci su una seggiola, ansante, e si asciug con la cocca del grembiule la fronte su cui scorreva il sudore e, con le mani aperte sulle cosce, le gomita ben divaricate e la voce tremante di collera, url:
Ah! che carnaccia! che carnaccia schifosa!
I piccoli occhi neri, dalle palpebre brigliate, si empivano d'un fosco bagliore; una espressione di ferocia bestiale le increspava le labbra, i cui angoli si assottigliavano, tagliandole la faccia come la ributtante cicatrice d'una sciabolata.
Goudet domand:
E che t'ha detto mia madre?
Mi ha detto che s'infischiava di me, di te e di tutti... che ha guadagnato il suo patrimonio da s... che  tutta roba sua... e che ne far quello che vorr... E che vender il suo podere, la casa, i mobili, tutto, piuttosto che lasciarti un centesimo, un centesimo solo, capisci?
Tutto qui?
No, non  tutto... Nella strada, davanti al macellaio, ho incontrata la moglie di Sorieul... Sai che mi ha detto? "Sembra mi ha detto che la bella zoccolaia oggi metta tutti i suoi quattrini in nome di Roubieux apposta per diseredarvi, alla sua morte." Non sa pi che cosa inventare quella brutta diavola!
La fisonomia di Goudet si rannuvol... fece due volte il giro della stanza, bestemmiando e grattandosi il capo. Poi, piantandosi dritto davanti a sua moglie, coi pugni sui fianchi e la bocca malvagia, disse:
Che cosa facciamo?
La Goudette guard bene in faccia suo marito. Un desiderio omicida le brillava fra le palpebre, gonfiava abbominevolmente le sue narici.
Ah, sfortuna! si lament ...se io fossi un uomo!...
Son io, un uomo! afferm Goudet.
Essa alz le spalle.
Un uomo! Ah! s!... Un uomo buono soltanto a gridare, ecco!
Io ti dico che sono un uomo, perdio! ripet Goudet, che serr i pugni con collera e pest col piede per terra.
Allora con una voce sorda, precipitosa:
Ebbene, se sei un uomo diss'ella dimostralo una buona volta... Scannala, perbacco! Torcile le budella! Schiacciale la testa!
Le dita della donna si muovevano terribili e convulse, come artigli di bestia feroce: dalla sua bocca spuntavano dei dentacci gialli e aguzzi, impazienti di lacerare una preda viva; le sue pupille, terrificanti, erano annebbiate di sangue.
Goudet rincul, un po' spaventato e balbettando:
Non posso...  mia madre...
Vedi? Che ti dicevo?  una ragione questa, pezzo di vigliacco? Una donna che ci abbandona alla miseria, che ci deruba, aspettando di poter ingrassare, coi nostri quattrini, un mucchio di Roubieux, un mucchio di ghiottoni... Tua madre, quella?... Ah, disgrazia, disgrazia!... Tu non sarai mai altro che un cencio, tu!
Va bene; va bene! disse Goudet.
Infil il suo camiciotto e si diresse verso la porta.
Dove vai? domand sua moglie.
Vado dove mi pare.
Dalla Goulardire, la catapecchia dov'essi abitavano, a Bretoncelles, dove dimorava mamma Goudet, correvano due chilometri appena. Goudet camminava assai lesto. In un quarto d'ora raggiunse la piazza del paese. Era un giorno di mercato. Si mescol ai diversi gruppi di villani, chiacchier con questo, ferm quell'altro, disse il suo parere sulla qualit del grano i sacchi del quale, appoggiati uno all'altro, si allineavano su una quadruplice fila di lastre di pietra grigia, s'interess del prezzo del farro.
Vanno bene, i vostri affari, padron Aveline? domand ad un omone che affondava le sue mani nei sacchi e le ritraeva colme di grano che soppesava, fiutava e poi rigettava scrollando il capo con aria malcontenta.
Punto bene, ragazzo mio, punto bene rispose padron Aveline. E tu?
Siete troppo buono, padron Aveline... Sono un po' triste, per via di mia madre...
Ben? Che c' ancora, ragazzo mio?
C'... c' che Roubieux si porta molto male con lei, padron Aveline, molto male... Pare che abbiano avuto delle parole fra loro... E cos in casa sua c' una vita d'inferno! Ier l'altro egli l'ha battuta in modo da far tremar la casa... E poi, c' di peggio: minaccia d'ammazzarla... Eh! finir male, questa storia, penso che finir male assai, penso!...
Pu essere, ragazzo mio, pu essere... Non  un uomo quieto, quello... Ma che vuoi? Non sarebbe mica colpa tua, dopo tutto, se succedesse una sventura! Non ti fare della bile per questo... Quando si  galantuomini, si  galantuomini, non c' che dire... Alla peggio, ti godrai l'eredit!
Certo... ma tuttavia  una cosa ben tormentosa, padron Aveline... Non ne abbiam pi pace...
Emise un lungo sospiro.
La campana suon la chiusura del mercato. Dei gruppi si dispersero.
Andiamo a bere un litro disse padron Aveline.
Come vi piace ringrazi Goudet.
Tutti e due, lentamente e dondolandosi, entrarono al caff Bodin.
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CAPO 2.
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Abbench da molto tempo avesse perduto suo marito che era zoccolaio a Bretoncelles, e per quanto contasse pi di cinquant'anni, nel paese si continuava a chiamare mamma Goudet "la bella zoccolaia". Era una donna grassa, avvenente e pulita, dal viso colorito, ardita con gli uomini, dagli occhi nerissimi, vivi e inquietanti. Malgrado la sua et, nel suo accurato abbigliamento essa serbava una andatura provocante, dei pretenziosi atteggiamenti di giovanilit e di bellezza. Tutti i giorni la si vedeva ridente e scherzosa, sempre in vena di discorsi arditi e di avventure licenziose; e, veramente, quando la domenica, col suo vestito di seta nera, le spalle graziosamente modellate da un minuscolo scialle a righe rosse e bleu, attraversava la piazza, il corso Barat e la via della Chiesa per recarsi alla messa grande, si poteva dire che non aveva affatto usurpato il suo soprannome, la bella zoccolaia. Era forse l'unica cosa di cui si potesse dire che non l'aveva rubata.
Rimasta vedova, con il danaro guadagnato durante il matrimonio, essa mise su una bettola che, grazie ai suoi occhi, alla sua simpatica fisonomia allettante, e sopratutto alla sua poco rigida e compiacente virt, fu prestissimo affollata. Roubieux, un carpentiere ozioso e losco che, gi dal tempo che viveva Goudet, passava per l'amante della bella zoccolaia, and a stabilirsi nella bettola e ad abitare con la vedova, a vista e a cognizione di tutti. Roubieux era un uomo alto, fortissimo, dall'aspetto erculeo. Era temutissimo, Roubieux, non perch avesse commesso qualche azione violenta; ma solo a considerarne la feroce fisonomia, gli occhi sfuggenti e falsi, la tenace e forte schiena di assassino, si sentiva che doveva essere capace di cose terribili. Tuttavia, apparentemente, egli non faceva altro che vivere lautamente, a spese della vedova, non disturbando nessuno, sapendo voltare il capo quando delle mani impazienti frugavano sotto le gonnelle della sua amante e andarsene al momento opportuno, trovando ogni volta, e molto a proposito, un plausibile pretesto. Ma quella calma cupa, quella complicit silenziosa, non rassicuravano tuttavia troppo i galanti, che temevano un risveglio di collera e di gelosia. E le larghe spalle del carpentiere, i suoi pugni enormi, pi pesanti d'un martello d'acciaio, il suo collo possente, i muscoli tesi ed elastici delle braccia, fatte per le strette mortali, cagionavano loro un perpetuo spavento.
Roubieux era utilissimo alla vedova e l'interesse lo univa a lei quanto l'amore: infatti essi si amavano a dispetto degli inganni e delle sconcezze d'ogni giorno, delle quali Roubieux non si doleva mai, sapendo bene che, in quelle, il piacere non c'entrava affatto, ma soltanto il lucro interessava la bella zoccolaia: e dove, questa, avrebbe trovato un maschio le cui reni fossero pi robuste di quelle di Roubieux?
La bella zoccolaia prestava danaro a usura ai contadini bisognosi, agli operai in isciopero ed era Roubieux che andava a caccia delle vittime, che le conduceva nella bettola, dove si erano compiute molte rovine, sulle tavole impiastricciate di liquori, nello stordimento dell'ubbriachezza.
Si raccontavano anche, tanto vanno lontano le immaginazioni in quegli angoli perduti di provincia, delle cose sinistre, delle orribili scene di ubbriachezza e di lussuria terminate con minacce, quando alle volte avessero fallito il vino o gli adescamenti sensuali della vedova.
La polizia s'impression, sorvegli la bettola, inizi una inchiesta e non accett nulla(1). All'infuori di questi racconti di avventure segrete e formidabili, la bettola serbava un'aria di gaiezza licenziosa e divertente sotto la direzione della bella zoccolaia, la quale non sdegnava punto di bere insieme con i clienti, di lasciarsi tastare da essi e di stimolare i desideri con delle sapienti e furtive carezze incompiute.
Padrone nella casa, Roubieux ottenne facilmente dalla sua amante ch'essa non rivedesse pi il proprio figliolo, un fannullone, un inetto che non era riuscito mai a nulla di buono e che, sempre senza un soldo, lamentando sempre miseria, le era stato fino allora di aggravio non indifferente.
Faccia come me! diceva Roubieux lavori!
A questo riguardo, fra i due uomini c'erano state delle scene selvagge, liti, minacce, bastonate. Finalmente il figliolo, con la rabbia in cuore, era stato buttato fuori di casa.
Da dieci anni ormai, Goudet viveva miserabilmente con un piccolo mestiere di rivenditore. N lui, n sua moglie avevano potuto mai flettere il cuore di sua madre. Ed ecco, ora, che la bella zoccolaia nascondeva la propria fortuna, che intestava il danaro prestato al nome di Roubieux, dopo aver rifiutato in vita un soldo solo al figlio, si accingeva a diseredarlo alla sua morte!...
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CAPO 3.
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La notte  tetra, senza stelle e senza luna. Nella campagna nessun rumore, nessun fremito. Poco fa, lontanissimo, nell'ombra invisibile, un cane ha lungamente abbaiato. Poi, di nuovo, silenzio. L'aria  pesante: fra gli alberi che fiancheggiano la strada, non passa un soffio, non passa un brivido neanche sopra l'erba degli argini. Solo, in mezzo alle tenebre opache, riluce una lucciola, riflesso sperduto d'una stella inaccessibile... Ed ecco che una forma pi nera del nero della terra, appare, si avanza; poi, due forme, ugualmente nere, che seguono la prima. Presto, le tre forme riunite non compongono pi che una massa sola, stranamente agitata, che rotta volta a volta si estende, si rimpicciolisce, si allunga, si spezza in profili di facce umane, di braccia alzate, di mani contorte, di angoli sinistri somiglianti a schiene ricurve e dalla massa misteriosa sfuggono bestemmie, rochi suoni di voci strozzate, un grido disperato, un'invocazione atterrita, immediatamente preceduta dal tonfo sordo di un corpo caduto al suolo...
Pigiala, montale sulla pancia! Ah... l'indiavolata, come si dibatte!
 una voce di donna...
E il grido riecheggia pi doloroso.
Ma perdio! strappale il suo scialle e cacciaglielo in gola perch non urli pi!...
 la voce d'un uomo...
Il grido riprende di nuovo, poi a un tratto si spegne in un piccolo rantolo.
Per qualche minuto non s'odono pi che colpi furiosi, cui rispondono i rumori molli di carne battuta, di ossa spezzate...
Ci siamo? domanda la voce dell'uomo.
 fatta! risponde quella della donna. Sai che aveva la pelle dura, tua madre?
Ah! la schifosa! Ne ho caldo, ne ho! Che ne facciamo?...
La lasciamo qui... Andiamo! Vientene!...
I passi si allontanano sulla strada e la notte, un istante turbata, ricade nel suo silenzio e nella sua immobilit.
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FINE.
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RACCONTO POLINESIANO.
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Una mattina, il filo speciale dell'Aurore-Tlgramme comunicava ai suoi numerosi lettori che S. E. il Colonnello Thaoorawa veniva a Parigi per raffermare, in nome di Sua Maest Costituzionale David Kalakaua, re delle isole Sandwich, i legami di amicizia che, dai massacri di Honolulu, univano tanto strettamente la Francia e la Polinesia.
Si sa bene in che cosa consista questa operazione diplomatica.
Un signore, generalmente negro, spesso tatuato e sempre coperto di gioielli strani, scende con gran chiasso al Grand Htel. Un numeroso seguito lo accompagna. Condotto dal signor Mollard egli va a presentare i propri omaggi al presidente della Repubblica; poi, dopo qualche salemelecco scambiato, il signore fila verso il Bois de Boulogne dove fa la conoscenza d'una orizzontale che, avendogli giurato eterno amore, subito lo conduce da Boucheron.
La sera lo si rivede all'Opera: l'indomani alle Folies-Bergre: il dopo domani al Panorama della Bastiglia. Dopo di che scompare. Si sa soltanto che il signore  ripartito, senza pagare la sua nota, ma non senza aver distribuito a tutti i camerieri, cuochi e maggiordomi del'htel, il gran cordone del suo ordine.
Ristretti cos i legami di amicizia in una maniera molto polinesiana, noi abbiamo un'alleanza di pi.
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Or dunque, dopo avere appresa la notizia dell'arrivo a Parigi di S. E. il colonnello Thaoorawa, il presidente del Circolo franco-ispano-americano ebbe un'idea geniale che si affrett a comunicare al suo Comitato.
Signori disse il giuoco va malamente; la cassa sociale langue, i banchieri si fanno rari, i puntatori si disgregano. Questa situazione non pu pi prolungarsi. Bisogna tentare un gran colpo. Ecco. Sta per arrivare in Francia, assai presto, un colonnello dell'Hawai. Noi gli offriremo un banchetto e questo banchetto lo faremo annunziare da tutti i giornali.
Nello stesso tempo racconteremo di questo colonnello cose da sbalordire perfino Boulanger, delle avventure di giuoco strepitose, e siccome Hawai  molto lontano di qua, lo potremo fare possessore di una fortuna straordinaria... Capite?... I banchieri, adescati... i puntatori che tornano frettolosi.... e allora... capperi!
Teofilo Ltourneux, un vaudevillista onorario, apprezzato nella letteratura drammatica per l'armonia dei suoi panciotti di raso color crema con le sue cravatte a colori violenti e per la sua faconda gaiezza, si alz e disse:
Presidente, lascio da parte la questione del giuoco che non  di mia competenza e, aggiunger, che non conviene alla mia dignit. Ma dal punto di vista del patriottismo, dal punto di vista della nostra vecchia rinomanza di ospitalit scozzese e, oserei dire, francese, approvo la vostra idea. Presidente, io mi incarico dunque di redigere la pubblicit e della inserzione della stessa, essendo molto favorevolmente conosciuto dai giornalisti e da Gustavo Claudin principalmente. In quanto al discorso, vi posso promettere che sar io a portar la parola, io stesso e personalmente. Et nunc erudimini, come diceva Silvio Pellico.
Ltourneaux fu molto applaudito e tutti si separarono impressionatissimi.
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Le cose andarono come si  detto nel precedente capitolo. Il colonnello Thaoorawa venne a Parigi, fu invitato, accett l'invito.
Nei giornali non si parl che di Sua Eccellenza, a prezzo di venti franchi la linea, che il presidente del Circolo pag allegramente calcolando quanto la spesa avrebbe fruttato. Le pi incredibili leggende si formarono intorno a questo personaggio esotico che batteva i nostri boulevards seguito da un'armata di reporters e circonfuso d'una gloria simile a quella che illumina la fronte terribile degli antichi Dei polinesiani, mangiatori di donne e scannatori di pargoli.
Il giorno del grande banchetto finalmente arriv. Da direttore di scena emerito, il presidente aveva fatto le cose ammirabilmente. Il Circolo era decorato con un cattivo gusto chiassoso assolutamente squisito: dappertutto fiori e vessilli bizzarri e piante artificiali che si spandevano in vasi prodigiosi: sui muri, quadri inauditi; la sala del banchetto presentava un aspetto magico, come aveva definito un poeta, di recente coronato dall'Accademia.
Terminate le presentazioni, si prese posto a tavola e ciascuno pot osservare a piacere S. E. il colonnello Thaoorawa che sorrideva coi suoi denti bianchissimi, mangiava come un orco e beveva a pieni bicchieri lo sciampagna, secondo il costume del suo paese.
Il colonnello era di alta statura, ben fatto e assai elegante. Aveva in s un curioso miscuglio di nero e di bianco. Il suo color bruno, d'un tono opaco, i capelli nerissimi e cresputi, la fronte fuggente, il naso aquilino, i pomelli salienti, le labbra carnose e gli occhi dolci e vivi, componevano una fisonomia che non mancava d'imprevisto e di simpatico. Sul suo abito di taglio inglese, brillavano delle decorazioni multicolori: lo sparato della camicia era adorno di due grossi bottoni di dente di balena, deliziosamente lavorati: diverse catene di orologio, sopra il suo panciotto, si incrociavano, si intersecavano: innumerevoli anelli coprivangli le dita, cos vicini, come i cerchi di una botte.
Di tanto in tanto sfuggiva dalle sue labbra un piccolo suono, dolce come un suono di flauto:
Ri ri ri, lu lu lu, fi fi fi.
E l'interprete, con un gran gesto delle braccia, si alzava:
Signori, diceva Sua Eccellenza esprime la propria soddisfazione. Sua Eccellenza  contento.
Presto le conversazioni divennero animate e gaie. Si raccontavano degli aneddoti polinesiani: si spacciavano notizie del pi puro gusto sandwicciano. Un membro della Societ di geografia dissertava sul suolo vulcanico di quelle lontane isole, sulle loro scarse produzioni agricole, sul loro regime politico, sui loro costumi che si europeizzavano.
Teofilo Ltourneux, nella sua qualit di psicologo drammatico, diede dei precisi particolari sulla vita privata e pubblica di Sua Eccellenza. Spieg come il giovane Thaoorawa, essendo stato sorpreso sotto un cocco in flagrante delitto di adulterio con la bella Turai, fu una volta condannato al supplizio dell'annegamento, oggid abolito.
Trascinato in mare, nudo, con le spalle soltanto coperte dal kikei, che  l'abito d'infamia, lo si tuff in acqua e ve lo si mantenne per l'estremit dei piedi finch fu quasi morto. Si rinnov questa operazione cinque volte di seguito, e poich il giovane Thaoorawa non ne mor, fu nominato colonnello.
Il desinare, tra una deliziosa cordialit, volgeva al termine. Il presidente, raggiante di gioia, portava i suoi sguardi inteneriti da Sua Eccellenza, che mangiava sempre e beveva senza posa, ai grossi banchieri ed ai grossi puntatori che avevano risposto tutti al suo appello. Si udiva intanto la voce del colonnello che di momento in momento si faceva sempre pi dolce, passare dalle liete sonorit gioconde del flauto a quelle malinconiche dell'oboe.
Ri ri ri, lu lu lu, fi fi fi.
Ed ogni volta, l'interprete si alzava, salutava a destra e a sinistra, e con la punta delle dita ben allargate, e appoggiate sulla tovaglia, diceva:
Sua Eccellenza esprime la propria soddisfazione. Sua Eccellenza  contentissimo in questo momento. Contento... contento.
L'entusiasmo trabocc quando dopo i brindisi, il colonnello, alzandosi a sua volta, distribu, in segno di riconoscenza al presidente, a Ltourneux e ai convitati pi importanti degli astucci di legno di sandalo, contenenti delle decorazioni accompagnate dai diplomi scritti in lingua polinesiana.
Il presidente cadde fra le braccia del colonnello.
Ah! Colonnello!... Oh! Eccellenza!...
E il colonnello hawaiano, asciugandosi una lacrima, gem con una voce che sembrava il sospiro della brezza attraverso le foglie
Ri ri ri, lu lu lu, fi fi fi.
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Si era nella sala da giuoco.
Banco di cinquecento luigi! gridava il croupier incolonnando davanti a s dei mucchi di gettoni.
Seicento! disse una voce.
Il presidente si avvicin all'interprete.
Sua Eccellenza non ci far l'onore di prendere un piccolo banco? gli domand all'orecchio.
Settecento!
L'interprete rispose:
Certo... certo... solo credo che Sua Eccellenza non prevedesse... e che non abbia avuto la precauzione di fornirsi...
Ottocento!
Il presidente corse sollecitamente alla cassa, riportandone un grosso pacco di biglietti di banca.
Novecento!
Rimise i biglietti a Sua Eccellenza che, disteso su un divano, fumava con aria contenta un grosso sigaro.
Banco aperto! chiam l'interprete.
Ci fu un momento di silenzio. Il croupier disse solennemente:
Il banco a Sua Eccellenza il colonnello Thaoorawa.
Il colonnello aveva preso i biglietti. Li cont ad uno ad uno, bagnandosi il dito, poi, gravemente, li infil nel suo portafoglio. E, stringendo la mano del presidente, distribuendo a tutti dei piccoli, amabili saluti, se ne and con passo tranquillo, seguto dall'interprete e tutti e due disparvero.
Ri ri ri, lu lu lu, fi fi fi...
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FINE.
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L'OTTUAGENARIA.
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Da pi di venti anni mamma Rosa Pelletrini viveva sola, solissima, in un piccolo villaggio della campagna romana. Suo marito era morto, divorato dalla pellagra; le febbri avevano ucciso la sua figliuola; suo figlio, partito per Parigi, vi si era ammogliato, aveva avuto dei bambini, e faceva chi sa che diavolo. Mamma Rosa aveva ottanta anni. Malgrado la paura del viaggio che, d'ordinario, prende i vecchi, e malgrado fino allora ella avesse sopportato senza gran pena un'assenza alla quale per lo pi non pensava affatto, desider tutto a un tratto di rivedere questo figliolo quasi dimenticato, di conoscere i nipotini, di non morire senza abbracciarli. Non aveva che un po' di danaro, giusto di che sovvenire alla spesa del viaggio: denaro penosamente raggranellato briciolo a briciolo, soldo per soldo, risparmiato con sacrificio continuo sulle elemosine, giacch mamma Pelletrini, non potendo pi lavorare, viveva della pubblica carit, delle questue che faceva ogni domenica sotto il portico della chiesa.
Certo la spaventava molto il pensiero di separarsi per sempre da quel danaro, tutto il suo danaro, e di correre alla sua et il rischio d'un viaggio incerto e pericoloso. Ma il desiderio, presto mutato in mania ossessionante, soffoc ogni prudente consiglio e trionf sulle resistenze dell'avarizia. In fondo, a parte i piccoli acciacchi comuni ai vecchi, essa era presta ancora e valida, si sentiva bene. E poi, sperava anche che suo figlio fosse ricco e che l'impresa non sarebbe stata tanto sballata quanto la si poteva credere. Non avendo affatto letto Leopardi, mamma Rosa era ottimista. Accese una candela alla Madonna e, fiduciosa, allegra, con la speranza nel cuore, part.
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Quando arriv, con la testa un po' sossopra e stanchissima, a tutta prima il suo figliolo non la riconobbe e allorch ella disse che era "la mamma", quegli cacci una spaventevole bestemmia:
Che vieni a fare qui? grid.
A vederti, figlio mio! stent a rispondere la buona vecchia.
Avresti fatto meglio a restar laggi, vecchia vagabonda... Non ho pane per te, non ho nulla.
Oh! io non mangio molto, va!... Quanto al dormire, un pagliericcio in un angolo mi baster!...
Il figlio riflett un momento:
No disse. Tornatene donde vieni. Qui non ce ne sappiamo proprio che fare di te...
Ella supplic:
Figlio mio! Ti prego!... Ritornare? Come posso?... Quel po' che avevo, non l'ho pi... Il viaggio mi  costato caro... mi ha preso tutto... Ritornarmene?... Ah! Le mie gambe son troppo deboli, non mi porterebbero molto lontano...
Eh, lasciami in pace!... Vattene...
Figlio mio!... tanto tempo senza vederti... e tu mi ricevi cos?...
E lasciami in pace. Vattene...
Vuoi dunque ch'io muoia, di?...
E la vecchia mamma coprendosi gli occhi col grembiule, singhiozz penosamente.
Ma Pelletrini ebbe improvvisa un'idea, estranea del resto alle minaccia di morte della vecchia.
Si raddolc:
Ebbene disse ti tengo qui... a una condizione...
Tutto! far tutto, figlio mio...
Ed  che lavorerai, che guadagnerai il tuo pane...
Lo voglio, s. Davvero, lo voglio... Ma non ho pi forza nelle braccia... sono cos vecchia!
Eh! che cosa credi, che si tratti di scaricar battelli? Farai come me, come mia moglie, come i miei figlioli... Andrai negli studi e poserai, ecco!
La vecchia non sapeva in realt che cosa fosse l'andar negli studi e posare e quando suo figlio glielo ebbe spiegato:
Vergine santa grid, giungendo le mani Ges mio! Tu vuoi ch'io mi metta nuda davanti a un uomo, io che non mi son mai fatta vedere cos a nessuno, neanche al tuo babbo, te lo giuro sulla croce, neanche al tuo babbo!
Pelletrini sghignazz: quella confidenza tramutava la sua collera in buon umore.
Hai paura che la tua vecchia pelle possa eccitare i signori?... Ah, ah, ah!... la tua vecchia pelle?...
Figlio mio!... Figlio mio! Tu canzoni!...
La vecchia era divenuta tutta rossa e vergognosa: mormor con un tono pi fioco:
E poi, io son troppo vecchia! Nessuno vorr ritrattarmi cos!
Non te ne occupare... C' di quelli a cui piacciono le vecchie carcasse come la tua; ne conosco.
No, no; tu sei un cattivo...
Ma il modello, di nuovo irritato, percosse la mamma, e dopo averla battuta, minacci di buttarla fuori di casa, cos che fu stabilito ch'essa sarebbe andata a posare negli studi.
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...
L'ho vista ieri, mamma Rosa, da un mio amico scultore. Quando entrai nello studio, seduta sulla tavola del modello, posava una vecchia tutta nuda. Era lei. Immobile, come una statua, essa aveva le spalle curve; la testa, dai capelli ruvidi e radi, reclinata in un atteggiamento doloroso sulla spalla destra. Le sue mani e parte degli avambracci erano immersi fra le cosce congiunte per nascondere il basso ventre e gettare uno spesso velo d'ombra sulla triste nudit del sesso. E fra i dipinti, le pareti a calce, in quell'atmosfera di gesso, fra gli stampi d'una bianchezza fredda che ingombravano lo studio, quelle vecchie carni mortificate apparivano ancor pi gialle, con certe luci pi verdi, assumendo i toni lisci e la calda patina d'un antico avorio.
A quella vista, non potei difendermi da una profonda malinconia, quella malinconia acuta che sempre inspirano la rovina degli esseri e la morte delle cose. E tra me dissi, ripensando alle creature che avevo amato: "Presto, mie care anime, ancor vive, voi rassomiglierete alle mummie disseccate nelle loro tombe; e le rosee ampolle dei vostri seni, che tante volte mi versarono l'ebbrezza del desiderio, si inaridiranno, o miei dolci amori, e penderanno sulle vostre scomparse bellezze, come brandelli di cenci o palpebre morte. E le vostre bocche, o mie regine, dove la fremente ala del bacio palpita nel vostro alito profumato, le vostre bocche non saranno che un buco fetido e nero donde soffier la morte, o divine luci degli occhi miei! "
Tuttavia non era troppo repugnante, la povera vecchia. Si vedeva ancora ch'essa doveva essere stata bella una volta. A dispetto delle rughe del collo, delle fosse d'ombra che scavavano il petto fra i tendini scarni e le clavicole sporgenti; a dispetto delle mammelle che pendevano ignobilmente in tutta la loro tetra flaccidezza sui cercini di pelle che le cerchiavano il busto; a dispetto delle anche scarnite la cui pelle svuotata sbatteva come una vecchia stoffa troppo lenta e logora, ancora si notava su quel corpo una eleganza di linee, una nobilt di contorni, delle bellezze ancor vive e sparse fra tutte le sue ruine. Le gambe, sopra tutto, un po' magre, un po' troppo lunghe, ma dritte e salde, senza nodi alle ginocchia, senza venosit alle caviglie, mantenevano sempre un non so che di giovanile e di agile che mi stup. Anche il ventre, questa prima bruttura della donna che si deforma, il ventre stesso serbava delle rotondit piene, delle modellature delicate, una curvatura quasi elegante malgrado la profonda piega che lo fendeva nella sua larghezza, sopra l'ombellico.
Io osservavo la vecchia, invaso da una piet quasi dolorosa e nel tempo stesso tormentato da una vera inquietudine. Seduta sulla tavola, essa era immobile. Dacch ero entrato nello studio, nessuna delle pieghe della sua epidermide aveva trasalito, non un brivido aveva scosso i suoi poveri muscoli. Una mosca che ronzava intorno a lei and a posarsi sulla sua spalla, corse fra i solchi delle sue rughe, si insinu, tra le mammelle pendenti, risal lungo le braccia, scomparve dietro la nuca senza che la vecchia sembrasse provare la sensazione d'uno stimolo. A vederla cos assolutamente inerte, essa sembrava di pietra, e non c'era niente di pi spaventoso di quella macabra immobilit di quell'essere disfatto e pur vivo. La testa, reclinata sulla spalla e attaccata al tronco dai tendini obliquamente e violentemente tesi come corde, rimaneva talmente inerte che la paura, l'allucinazione cominciarono a impossessarsi di me. Poich mi guardava, la vecchia tutta nuda, mi guardava ostinatamente e i suoi occhi, abbench non mi fosse possibile distinguere il minimo movimento delle pupille, il minimo battito dalle palpebre, i suoi occhi si dilatavano, sempre aperti, fissi su me, senza muoversi. Quegli occhi mi sgomentavano, passavano dallo spavento alla collera, dalla collera alla supplicazione, dalla supplicazione alla vergogna, esprimendo in uno stesso momento mille pensieri opposti e violenti, senza muoversi.
E non soltanto non si muovevano, ma via via che io li guardavo, via via che in essi si succedevano le pi intense, le pi bizzarre, le pi anormali impressioni, essi pi si pietrificavano inesorabilmente: in basso, le sue labbra unite s'infossavano nella bocca, modellando le mascelle sdentate.
A un tratto il cerchio delle sue palpebre s'inumid; una patina pi brillante copr la vitrea convessit delle pupille e due lagrime, ingrossate nello stesso momento, scorsero sulle gote, rimbalzando calde e leggere sulla insensibile nudit di quel corpo suppliziato. Essa pianse a lungo, senza muoversi, e in lei non c'era null'altro di vivente, se non quelle lacrime che versavano, goccia a goccia, sul brutale stupro del suo pudore, le sofferenze infinite della sua anima incontaminata.
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FINE.
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LA PRIMA EMOZIONE.
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Era un vecchietto un po' curvo, mitissimo, silenziosissimo, pulitissimo e che non aveva mai pensato a nulla.
La sua esistenza era meglio regolata d'un orologio giacch non sono rari gli orologi che si incantano e si guastano. Egli invece non si arrestava mai, n si guastava. Non aveva mai conosciuto n la fretta dell'arrivare, n la pigrizia d'un ritardo, n la musica folle d'una soneria, nell'anima.
Si chiamava ii signor Isidoro Sgobba ed era impiegato al Ministero della pubblica istruzione. Cosa curiosa e rara, il vecchio conservava lo stesso posto, lo stesso ufficio, lo stesso stipendio, lo stesso lavoro di quando, giovane, era entrato nella carriera amministrativa. Un avanzamento l'avrebbe distratto dalle sue abitudini: sarebbe stato incapace di sopportarne l'idea, se questa gli fosse venuta in mente. Ma non gliene veniva nessuna. L'intrusione di alcunch di nuovo nella sua esistenza l'avrebbe pi spaventato della morte stessa.
Il signor Isidoro Sgobba si alzava alle otto, tanto d'inverno come d'estate, si recava al suo ufficio percorrendo le stesse strade, senza mai soffermarsi davanti a una bottega, senza voltarsi mai dietro un passante, senza baloccarsi a seguire i passi lesti d'una donna o ad ammirare la bellezza di un affisso murale. E per le stesse strade pure, la sera, alle sei, se ne tornava a casa, con lo stesso passo misurato, meccanico e sempre uguale. Prendeva frugalmente nella propria stanza un pasto innominabile che la portinaia gli provvedeva, quindi riusciva di casa, comperava sempre alla stessa edicola e con gli stessi gesti il Petit Journal che si portava a casa, tenendoselo sotto il braccio sinistro, per poi leggerlo a letto, fino alle nove. Dopo di che, s'addormentava.
Egli era buono, cosa facile per lui che non aveva nessuno da amare: n moglie, n figlioli, n un parente, n un amico, n un cane, n un povero, n un fiore! Era buono: intendo, che non diceva male dei suoi superiori; non aveva mai denunciato un collega; sopportava senza mai rispondere le frecciate e gli insulti. Con un curioso eufemismo, di lui si soleva dire: " Ah! quel brav'uomo di pap Isidoro Sgobba! "
La domenica lavorava tutta la giornata, poich il suo stipendio era modesto: lavorava a spulciare i conti di una vecchia signora, proprietaria, a Clichy, di cinque case operaie. Aveva sessant'anni, pap Isidoro, e non aveva pensato mai a nulla.
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Mai aveva pensato a nulla. Tuttavia un giorno, improvvisamente, andandosene all'ufficio per la solita strada, stup di vedere in aria qualche cosa di molto alto, egli che non sapeva che cosa fosse. Non conosceva n il Louvre, n Notre-Dame, n l'Obelisco, n l'Arco di Trionfo, n il Pantheon, n gli Invalidi: non conosceva, non aveva visto mai nulla. Era passato accanto a questi monumenti senza guardarli, senza vederli e, per conseguenza, senza domandarsi perch essi fossero l e che cosa significassero. Aveva ciononostante, della loro presenza materiale, un sospetto vago. Quelle facciate istoriate, quelle cupole, quelle guglie, quei massi quadrati di pietra, quelle volte aperte sul sogno azzurro del cielo, quei corsi, quelle piazze, quegli orizzonti, tutto ci si unificava nell'enorme nulla che, per lui, rappresentava la citt, la natura, tutte le cose, tutti gli esseri, tutto quanto era al di fuori del suo ufficio, della sua camera, degli uscieri del Ministero, della sua portinaia e del Petit Journal; ma quel qualche cosa di improvviso, di insolito, che sbarrava il cielo, che sviava quel suo nulla, egli non poteva fare a meno di vederlo, e, vedendolo, non poteva far a meno di pensarci. Il Petit Journal gli fece sapere che era la Torre Eiffel.
Allora, il suo spirito lavor.
Ogni mattina, con angoscia torturante, Isidoro si domand che cos'era realmente quella Torre Eiffel e a che cosa poteva servire e perch si chiamava Eiffel. Fu il solo momento della sua vita in cui il suo cervello fu agitato da un intellettuale tumulto. Ebbe coscienza di una vita probabile, all'infuori della sua, di una vita possibile oltre quella della sua portinaia: coscienza vacillante e torbida, nella quale si abbozzavano delle forme embrionali e qualche movimento appena accennato corrispondeva a quelle forme, e certi rumori inarmonici corrispondevano a quei movimenti. Ma gli faceva male al capo pensare a tante cose. Con terrore egli diceva, la mattina, agli uscieri del ministero: "Ho rivista la Torre Eiffel". E con lo stesso terrore ravvivato dalle reminiscenze bibliche, ripeteva la sera alla sua portinaia: "Ho rivista la Torre di Babele!"
Leggendo il Petit Journal egli aveva, ora, delle distrazioni: spesse volte si era soffermato per istrada, davanti a un affisso, e un giorno era rimasto sorpreso dalla stranezza dello sguardo di un passante. Presago dell'approssimarsi di qualche fantasia vaga, di un sordo bisogno di espandersi fuori del chiostro della sua camera, oltre i soffitti sporchi del suo ufficio, si spavent. Ma questo straordinario sconvolgimento del suo essere presto si acquet, la crisi spar.
A poco a poco ritorn a non dir pi nulla, a non veder pi nulla, a non sentir pi nulla, a non soffermarsi pi davanti a un affisso, a non sentir pi la commozione d'uno sguardo umano. Ritrov il tic-tac regolare del suo orologio interiore. E la Torre Eiffel si confuse con il Louvre, Notre-Dame, l'Obelisco, l'Arco di Trionfo, il Pantheon, gli Invalidi, nella bruma impenetrabile di cui si avviluppavano la morte del suo spirito e la morte dei suoi occchi. E ricominci a non pensare a nulla.
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Ricominci a non pensare a nulla. E tuttavia gli accadde una cosa inattesa e stupefacente.
Una notte egli sogn!
Sogn che pescava alla lenza, sulla riva d'un fiume.
Perch quel sogno? Mai, egli aveva pescato alla lenza. Perch un sogno? Mai, egli aveva sognato.
Le sue notti erano altrettanto vuote di sogni come i suoi giorni di pensieri. Egli dormiva come viveva: nel nulla. Il giorno e la notte erano la stessa tenebra morale che si perpetuava.
Gli parve un avvenimento grave, un fatto terribile l'intrusione d'un sogno nella sua vita notturna, importante e terribile quanto era stata l'intrusione d'un pensiero nella sua vita diurna. Ma non cerc di spiegarsi le cause di quel nuovo mistero.
La notte seguente sogn ancora.
Sogn che pescava alla lenza.
S, si vedeva seduto su un greto fra le erbe odorose e fiorite. Teneva in mano una lunga canna da pesca, dall'estremit della quale pendeva un sottile crine brillante che attraversava lo spessore di un grosso sughero rosso galleggiante sull'acqua. Di quando in quando il sughero saltellava sulla superficie immobile e dura come uno specchio. Egli tirava su, con tutta la forza dei due pugni congiunti sull'estremo della canna. Il crine si tendeva, la canna si incurvava ed egli rimaneva cos delle ore, facendo sforzi vani per tirar su il pesce invisibile. Allora, si svegliava sudato, spossato, affannando e per qualche momento, nelle tenebre della sua camera che si illuminavano di fantastiche e fosforescenti carcasse di pesci, egli serbava in s lo spavento di quella canna piegata, di quel crine teso e di quell'immobile superficie d'acqua non turbata dallo splendere d'un abletto, dalla scia d'un luccio, da nessun risucchio intorno al tappo rosso.
Per molti mesi questo sogno lo perseguit ogni notte.
Non ne prender mai dunque? si domandava con spavento.
Perch tutto il giorno pensava al suo sogno. E avrebbe proprio voluto non pensare a nulla.
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Egli avrebbe proprio voluto non pensare a nulla. E tuttavia, a furia di pensare a quel sogno, prese la passione della pesca alla lenza.
Per andare al suo ufficio, il signor Isidoro Sgobba allung la strada deviando lungo il fiume e si attard a contemplare dei pescatori. Quando tornava la sera, si soffermava davanti ad un negozio nella vetrina del quale erano esposte delle lenze, delle reti, degli accessori diversi e curiosi dei quali egli non conosceva l'uso, ma che, tuttavia, avrebbe voluto possedere. Prov un emozionante piacere a contemplare un carpione di cartone dorato che si dondolava al sommo della vetrina, sospeso ad un filo di seta. E si ripeteva frattanto, col cuore stretto e le vene gonfie da un'onda di sangue pi caldo: "Ed io non ne prender dunque mai!"
Un sabato sera, si fece coraggio; entr nel negozio, fece dei fastosi acquisti e torn a casa in preda a un'insolita agitazione. Quella notte non dorm affatto. L'indomani, di primo giorno, provvisto di lenze, di ami, di esche, le tasche gonfie di scatole, di borsette, s'incammin verso la Senna dilungandosi fino a Meudon.
A Meudon scelse un posto dove l'acqua gli sembr profonda, dove l'erba era dolce. E preparando la sua lenza, seguendo diligentemente le indicazioni suggeritegli al negozio, si diceva fra s: "O vediamo! Vediamo un po'... Non ne prender proprio mai?...". Poi, lanci la sua lenza nell'acqua.
La mattinata era festosa, l'acqua cantava dolcemente sul greto, in un ciuffo di canne. Sulla sponda, dei gitanti andavano a zonzo e coglievano i fiori.
Il signor Isidoro Sgobba teneva ben d'occhio il suo sughero rosso e bleu, sopra il tranquillo specchio dell'acqua. E aveva le labbra strette, il cuore anch'esso stretto dall'angoscia. Qualche cosa di duro e di bruciante gli stringeva il cranio, coperto classicamente d'un largo cappello di paglia.
Tutto ad un tratto il sughero ebbe un brivido e intorno ad esso si aprirono piccoli cerchi d'acqua...
Oh! oh! esclam Isidoro Sgobba tutto rosso...
Il sughero scivol pi forte sull'acqua, e disparve con un lieve gorgoglo.
Oh! oh! riesclam allora, pallidissimo. E prov una scossa. Avendo tirato, vide il crine tendersi, la canna curvarsi, il suo cuore batt come una campana pasquale... un sudore freddo gli scivol sulle tempie... ed egli cadde, sulla sponda... morto!
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FINE.
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IL VITALIZIO.
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Dopo quindici anni di esercizio farmaceutico, il signor Latte, farmacista di prima classe, ex-interino degli ospedali di Tolosa, socio di varie accademie e societ scientifiche di provincia, specialit diverse, medaglia d'oro, ecc... si accorse che, contando sui soli profitti del suo mestiere, non sarebbe arrivato mai a dotare convenientemente le sue figliole. Ne aveva cinque e, da buon padre di famiglia, geloso della felicit delle sue ragazze, ambiva per esse dei buoni collocamenti. Ambizione legittima, in fondo, giacch il signor Latte era uomo molto considerato nella citt. Vice sindaco, consigliere municipale, presidente del Comitato accentratore degli elettori indipendenti, amico intimo del deputato opportunista del quale egli aveva assicurata l'elezione, fondatore d'una societ mutua dei ciclisti regionali, segretario e tesoriere del gruppo archeologico del sud-ovest, decorato al merito agricolo, ufficiale accademico, era designato anche a pi alte funzioni e ad onori pi diretti.
Onesto partigiano, si capisce, di tutte le autorit, rispettoso di tutte le leggi, difensore di tutte le istituzioni vigenti, sotto qualunque aspetto lo si considerasse, egli era un cittadino modello. Ma la sua casa gli costava di molto: i pranzi politici, le tolette di sua moglie, l'educazione delle figliole che voleva perfetta gli costavano assai e, abbench la farmacia gli fruttasse bene, il cento per cento come tutte le farmacie, il signor Latte non arrivava mai alla fine dell'anno a mettere da parte tutto il danaro che si riprometteva.  vero per ch'egli era stato disgraziato in diverse operazioni extra-professionali e che aveva subite delle perdite considerevoli speculando sul prestito turco e sul Panama, associandosi ad una fabbrica di forni di argilla e ad un'impresa di messaggerie che non erano riuscite.
Bah! diceva lui un buon giorno trover qualche cosa di serio!
E, sull'esempio di alcuni suoi colleghi, sognava anche lui la scoperta di sciroppi miracolosi o di pastiglie magiche.
Ma scopr di meglio.
Spesso, nel suo negozio, veniva un brav'uomo, celibe, senza eredi diretti, il quale sempre si lamentava con lui delle preoccupazioni che gli costava l'amministrazione del proprio patrimonio. Il signor Latte, alla prima oochiata, l'aveva giudicato debole di carattere e ammalato.
Perch non collocate in vitalizio la fortuna vostra? gli disse un giorno. Raddoppiereste le vostre rendite e non avreste alcun grattacapo, cos...
In vitalizio?... Ah! no, grazie!... Ah! no, no! Proprio no! Non si sa mai a chi si cede la propria fortuna... non sarei pi tranquillo... Avrei paura. No, no. Ci sono tanti che oggi sono capaci di assassinarvi... e gli anarchici!...
Certo! approv il farmacista. N io vi consiglierei di far l'affare col primo che vi capiti... Diamine!  una cosa ben delicata quella! Ma trovereste tuttavia qualcuno di fiducia, un uomo serio, che so io?... Un galantuomo non mancher, perbacco! Con le leggi nuove poi... Andate l che quest'arrangiamento vi solleverebbe di molto... Non pi responsabilit, non pi tentazioni, non pi cupidigie intorno a voi... Libert assoluta, tranquillit completa: un vero paradiso! Infine, potreste godervela la vita! E poi, sapete bene che, in questo modo, un soldo ne vale due, una lira due e mille valgono duemila lire... Eh! Eh!... senza contar poi che siete robusto come una quercia!
Io! interruppe pietosamente il brav'uomo. Ma io sono malato e spaventosamente malato! Non dormo... non mangio...
Ma che, che, che! riprese il signor Latte, scrollando le spalle. Sono i medici che vi raccontano queste frottole! Gi...  il loro mestiere... Ma io, che sono medico pure, e che giudico quel che le persone hanno in corpo, ebbene, io vi assicuro che voi state benissimo... Ah! Io li manderei a spasso, i medici!...
E soggiunse con aria di rammarico:
Guardate: se come voi non dovessi rispondere della famiglia e avessi una salute robusta come la vostra, da un gran pezzo avrei gi investito i miei beni in vitalizio!
Il brav'uomo esclam:
Voi, signor Latte?...
S! Io, io: ve lo garantisco... E sentite che cosa vi dico: lo prendo io il vostro patrimonio... Ve lo prendo al dieci per cento d'interesse...  una pazzia, lo so... ma che cosa m'importa! Son cos! Mi piace rendervi un servizio... Voi non avrete sfiducia di me, suppongo...
Oh! di voi, signor Latte! Ma vi pare?...
E il brav'uomo, la fisonomia del quale passava per diverse smorfie, dall'espressione della pi viva sorpresa a quella della soddisfazione, ripet:
Ma vi pare, signor Latte?
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L'indomani il signor Latte and a far visita al medico che curava il brav'uomo. Egli desiderava avere su costui alcune informazioni confidenziali. Il dottore protest a tutta prima il segreto professionale.
Oh! fra dottore e farmacista argoment il signor Latte sorridendo non ci dovrebbero esser segreti... Eppoi! Il brav'uomo, vedete,  un vecchio parente cui voglio molto bene... la sua salute mi d da pensare... Si cura molto male, ha delle ubbe che potrebbero divenir pericolose... Bisogna sorvegliarlo... Su via, detto fra noi, caro dottore, che ne pensate dunque?
Ebbene! Sia detto ha noi disse il medico, rassicurato ma credo che sia in molto cattivo stato, il pover'uomo. Oh! Dio mio! Con delle cure, con un regime inflessibile, pu tirare avanti ancora qualche anno... ma nessuna imprudenza, sopratutto! Ci ha una mania, una mania dalla quale mi ci vuole tanta pazienza per trattenerlo. Si vuole purgare, ecco... non capisce altro! Ora, una purga potrebbe essergli fatale... Ci sarebbe tutto da temere, che so: una emorragia intestinale... e allora... vallo a ripigliare... addio!
Chiacchierarono a lungo della salute del brav'uomo, in termini tecnici; discussero alcune ipotesi e conclusero per un regime emolliente.
Benissimo! Perfettamente! esclam il farmacista che, piccandosi di significare le pi nobili analogie, soggiunse: Occorre al suo ventre libert, ma non licenza!
Come in politica, caro signore... termin il medico. Tutti gli organismi si rassomigliano. Essi funzionano per gli stessi bisogni e si guastano per le stesse cause. In medicina, come in sociologia, bisogna essere...
Ventre floscio! esclam, prendendo commiato, l'onorevole farmacista.
La sera stessa, l'affare era concluso. La settimana dopo, l'atto notarile era irreparabilmente firmato e registrato secondo tutte le prescrizioni legali e passava nel numero delle cose definitive: e nella casa del brav'uomo, mentre la ricchezza usciva da una porta, la morte entrava da un'altra.
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Tre giorni dopo, il brav'uomo, che non si staccava pi dalla farmacia, si lamentava col signor Latte.
Non va! Non va! gemeva. Non so che cos'abbia... la testa mi gira... provo come uno stordimento... Il mio stomaco  pazzo e gl'intestini si intasano... Non va bene!...
 la primavera! pronunzi categoricamente l'onorevole farmacista. Anche a me la primavera produce questi effetti... a tutti... Non c' da preoccuparsene. Una piccola purga e tutto passa... Io mi son purgato ieri... Bisognerebbe che vi purgaste voi domani!...
Il brav'uomo si spavent:
Una purga!... Ma che dite?... Se appunto mi  stata formalmente proibita...
Il signor Latte insist.
Perbacco! Ai medici non piacciono i rimed sicuri... Bisogna trascinare le cose in lungo... si capisce... Ma, alla fine poi, fate come volete... affar vostro...
Proprio? chiese il brav'uomo. Credete?
Una bottiglia d'acquavite tedesca... un bicchiere ogni dieci minuti, ecco la mia pozione... E il giorno appresso, fresco come una rosa, gaio come un uccello, forte come un turco.
-Ebbene, date qua!... Dopo tutto, questi medici se la prendono troppo con comodo.
Il brav'uomo intasc la fiala. E quando fu uscito di farmacia, il signer Latte si stropicci allegramente le mani e, pensando alla notizia che avrebbe certo appreso l'indomani, facetamente mormor:
Purga legale!...
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FINE.
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ASPETTO DELLA FOLLA.
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Ah! mio Dio!... Ah! mio Dio!... Aiuto! Aiuto!
E il signor Rodiguet apparve sulla soglia della porta bruscamente aperta, con la barba scompigliata, le braccia in aria, lo sguardo atterrito e la bocca convulsa.
Ah! mio Dio!... Ah! mio Dio! Aiuto!... Aiuto!...
Era appunto l'ora della passeggiata quotidiana, cosicch la stupefazione di vederlo in quello stato fu generale e profonda. Nel piccolo borgo ci fu come un rallentamento repentino, un arresto della vita. Accadeva una cosa incredibile. Il signor Rodiguet, ordinariamente cos calmo, cos dolce, cos metodico nella sua maniera di uscir di casa; che camminava a passi lenti, misurati, le ginocchia in fuori, le gambe scostate simmetricamente, con lo stesso angolo, un po' curvo, sempre sorridente e garbato, in quel momento faceva gesti stravaganti, smorfie mostruose, si dimenava, era cos pallido, aveva la fisonomia cos sconvolta che si sarebbe detto in preda a un attacco di epilessia.
Rimessi dal primo stupore, dei vicini, dei passanti, dei cani accorsero, si raggrupparono intorno al signor Rodiguet.
Ah! mio Dio!... Mio Dio!... grid un'altra volta il signor Rodiguet, la cui strana e incomprensibile mimica andava sempre pi accentuandosi fra lo sgomento e lo spavento generale.
Allora qua e l delle voci gridarono:
Che cosa?... Che c'?... Che cosa  successo?... Signor Rodiguet, che vi accade? State male? Che avete?
Ah! mio Dio!... Oh! mio Dio! Soccorso!... Oh!... mio... Soccorso!...
Quel dolore urlato a squarciagola in urli lunghi, accorati, si propag di porta in porta, da finestra a finestra, spinse a tutte le porte e a tutte le finestre delle facce costernate e curiose. Si incrociarono delle domande:
Ah?... Eh?... Che cosa c'?... Dove sono?... Dove andate?...
Qualcuno chiese:
 un circo, che arriva?
Un altro chiese pure:
C' il fuoco?
Alcuni, prudentemente, uscivano di casa alla svelta:
Il fuoco! Il fuoco! Dov' il fuoco?
Dei monelli gi intenti a giocare, delle donne a cucire, si precipitarono fuori, strizzando gli occhi verso l'alto, di sopra i tetti:
Il fuoco!... Il fuoco!... Dov' il fuoco?...
Perch non battono la generale?
Perch non suonano la campana a stormo?
In un attimo, uno dopo l'altro, una gran folla si ammass davanti alla porta di Rodiguet, senza saper perch.
Ma che c'?... Non  il fuoco?... Ma dove sono i pompieri?...
I pompieri non si vedono!...
Non si vedono le fiamme!
Non si vede nulla...
Un uomo che teneva in braccio un bambino, grid:
Ma non lo vedete che  pazzo?!...
E molti, subito, da tutte le parti ripeterono:
 pazzo!  pazzo!
Chi  pazzo?... Chi  pazzo?...
Attenti! Non vi avvicinate!... Vi pu mordere!...
Bisognerebbe buttargli un sacco sul capo!... Non vi accostate!...
Andate a chiamare i gendarmi!...
La folla ingrossava, e quelle parole " pazzo!" circolavano, saltavano di bocca in bocca. I nuovi sopravvenuti domandarono:
Ma chi  pazzo?
Non lo vedete?... Caccia la bava!... Ha gli occhi stravolti...
Chi?... Chi?... Quale?...  un cane?
Il signor Rodiguet vi dico! Il signor Rodiguet  pazzo!
Il signor Rodiguet! Il signor Rodiguet!
Oh, s!... Storie!...
Non vi avvicinate!
Per la quinta volta, torcendosi le braccia, il signor Rodiguet urlava:
Ah! mio Dio!... Mio Dio!... Amici miei!... miei buoni... miei cari...
E si abbatt in mezzo al cerchio strettogli intorno dalla folla, che istintivamente rincul spaventata.
Un grido d'orrore e poi silenzio.
Rodiguet giaceva al suolo, inerte, bocconi, le braccia in avanti, distese, le gambe sullo scalino della soglia, i piedi in aria.
Una voce chiese:
 morto?
Un'altra rispose:
Sembra morto.
La prima disse poi:
Guardate se  morto.
In seguito, la seconda rispose:
S, credo che sia morto... non fa sangue... ma credo sia morto!...
E la parola "morto" che passava sulle labbra di tutti, tese tutti i colli nella direzione di Rodiguet, bocconi sul suolo, la barba nella polvere.
Allora, un uomo dalle braccia nude e villose che portava cinto ai reni un grembiule di cuoio come ne portano i carradori, si stacc dalla folla, si avvicin al corpo giacente e gli gir intorno, gli si chin sopra, vi mise su la sua mano nera e disse:
Si muove... si  mosso... si muove ancora...
Ma allora.. se si muove, vuol dire che non  morto... Voltalo...
No, picchiagli sulle spalle...
E il carradore annunci:
Gli occhi si muovono... si sono mossi... si muovono ancora...
Ma allora... se gli occhi si muovono... portiamolo via...
Portiamolo in casa.
Mettiamolo sul letto.
Il medico... un medico! Presto!
L'uomo dalle braccia villose sollev Rodiguet, tenendolo stretto, gemendo, con le vene del collo gonfie dallo sforzo.
Come pesa! Dio buono! com' pesante!...
La folla si era ravvicinata, rassicurata, pietosa:
Zitti! Parla... ha parlato!
Ha parlato!...
S... ha parlato!
Che cosa ha detto? Posatelo sulla scala!... Lo soffocate, cos! Ma zitti, dunque... se parla!
E in mezzo a un leggero sussurro di voci subitamente taciute, si intese, come un soffio, Rodiguet sospirare ancora:
Ah! mio Dio!... Ah! mio Dio!...
L'uomo lo depose sullo scalino, gli sbotton il collo della camicia.
Signor Rodiguet! Ebbene?
Il signor Rodiguet trasse un lungo respiro, guard la folla, stupito di tutta quella gente che lo fissava. Grosse gocce di sudore gli imperlavano la faccia.
Su, signor Rodiguet disse l'uomo dal grembiule di cuoio voi siete ammalato. Su, ora vi portiamo nella vostra camera... vi metteremo a letto...
No... no... lasciatemi qui... non voglio...
Batteva i denti, col viso contratto dallo spavento. Balbett ancora:
Lasciatemi qui... non voglio andare nella mia stanza... non voglio che mi si metta a letto!...
Signor Rodiguet... ma siate ragionevole!...
No... no... non voglio... Andateci voi, andate... e tastate se il suo cuore batte sempre!...
Un mormorio si sollev nella folla:
Che cosa dice? Ha parlato del suo cuore?
Chiudetele gli occhi! supplic Rodiguet.
Ma il cuore di chi?... Quali occhi?... Ha perduto la ragione!... impazzisce!...
Andate! Andate!... Sta per raffreddarsi!... Ah! mio Dio! Mio Dio!... Io non ci salir pi nella mia stanza! non dormir pi nel mio letto!... Ah! mio Dio! Mio Dio!...
 pazzo!  pazzo!
Toh! sicuro! Sicuro che  pazzo! Io l'avevo detto subito!
Anch'io! Anch'io l'avevo detto! Si vede bene! Non c' bisogno d'esser furbi!
L'uomo appoggi Rodiguet alla spigolo della porta, entr nella casa... e qualche minuto dopo ritorn stupidito anche lui, con gli occhi spaventati:
Al soccorso! All'assassino!  morta!
 morta! Chi  morta?
La signora Rodiguet.
La signora Rodiguet  morta?
S... l'ha ammazzata!
Il signor Rodiguet l'ha ammazzata!
S, l'ha ammazzata... Sanguina dal cranio...  stecchita!
Al soccorso! All'assassino!...
Andate a chiamare i gendarmi!...
E il sindaco? Dov' il sindaco? Andate a cercare il sindaco.
Entriamo in casa! Andiamo a vedere!...  stecchita! L'ha uccisa!
Ci sar molto sangue, forse...
Un uomo cos dolce, cos garbato!...
Sapete che essa lo batteva?
Non gli dava che ossi da mangiare...
Lo faceva coricare per terra...
Un giorno gli ha buttato dell'acqua bollente in faccia.
S... s... E poi essa se la intendeva col fattore!...
All'assassino! All'assassino!
La folla aumentava. Da tutte le strade, da tutti i vicoli, da tutte le case affluivano i curiosi:
Che c'? Dicono che l'ha ammazzata!
I gendarmi! Ecco i gendarmi!
I gendarmi arrivarono, tutti scalmanati. Il brigadiere, un pezzo d'omaccione, domand:
Che cosa  successo? Andatevene! Circolate! Che cosa  successo?
Lasciate passare i gendarmi.
Che cosa c', perdio?
 morta!
 morta?... Chi  morta?... Andatevene!
L'ha ammazzata!
L'ha ammazzata? Chi l'ha ammazzata? Circolate! Ma circolate, scioglietevi, dunque, perdio!
Con i pugni, con i gomiti, col petto, i gendarmi s'infilarono tra la folla, bestemmiando, interrogando... Poterono finalmente penetrare fino alla soglia della casa, dove Rodiguet, tutto smarrito, gemeva sempre:
Ah! mio Dio!... Ah! mio Dio!...
Di qua, di l, nella fol1a, qualche voce comand:
Arrestatelo!...  stato lui!... L'ha uccisa!
Chi, lui?... Dov' lui?...
Rodiguet! Rodiguet!... A morte!
S, s...  stato lui! A morte!...
In quel momento, il brigadiere scorse, accasciato come uno straccio, contro lo spigolo della porta, Rodiguet.
S, s...  lui! A morte!...
Ma il signor Rodiguet con una voce triste e flebile, gem:
Non sono stato io!...  stata lei!... Essa  caduta tutt'a un tratto, battendo contro il camino.. Non sono stato io!
S, s... gridarono le stesse voci, nella folla.  stato lui! L'abbiamo visto noi! Essa fa sangue dalla testa!...  stecchita!
Perch volete che sia stato io? riprese il signor Rodiguet. Perch?... Ah! Mio Dio!.. Ah! mio Dio!...
Tacete! ordin il brigadiere.
E rivolgendoisi alla folla che cacciava sempre violente grida di morte:
Andate!... Circolate! Che cosa ci fate qui, voialtri? Andate via!
Poi si rivolse ai due gendarmi che lo seguivano:
Stendiamo il verbale... Andate a cercare il medico... Andate a chiamare il giudice di pace... Si faccia il verbale.
E poggiata la sua larga mano sulla spalla di Rodiguet, intanto che la folla urlava "A morte!", egli disse:
In nome della legge, vi arresto!
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FINE.
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IL POLACCO.
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La casa dove abita il Polacco  sulla strada, vicino alla foresta, incuneata, per cos dire, nella foresta: una casupola indicibilmente miserabile, i cui muri di mota cotta si sgretolano, e il cui tetto di paglia  qua e l sfondato mostrando le latte imputridite. Davanti alla casa si stende un giardinetto, un piccolo quadrato di terra dove crescono liberamente e impetuosamente delle erbacce selvatiche, cinto da una stecconata cadente. Di estate, alcuni girasoli innalzano, sopra l'erbe, verso la luce, la loro gialla inflorescenza. Quando passate sulla strada, davanti a questa casa, vi sale alle nari un lezzo di grasso, di selvatico, di secrezioni cutanee che vi fa lacrimare gli occhi.
Dei quattro ragazzi che vivevano come vermi in quella lordura, tre sono morti, portati via da una epidemia difterica: l'ultimo non  mai l... Vagabonda per le vie della citt, sui marciapiedi, mendicante e ladruncolo insieme. A casa non ritorna che la notte: se  a tasche vuote,  battuto; se mette sulla tavola il frutto dei suoi ladrocin  incoraggiato con un breve gesto di approvazione.
I viandanti fuggono quella casa, le cui finestre, al cader della notte, rilucono come occhi criminosi...
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Seduto sugli scalini, il Polacco fabbrica svogliatamente scope di betulla pel prossimo mercato. Si vede che quel lavoro ripugna alla sua forza.  un uomo piccolo, tozzo, con le spalle quadrate, i muscoli poderosi, le reni elastiche. Del suo viso nascosto dalla sterpaglia della barba rossiccia, non si vedono se non due occhi stranamente brillanti, due occhi di strige, e due narici che battono incessantemente, come quelle dei cani che hanno fiutato nel vento l'odore della selvaggina.
La moglie, alta, secca, rugosa, intreccia panieri di vimini, in casa... Il profilo tagliente del viso e la sagoma rigida s'indovinano pi che vedersi nell'ombra densa di quella sinistra dimora.
Tutt'e due non si dicono nulla. Qualche volta ristanno dal lavorare. E il silenzio di quei due esseri ha in s qualche cosa di terribile e di micidiale.
Dei fagiani si posano sulla strada: dei fagiani volano sopra la strada. Il Polacco li guarda passare, li guarda volare. I suoi occhi brillano dippi, le sue nari fremono pi frequenti: riflessi d'oro, splendono, ondulano nella sua barba ad ogni moto della testa.
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A un tratto, senza che si possa vedere donde sia venuto, sulla strada appare un guardacaccia col carniere a spalla e il bastone di corniolo, che si ferma davanti alla palizzata.
Ha il viso duro, i baffi ruvidi, la pelle lionata come il cuoio degli stivali che gli cingono i garretti. Un raggio dell'ultimo sole fa scintillare sul suo petto la placca d'acciaio, indice della sua autorit.
Ehi! Polacco... chiama.
Il Polacco solleva lentamente la sua testa di bestia feroce verso la guardia e non risponde. I suoi occhi, un momento prima cos brillanti, si sono spenti. Se ne distingue appena la luce appannata, sotto il cespuglio della folta barba. Le nari non fremono pi.
Ehi, Polacco! ripete la guardia. Sei sordo dunque?... Mi senti?...
Allora il Polacco con voce burbera risponde:
Non son sordo e ti sento... Vattene per la tua strada... non abbiamo niente da dirci...
La guardia si dondola con una pallida smorfia sulle labbra.
S, abbiamo qualche cosa da dirci... Io non vengo da nemico...
Il Polacco scuote il capo.
Ti ho detto di tirare innanzi... Non hai niente da fare tu, qua... Ti par chiaro?
E il Polacco si rimette al suo lavoro, mentre dal fondo della casa una voce stridula di donna grida:
Ma se ti diciamo d'andartene, canaglia!...
Il guardacaccia insiste e vorrebbe oltrepassare la stecconata: ma il Polacco si rizza d'un balzo verso di lui, gesticolando furiosamente, con una fiamma omicida negli occhi, e grida:
Ti proibisco d'entrare in casa mia! Intendi bene... se tu entri... quanto  vero che io sono il Polacco, perdio, ti accoppo!
La voce della donna ripete dal fondo buio della casa:
Accoppalo! Accoppalo!
Allora, ascoltami... dice la guardia alzando le spalle. Ho visto ancora tracce di te nel bosco, questa notte.
 falso!
E dove hai tagliato quelle barbe di betulla?
Non ti riguarda questo... le ho tagliate dove mi  piaciuto...
Va bene... Non ti ci ho preso e puoi dir quel che vuoi... Ma non si tratta di questo... Vuoi vendermi la tua casa?
La mia casa?... rugge il Polacco.
S la tua casa. Te ne d mille lire.
Ah, ah! Ti d noia, eh?... A te e al tuo padrone, eh? B, guardami bene: se me ne volessi dare trecentomila scudi, ti direi di no.
 la tua ultima parola?
S.
Va bene. Ma ti avverto che sei sorvegliato.
Me ne infischio di te, capisci, di te e di chi ti manda!... Ed io pure t'avviso che andranno a finir male le vostre soperchierie! Non lasciar vivere in pace un pover'uomo!... Ah, fortuna!...
E, improvvisamente:
Perch hai ammazzato il mio cane?
Perch cacciava i fagiani.
 falso... E le mie tre galline che hai uccise?... Anche quelle cacciavano i fagiani?...
Quelle raspavano i semi di pino.
Perch m'hai fatto scacciare dal castello?... Mi guadagnavo la vita onestamente.
Perch cacciavi di frodo?
 falso!  falso!
Dall'ombra della casa la voce della donna, sempre pi irosa, sottolinea le risposte del guardacaccia con queste parole:
Canaglia!... Canaglia!... Assassino!...
Ma la guardia non se ne commuove.
Bada a te, Polacco!... Questa volta non ti risparmieremo...
Bada a te, piuttosto!... affamatore della povera gente... perch... s, ne ho abbastanza, di crepar di fame per causa di voialtri... M'avete preso tutto, voialtri... E crepare per crepare...
Allora il guardacaccia, molto calmo, dice:
Io non ho paura di te... e non sono neanche cattivo con te, giacch ti avverto, vedi... Sta a te di pensarci... Io me ne vado.
E facendo risalire, con un colpo di reni, il carniere sulla spalla, salta leggermente sulla strada e si allontana senza voltare la testa.
Il sole cala, si sprofonda dietro i macchioni pi cupi della foresta.
Il Polacco si rimette al suo lavoro, imprecando:
Ne ho abbastanza... Troppa miseria... Crepare per crepare...
...
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...
La notte  discesa, il Polacco rientra in casa. La madia  vuota... Entrambi, la donna lunga e magra e l'uomo basso e tarchiato, restano l nell'ombra, silenziosi.
A un tratto:
Ehi! fa la donna.
Che c'?
Non c' luna, questa notte.
No!... La notte sar nera...
Certo, egli sorveglia, questa notte, il sentiero delle betulle.
S...
Ebbene?
La donna solleva a tastoni una pietra che, sotto la cappa del camino, ostruisce un profondo buco, e ne estrae un fucile: ne prova il grilletto e con voce rauca, sibila:
Bene... se hai fegato... ci andrai anche tu...
Dmmi! fa il Polacco. Crepare per crepare!
Il Polacco esce di casa. La notte  proprio nera, difatti. Ascolta. Nessuno sulla strada... Nessuna vettura... nessun rumore... Ascolta ancora...
Lontanissimo, nel silenzio, un gufo canta il sua lugubre canto di morte...
...
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FINE.
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IL SIGNOR QUARTO.
...
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Ieri fu seppellito il signor Quarto.
Fu una cerimonia commovente.
Non volendo distinguermi con la mia astensione che sarebbe stata unica e severamente giudicata in questo paesello impressionabilissimo e molto geloso del suo particolarismo, feci anch'io come tutti e accompagnai il venerabile signor Quarto all'ultima dimora.
Al cimitero, sotto una pioggerellina di neve fine e ghiaccia che era sferzata obliquamente da un aspro vento di nord-ovest, il signor sindaco prese la parola, ci che non accade se non nelle eccezionali circostanze della necrologia locale, come per esempio alla morte d'un consigliere municipale o d'un cavaliere al Merito agricolo.
Abbench, per sistema, il signor Quarto non fosse stato niente di simile, anzi, per temperamento, non fosse stato niente affatto, nessuno si maravigli di quel considerevole onore aggiunto all'insolita pompa dei suoi funerali.
Si sentiva bene che qualche cosa di nazionale aleggiava al disopra delle liturgie pi umili e del funerale di ultima classe.
Dopo avere con voce biascicata e consacratoria celebrate tutte le virt private dell'estinto, il signor sindaco, in vena di eloquenza, cos concluse:
"Non sta a me, signore e signori, giudicare la vita del signor Quarto. Altri, pi autorevoli di me, renderanno a questo ammirabile nostro concittadino questo meritato e supremo omaggio. Se il signor Quarto, che noi tutti piangiamo, non si offr mai alla riconoscenza dei suoi compatrioti e della sua citt che, grazie alla vostra fiducia, ho l'onore di amministrare, con reali liberalit, con diretti atti di beneficenza o per lo splendore di una intelligenza superiore o per l'utilit di una qualsiasi cooperazione pecuniaria o morale allo sviluppo della nostra piccola vita municipale, mi sia tuttavia consentito, e credo essere interprete degli unanimi sentimenti della nostra cara cittadinanza, mi sia permesso, dico, di rendere alla memoria del signor Quarto la giustizia che le  dovuta.
"S, o signori, il signor Quarto, nel quale io voglio vedere pi che un uomo, un principio sociale, ci avr dato sempre l'esempio, l'alto e vivificante esempio d'una virt, ah! molto francese questa!, d'una virt meravigliosa fra tutte, una virt che fa gli uomini forti e i popoli liberi: l'economia!
"Il signor Quarto  stato fra noi il vivente simbolo del risparmio... di quel piccolo risparmio coraggioso e fecondo che nessuna delusione colpisce, che nessuna sventura stanca e che, incessantemente ingannato, derubato, insidiato, continua tuttavia ad accumulare per le depredazioni future, a prezzo delle pi inconcepibili privazioni, il denaro di cui non godr mai, di cui non si servir mai, ma che serve, ha servito e servir a edificare la fortuna e a dissetare le passioni... degli altri. Abnegazione meravigliosa! salvadanaio ideale! ideale calza di lana!
"In un'epoca cos profondamente turbata come la nostra, sar onore del signor Quarto l'esser rimasto fedele, par fas et nefas, come dice il poeta, a tradizioni nazionali e credenzone nelle quali si riconforta ii nostro ottimismo, se oso esprimermi cos, poich, come ha scritto un grande filosofo di cui non ricordo pi il nome, "il risparmio  il padre di tutte le virt e il principio di tutte le ricchezze nazionali".
"Ed ora, Giuseppe Emilio Quarto, addo!"
Malgrado le sue reticenze e le sue oscurit, questo discorso mi illumin improvvisamente. Tosto compresi la significazione umana del signor Quarto, la sua importanza sociale e i reciproci sentimenti del pubblico che lo ammirava e lo piangeva come un eroe. Tuttoci mi sembr forte di una solida concatenazione e di un'implacabile logica. Io trovai il signor Quarto armonizzante col pubblico, il pubblico armonizzante col signor Quarto, e il signor sindaco, anch'esso, armonizzante con tutti e due. E arrossii di non averlo compreso pi presto!...
Il signor Giuseppe Emilio Quarto era di una costruzione fisica luminosamente evocatrice della sua anima. Corto, grasso e rotondetto, egli aveva fra due gambe fragili un piccolo ventre ben teso sotto il panciotto; la sua bazza si disponeva congruamente sopra lo sparato della camicia, in un triplice cercine di grassa giallastra; sotto le palpebre gonfie, gli occhi avevano il triste e freddo luccichio di un franco d'argento.
Egli rappresentava esattamente l'ideale che l'Economia politica, i governi liberali e le societ democratiche si fanno dell'essere umano, cio a dire qualche cosa di assolutamente impersonale, d'improduttivo e d'inerte: una cosa morta che cammina, parla, digerisce, gesticola e pensa, secondo meccanismi scrupolosamente calcolati... qualche cosa infine che si chiama "uomo che vive di rendita".
E rividi il signor Quarto uscir di casa tutti i giorni a mezzod, discendere sul marciapiede di sinistra la via Parigi, arrivare fino al quarantacinquesimo albero sul viale Bernichette; quindi tornare a casa per il marciapiede di destra, dopo aver fatto lo stesso numero di passi del giorno avanti e non avere speso pi movimenti muscolari, n sforzi cerebrali di quelli che gli permetteva il piccolo contatore interno, regolato e caricato dallo Stato ogni mattina, che in lui, teneva il posto dello spirito.
La folla lentamente si allontan dal cimitero, in preda a una tristezza visibile. Io raggiunsi il sindaco che si asciugava la bocca, ancora impastata dalla densa saliva delle parole proferite. Gettammo un'ultima pala di terra sulla fossa in cui era stata calata la cassa del signor Quarto e tornammo insieme in citt.
S, caro signore mi disse il sindaco il nostro Quarto fu un eroe; e s'innalzano statue a gente che vale meno di lui, a scrittori, per esempio, a filosofi e scienziati che turbano la vita degli uomini e la complicano con pensieri inutili ed atti pi inutili ancora... Ci sarebbe stato assai pi da dire sulla tomba di questo ammirabile signor Quarto, che io non abbia detto!... Ma che volete! quella folla non avrebbe compreso nulla!... Quello che, nei riguardi del signor Quarto, mi impressiona,  che egli non gust mai la pi piccola gioia, non si permise mai il minimo piacere... Anche al tempo della sua ricchezza, egli non conobbe quello che il pi povero dei mendicanti qualche volta conosce... un'ora di divertimento. Egli si priv di tutto e, accanto al suo denaro, visse pi miserabile e pi nudo del vagabondo da strada maestra... Nella sua quotidiana passeggiata non oltrepassava mai il quarantacinquesimo albero del viale Bernichette. Nello stesso modo, in qualsiasi campo della conoscenza e della fantasia umana, egli non ha voluto mai oltrepassare il quarantacinquesimo albero. Non volle accettare n una onorificenza, n una responsabilit qualunque essa fosse, pel timore di doverla pagare con obblighi o incarichi che potessero distrarlo dall'opera sua... Economizz, risparmi... ecco la sua opera! E niente lo trattenne: n i furti domestici, n le conversioni dalla rendita, n le catastrofi finanziarie!.. E come in tutte le cose aveva idee giuste e sane!... Un giorno, mi vide dare un soldo a un poveretto che pareva morisse di fame. "Perch dar denaro ai poveri?" mi chiese. "Voi incoraggiate i loro viz, facilitate i loro istinti di spreco e di deboscia... Credete dunque che i poveri economizzino?... Essi bevono, caro signore, bevono il vostro denaro! Io non ho mai dato nulla... mai dar nulla..." Aveva di queste profonde parole, lui!
Una pausa di ammirazione e quindi soggiunse:
Infatti, il signor Quarto inform rigorosamente la sua condotta ai suoi princip di morale sociale... Non dette mai nulla... gli presero tutto... il Prestito turco, il Panama, ed altro!...  morto rovinato! Se fosse vissuto pi a lungo, saremmo stati obbligati a ricoverarlo all'ospizio, come un indigente! Che esistenza ammirabile!
Eravamo frattanto arrivati alla porta di casa del sindaco che, stringendomi la mano, concluse melanconicamente:
Gambetta disse che i tempi eroici sono passati!... Ebbene! Non sapeva certo che cosa fosse un uomo che vive di rendita!...
 LE ANIME SEMPLICI
Appena il signor curato seppe che il signor Rouvin, malato da due giorni soltanto, era agli estremi, accorse al suo letto.
La vecchia fantesca inebetita dal dolore lo introdusse in camera: il curato pot a stento contenere la propria emozione e gli occhi gli si empirono di lacrime. Li asciug in fretta e, facendo uno sforzo su se stesso, diede al suo viso sconvolto una espressione quasi sorridente.
Il signor Rouvin era adagiato sul letto, pallidissimo, molto debole, con le narici affilate, la fronte madida di sudore. Le sue mani grattavano la tela del lenzuolo, ma senza brusche contrazioni, e dalla sua gola si sprigionava un leggero sibilo, ma senza rantoli dolorosi. Sembrava che non soffrisse. L'agonia non torceva nessuno dei suoi muscoli, non alterava la sua fisonomia rimasta pacifica. Egli moriva come ci si addormenta.
La camera era tutta chiara e luminosa con i suoi muri bianchi, le sue tende a gai fiorami, la sua atmosfera di purezza e di pace morale. Dalle finestre aperte sul giardino, il sole cadente entrava insieme agli aromi dei fiori, e laggi in fondo, al disopra delle pendici montuose che svanivano in una bruma dorata, un gran cielo dolcissimo, d'un azzurro madreperlato, dava uno sfondo di magnifica luce a quell'augusto e terribile dramma della morte.
Il curato si avvicin al letto, camminando sulla punta dei piedi. Egli credette veder passare una inquietudine negli occhi del moribondo interrogativamente fissi su di lui. Allora gli si chin sopra, ben vicino e gli disse:
Non vengo per quello che credete...non vengo da prete... ho sempre rispettata la vostra vita... e rispetter la vostra morte state tranquillo, amico mio... addormentatevi senza tener conto di me.
Poi, con voce un po' pi tremante soggiunse:
Vengo da amico a darvi un ultimo addio, un ultimo fraterno saluto!...
Prese dolcemente la mano del morente, la quale stava gi per raffreddarsi, la strinse con forza delicata e ancora disse:
Vengo anche per domandarvi se non avete nulla da confidarmi, nessuna particolare raccomandazione. Tutte le vostre volont, amico mio, saranno fedelmente e devotamente obbedite, qualunque esse siano, ve lo giuro!
Con uno sguardo vago, il signor Rouvin accenn contro il muro, fra le due finestre, uno scrittoio... le sue labbra si mossero impercettibilmente cos che il prete indovin pi che non intendesse queste parole soffiate appena:
Domani!... l... per voi... una lettera... Grazie!
Bene fece gravemente il curato, e come si pronunzia un giuramento, ripet: Qualunque esse siano!
Il curato sedette in una poltrona, accanto al capezzale, con la mano ghiaccia dell'agonizzante fra le sue, e rest cos, a lungo, immobile, desolato.
Ripensava la eccezionale, miracolosa bellezza a cui si era informata tutta l'esistenza del signor Rouvin, la sua carit inventiva che aveva salvato dalla fame tanti disgraziati e fatto loro conoscere la gioia di vivere, la dolcezza di esser buoni. Pensava sapratutto a quella facolt, per cos dire, evangelica, che aveva di ricondurre al bene le anime traviate e i cuori pervertiti senza mai parlar loro di Dio, al quale essi non credevano, senza ricorrere mai alle consolazioni religiose che giudicava dannose, immorali, e vane. I mezzi ch'egli usava per calmare gli od, per scongiurare i delitti, per vincere erano puramente umani. Egli non impiegava che una forza misteriosa e candida alla quale, se ben diretta, nulla resiste: l'amore.
Il bravo curato comprendeva che il signor Rouvin era per trasmettergli una simile eredit di beneficenza, e la riteneva troppo grave per s.
S... s... sar troppo grave per me... Non sapr cavarmela io... ripeteva tra s. E pure, io ho l'aiuto di Dio, e l'esorabile appoggio di tutti i santi della Santa Chiesa!... Ah! Dio non  tutto, forse... Occorre anche un'attitudine amministrativa, e appunto quest'attitudine mi manca.
Mentre rifletteva a queste cose preoccupanti, venne la sera e poi la notte. La vecchia donna di servizio accese una lucerna che nella camera sparse un chiarore scialbo e lugubre: poi si appoggi sulla spalliera della poltrona, dove il prete era in bala dei suoi pensieri, e per non scoppiare in singhiozzi si morse le labbra.
Una bellezza nuova, una bellezza di bianca e luminosa eternit si spandeva sul viso di Rouvin, il quale, via via che la vita l'abbandonava, si semplificava fino a non serbar pi nulla d'umano, e si trasfigurava sotto le invisibili dita di quel magico scultore che  la morte.
Siccome altri doveri lo chiamavano alla cura e alla chiesa, arrivata l'ora il prete si alz, baci piamente la fronte del moribondo, profonda e calma come un cielo, e usc dalla stanza dove, tra pochi momenti, qualche cosa di grande e di quasi divino sarebbe scomparso. La vecchia fantesca, che lo accompagn sulla scala, scoppi a piangere.
Un uomo come lui!... Un uomo come lui!... morire senza il buon Dio!... Oh! che disgrazia!...
Non lo giudicate! disse il prete col dito levato verso l'infinito Non lo giudicate, come non lo giudico io, come non lo giudicher neppur Dio che sa tutto...  un santo!
E rientrando al presbiterio, con lo spirito pervaso dal terrore del dubbio, il prete pensava:
Senza Dio ha vissuto una vita ammirevole. Muore, senza Dio, calmo e raggiante, come un santo! Dio!... Dunque  possibile che Dio sia inutile a chi possieda una coscienza?
Il signor Rouvin si spense la mattlina, mentre si spegnevano le stelle.
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Ecco il contenuto della lettera trovata all'indomani nello scrittoio. Sulla busta c'era scritto, semplicemente, il nome del curato.
"Mio caro amico,
"Desidero essere sepolto civilmente e senza pompa. Ho vissuto lontano dal rumore e voglio scomparire nel silenzio. Sopratutto voglio che la Chiesa non venga, con la menzogna delle sue preghiere, a rompere l'armonia di tutta un'esistenza trascorsa fuori del suo culto e delle sue credenze.
"Voi m'avete generosamente aiutato a compiere alcune opere utili agli uomini; vi lascio la cura di continuarle, secondo, le idee che ho trascritte nel mio testamento. Conto dunque, sulla vostra tollerante amicizia, sul vostro gran cuore perch sia assicurata l'esecuzione di questa mia suprema volont, per quanto penosa essa possa riuscire alla vostra anima di credente, per quanto contraria sia realmente al vostro carattere di prete cattolico. E ve ne ringrazio.
"LUIGI ROUVIN".
Quando ebbe finito di leggere questa lettera cos terribile e cos breve, il curato rimase annichilito. A questo, non aveva mai pensato. A tutto aveva pensato, ma non a questo. Questo solo non gli era sorto nello spirito. E tuttavia, questo doveva essere! Quella morte era la conseguenza logica di quella vita!
Non posso!.... No, non posso partecipare a questo atto di empiet disse tra s. Che un uomo, che una creatura di Dio, sotto la mia protezione di ministro di Dio lasci la sua vita terrena senza una preghiera, senza un canto sacro, senza una goccia d'acqua benedetta, non pu essere, non pu andare!...
Poi, d'improvviso, si ramment il suo giuramento al capezzale del moribondo: "Qualunque esse siano!" aveva giurato... Che fare? O doveva essere spergiuro o infamarsi! Si rec in chiesa e, in ginocchio sugli scalini dell'altare, con gli occhi e le mani tesi in una straziante supplicazione verso la faccia del Cristo, rimase assorto nella preghiera per buona parte del giorno.
...
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...
L'indomani, davanti alla casa del morto era una folla in lutto. Nel vestibolo, l'umile bara ricoperta d'un drappo nero scompariva sotto un cumolo di fiori e di corone. Tutti i volti esprimevano la pi profonda afflizione: il lutto non era soltanto sugli abiti, ma nei cuori: si sentivano ogni tanto i singhiozzi soffocati nei fazzoletti.
A un tratto, un personaggio vestito in modo strano comparve tra la folla attonita. Non lo si riconobbe a tutta prima. Indossava un'antica redingote, con le falde a pieghe, troppo stretta alle spalle; i pantaloni troppo corti e logori erano troppo larghi per le sue gambe magre; aveva le scarpe nuove: il cappello duro, ingiallito dal tempo, richiamava lontane epoche ed esilaranti caricature.
Il signor curato! Il signor curato!
Questo grido corse nella folla e si propag di bocca in bocca. Presto, lo stupore fece posto all'ammirazione. Quantunque fosse acconciato come una maschera, il curato apparve bello e sublime. Gli uomini, commossi, gli si avvicinarono, gli sorrisero, gli baciarono le mani: le donne piansero di tenerezza.
Signor curato! Signor curato!
Ed, egli, un po' confuso fra tanti omaggi, balbettava:
Ma no... Ma no... Non faccio che il mio dovere!...
E risolutamente si pose alla testa del corteo, dietro il feretro, a capo scoperto, il passo nobilmente sicuro.
Al cimitero, si avanz verso la fossa e disse:
Miei cari amici! Quello che noi piangiamo, fu un santo... un gran santo... Onoriamo la sua memoria e ispiriamoci alle sue virt... Egli fu un santo... ve lo garantisco... E Dio che m'intende, lo sa... perch Dio, miei cari amici...
Commosso, turbato, egli s'imbrogli, cerc delle frasi, e non trovandone... balbett
...perch Dio, non  una bestia... e per un'abitudine involontaria, sopra la terra rimossa, agit le mani come se muovesse l'aspersorio.
...
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FINE.
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PER INGRANDIRSI.
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Il signor Giulio Pasquain, antico merciaio, e la signora Sidonia Pasquain, sua sposa, trovandosi troppo ristretti nella loro piccola casa di piazza della Chiesa, comprarono una pi vasta propriet che vagheggiavano da gran tempo. Le due signorine Pasquain, due zitelle allampanate quantunque mature, ne furono incantate. E c'era ben di che! Pensate. Una cancellata di ferro battuto, dei vecchissimi alberi, un viale di carpini, un frutteto, e, in mezzo a una nicchia di conchiglie rovinata, i resti d'una antica fontana: non era mica una cosa tanto banale e che si vedesse tutti i giorni!
L'abitazione sopratutto era notevole: bianca e bassa con grandi finestre centinate, col suo alto tetto di ardesia, dalla strada offriva agli occhi dei passanti un aspetto comodo, imponente e quasi "signorile", come diceva la signorina Geltrude, la maggiore delle signorine Pasquain, la quale aveva dei gusti "aristocratici" e pativa molto di abitare in una piccola casetta somigliante a tutte le casette del paese.
Infatti, l'acquisto di quello stabile che era appartenuto un tempo all'intendente di una nobile famiglia, nobilitava ed elevava i Pasquain d'un grado al disopra dei minuscoli borghesi non gerarchicizzati. Le signorine Pasquain assunsero subito delle arie pi altezzose, delle maniere pi complicate e posarono da gran dame, cosa che i vicini giudicarono, del resto, naturale e obbligatoria. Bisognava ben fare onore a una cos bella propriet. Esse speravano cos speranza formalmente condivisa da tutta la famiglia di scovare, col prestigio di quella specie di castello, un prossimo e conveniente matrimonio.
Ma tutto questo non si era compiuto senza lunghe riflessioni, senza lunghe, commoventi, angoscianti esitazioni. Per mesi e mesi si era pesato su tutte le bilance della saggezza il pro e il contro: erano state sollevate infatti formidabili obiezioni, molti conti arruffati, misurata l'altezza dei soffitti, la larghezza delle finestre, la profondit degli armadi a muro giacch di armadi a muro ve ne erano in tutte le stanze, ci che  molto comodo -, provata la solidit delle muraglie, osservato il tiraggio dei camini.
Cosa curiosa, fu proprio la signora Pasquain a sollecitare le trattative. Per solito essa mancava in ogni cosa di decisione; non poteva risolversi a prendere un partito, neanche negli atti pi consueti della vita domestica; e per cambiare di posto una tavola, per comperare un abito, un mazzo di navoni, un gomitolo di filo, non perveniva mai a decidersi, se non spinta dall'urgenza. Erano profondi aggrottamenti di ciglia, lunghi sospiri e degli "ah, se io avessi saputo!" che non finivano mai.
Ma la casa le piaceva. La signora Pasquain aveva ideato come avrebbe potuto meglio distribuirla e voleva prenderne possesso subito.
Concluso l'affare, firmato il contratto di vendita, la signora Pasquain fu come schiacciata dalla sua arditezza. No: non era possibile... Quella risoluzione irreparabile, che tagliava corto alle riflessioni, alle obiezioni, alle esitazioni, ai ma, ai se, ai perch, le parve una sorpresa violenta, una criminosa effrazione della sua volont, qualche cosa come una catastrofe terribile, improvvisa, che era impossibile aspettarsi. E gemeva continuamente:
Una casa cos grande!... Forse ci sar dell'umidit... Le serrature che non vanno!... E tutto quel terreno!... Non me la potr cavare da me! Ah! mio Dio! che cosa faremo l dentro?
Il pensiero d'una nuova installazione, tuttavia discussa, prevista nei suoi pi meticolosi particolari, l'accasci come un compito troppo pesante per lei, le ruppe le braccia, le schiacci il cervello. Essa escogit dei mezzi bizzarri per rompere il contratto.
Ma dal momento che  firmato, registrato, pagato... diceva il signor Pasquain ...se ormai hai firmato!
Ho firmato... ho firmato... badava a ripetere la signora desolata. ...Ebbene, non  mica una ragione sufficiente! Posso essermi ingannata... Ci debbono esser bene dei motivi d'annullamento... Prima di tutto io non ho firmato con molto trasporto... eppoi, ammetti il caso che domani sfondi il tetto. Giacch in fondo...
Ebbene?
Ebbene, ti dico che non  giusto... che si sarebbe potuto attendere... e che se tu volessi...
E perch, impazientito, il signor Pasquain alzava le spalle:
Oh! tu, lo so rimprover la signora. tu non hai mai conosciuto che cosa sia danaro...
Ci vollero diverse settimane prima che la signora Pasquain si abituasse a questa schiacciante idea che il contratto  irrevocabile, che non ci si pu ritornar sopra, come suo marito pazientemente le spiegava col codice alla mano.
Il codice, il codice!... tentava ancora di discutere. Gli si fa dire tutto quello che si vuole, al codice. Tu stesso sai che lo dici sempre.
Ma la sua resistenza diventava pi blanda. Un bel giorno, fin per dichiarare:
Dopo tutto, siamo stati tanto tempo a disagio e ristretti, che possiamo ben pagarci il piacere di stare un po' comodi!...
Ma s appoggi il signor Pasquain Eccoti finalmente ragionevole!... Dio mio! La vita non  lunga... Un po' di buon tempo, via... non fa male, quando si pu...
Questo  vero!...
La signora Pasquain si intener:
Dal momento che le ragazze son contente... Che cosa domando io, se non che le nostre figliuole siano felici?... Tutto il resto  nulla. Confesserai ad ogni modo che siamo stati troppo precipitosi: non  stata una cosa prudente... E poi, in questa casa enorme, non potranno mai bastare i nostri due domestici!...
Ma s, ma s! interruppe il signor Pasquain. Tu ti fai di tutto uno spauracchio. Ebbene! Prenderai una ragazzetta di pi, una servetta da dieci lire al mese.
Mah! Purch siamo contenti! Purch ci si trovi bene!
Da quel momento la signora Pasquain, seria e attiva, and tutti i giorni a vagabondare nella casa, soffermandosi davanti a ciascun oggetto, intavolando con ogni cosa degli strani colloqu.
Una mattina, a colazione, ella disse con aria molto seria:
Bisogner fare delle grandi economie. Ho riflettuto bene... Cos per esempio, il salotto! Noi non ne abbiamo bisogno, d'un salotto! Vediamo cos poca gente, noi!... Si potrebbero vendere i mobili del salotto.
Oh, mamma! esclam Geltrude Ed io che pensavo che lo avremmo accomodato anche meglio!
Sei tu che paghi? le domand la signora Pasquain con lo sguardo duro e la voce secca Taci... Cos  pure per il pianoforte... non lo sonate mai... A che serve il piano, domando io! S, s... niente ingombri, niente cianfrusaglie!... Le ho in orrore! Ho in orrore le cose inutili.
Ma, mammina os rispondere Geltrude, cocciuta ...il pianoforte, tu l'hai comperato con le nostre piccole economie e con le nostre piccole strenne di capo d'anno. Se non soniamo,  perch tu non permetti che l'accordatore venga a ripararlo... insomma...  nostro, il piano...
Niente  vostro, qui, capite? rimprover la signora Pasquain.
E rivolgendosi a suo marito, che non diceva nulla:
Cos, il cavallo e la carrozza... domando un poco, che bisogno abbiamo di tutto ci... Noi non usciamo quasi mai... Credo che potremmo venderli... questa s che sarebbe una sonora economia!...
Il signor Pasquain osserv con tono irritato:
Ma accidenti! Non si pu pertanto vendere tutto!... Non abbiamo mica comprato questa casa per poi privarci di tutto quanto ci fa comodo!
L'indomani, fu ancor peggio. E quando la signora Pasquain ebbe dichiarato:
Licenzieremo i domestici... Le ragazze accudiranno alla casa, io alla cucina... Prenderemo un mezzo servizio per le fatiche pi grossolane... tutti sobbalzarono.
Il signor Pasquain intervenne, molto fermo e dignitoso:
Come! Ma tu stessa dicevi che non avresti potuto badare alla casa con le due sole persone di servizio... Questa  pazza!... E il giardino? Ci pensi tu, al giardino? Io, lo sai bene, ci tengo molto ai miei legumi, ai miei alberi, ai miei frutti!...
I tuoi frutti!... Ah! Fai proprio bene a parlarne. Abbiamo avuto venti pere quest'anno... Non ho potuto fare neanche un poco di conserva di mele, quest'anno, coi tuoi frutti! No, no... non pi spreconerie, non pi superfluit!... Non siamo mica milionari, noialtri... Tu farai col tuo giardino come far io con la mia casa... prenderai un uomo a giornata, una volta alla settimana.
Non valeva allora la pena di comprare una casa pi grande se tu devi vender tutto, licenziar tutti, privarci di tutto... di tutto!
La signora Pasquain ebbe uno sguardo di trionfo e grid:
Ah! Non te l'avevo detto? Te lo avevo cantato io che facevi una sciocchezza, una pazzia!
Ma sei stata tu, che hai avuta l'idea di quella casa! Questo  il colmo, poi!... Tu, che qui ti sentivi troppo ristretta... Siamo giusti, poi!...
Bravo! Ecco che sono io, adesso!... Ah! senti... son mortificata di dovertelo dire... ma tu menti... e questo non  bello per un uomo della tua et!
Queste scenate si rinnovarono spesso.
Fu deciso che non si sarebbe acceso pi il lume, la sera, nel corridoio; che si sarebbe soppresso un piatto alla cena, e abolito l'abbonamento al giornale di mode; si sarebbe sostituito al fuoco di legna il fuoco di coke, che insomma niente pi si sarebbe conservato di tutto quello che formava il loro piccolo benessere e il loro modesto lusso.
E una mattina, nella grande casa, quasi vuota, essi entrarono silenziosi e malinconici, prima la signora Pasquain, quindi suo marito e poi le due figliole.
Le aste pubbliche avevano sparpagliato ai quattro angoli del paese il loro mobilio, le loro abitudini, le loro piccole comodit quotidiane... Qua e l non restava che qualche cassettone, qualche sedia, una tavola, due letti. Ed era cos squallida, quella casa, quegli stanzoni freddi e arcigni, quelle ampie finestre nude, da cui si scorgeva il giardino con le aiuole pelate e i viali in abbandono, ch'essi si misero a piangere, come quattro povere bestie...
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FINE.
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LE BOCCHE INUTILI.
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A Ferdinand Brunetire.
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Il giorno in cui fu ben provato che pap Francesco non poteva pi lavorare, sua moglie, molto pi giovane di lui e assai vivace, con due occhietti brillanti di avara, gli disse:
Che cosa vuoi farci, vecchio mio?... Quando ti sarai desolato ben bene per ore intere!... Tutto ha un termine su questa terra... Tu sei vecchio come il ponte della Bernache... hai quasi ottanta anni tu... e le reni nodose come un vecchio tronco d'olmo... Bisogna che ti rassegni... riposati...
E quella sera essa non gli diede da mangiare.
Quando pap Francesco si accorse che la scodella e il pane non erano stati preparati per lui sulla tavola, secondo il solito, ebbe freddo al cuore. E disse con una voce tremante, una voce umile che implorava:
Ho fame... moglie mia... vorrei almeno una crosta di pane...
Allora la donna rispose assai calma:
Hai fame... hai fame...  un guaio, povero vecchio mio... ed io non ci posso far nulla... Quando non si lavora... non si ha il diritto di mangiare... bisogna guadagnarselo, il pane che si mangia... Non  vero?... Un uomo che non lavora non  un uomo...  pi nulla di nulla...  peggio d'un ciottolo in un orto...  peggio d'un albero secco contro un muro...
Ma se non posso lavorare... e tu lo sai bene osserv il pover'uomo. Vorrei, se lo potessi... ma le gambe e le braccia si rifiutano...
E che forse ti rimprovero qualche casa io?... Ed  forse colpa mia?... Bisogna esser giusti in tutto... Ed io son giusta. Tu hai lavorato ed hai mangiato... Ora non lavori pi e non mangerai pi... Ecco qua! E non c' proprio niente da ridire. Cos. Come due e due fan quattro. Tu lo terresti nella stalla, con la rastrelliera colma e l'avena nella mangiatoia, una vecchia carcassa di cavallo che non si tenesse pi sulle gambe? Lo terresti tu?
No, certo! rispose candidamente pap Francesco, che questo ragionamento parve schiacciasse con la sua implacabile giustezza.
E allora... vedi bene! Bisogna che ti rassegni...
E con una voce beffarda, soggiunse:
Se hai fame, mangiati un pugno e l'altro serbatelo per domani!
La donna andava e veniva su e gi nella stanza povera, ma assai pulita, ordinando le cose per risparmiarsi la fatica pel domani poich bisognava ormai ch'essa lavorasse per due e per non perder tempo sbocconcellava rapidamente il pezzo di pan nero e la mela acerba che aveva raccolta sotto l'albero nel cortile...
Il pover'uomo la seguiva con due occhi accorati, coi suoi piccoli occhi ammiccanti che forse per la prima volta conoscevano che fosse una lacrima. Sent passare sopra di s, sulle sue vecchie ossa anchilosate, una immensa e pesante angoscia, sapendo che nessuna discussione, nessuna preghiera potevano flettere quell'anima pi dura del ferro. Sapeva altres che la terribile legge che gli applicava, essa l'avrebbe accettata per se stessa, senza alcuna debolezza, perch quella era una donna stretta, semplice e leale come l'omicidio. Tuttavia pur senza speranza, os soggiungere con una smorfia sorniona delle labbra:
Ma abbiamo qualche piccola rendita...
La donna protest vivamente:
La rendita?... La rendita!... Ah! s! Hai perso la testa, tu, mi pare!... Se se ne toccasse un soldo di quella, dimmi, dove si andrebbe a finire?... E il figlio, pel quale abbiamo messi insieme quei pochi soldi, cosa direbbe?... No, no... Lavora e avrai del pane... Se non lavori, non avrai nulla...  giusto!... ed  cosi che deve essere...
E va bene!... fece pap Francesco.
E si tacque, con l'occhio avidamente fisso sulla tavola spoglia, che d'ora innanzi sarebbe stata sempre tale per lui... Gli parve ben duro questo, ma giusto in fondo, poich alla sua anima primitiva non era mai toccato di elevarsi dalle feroci tenebre della natura fino al luminoso connubio dell'egoismo umano e dell'amore.
Si raddrizz penosamente. ed emettendo dei sordi lamenti di sofferenza "Oh! le mie reni! le mie reni!", se ne and nella camera accanto che dalla porta spalancata gli si apriva davanti, nera e profonda come una tomba.
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Doveva arrivare per lui quel terribile momento com'era sopraggiunto gi per suo padre, per sua madre, ai quali, braccia impotenti e bocche inutili, anch'egli aveva con implacabile rigore negato il pane degli ultimi giorni vissuti senza lavorare. Da molto tempo l'aveva veduto avvicinarsi, quel momento. Via via che le sue forze diminuivano, diminuivano anche le porzioni parsimoniosamente regolate dei suoi pasti.
Si era dapprima cominciato a rifilare sulla carne della domenica e del gioved, poi sulle verdure di ogni giorno. Ora era la volta del pane che gli si ritirava di bocca. Egli non si doleva e si preparava a morire, silenziosamente, senza un grido, come una pianta troppo vecchia, il cui tronco disseccato e le radici marcite non assorbono pi i succhi della terra.
Egli, che non aveva mai sognato, sogn, quella notte, la sua ultima capra. Era una vecchia e dolcissima capra, tutta bianca, con due piccole corna nere e una barbetta lunga simile a quella dei diavoli di pietra che istoriavano il portale della chiesa. Dopo aver dato per tanto tempo dei graziosi caprettini e del buon latte, il suo ventre era diventato sterile e le sue mammelle si erano inaridite. Tuttavia, il suo mantenimento e la sua lettiera non costavano nulla, e la povera bestia non disturbava nessuno. Legata al piuolo per tutta la giornata, a qualche metro dalla casa, essa brucava le cime dei giunchi della landa comunale, e andava su e gi, quanto glielo permetteva la lunghezza della corda, belando lietamente alle persone che passavano lontano, sulla viottola.
Egli avrebbe potuto lasciarla morire cos, ma una mattina, l'aveva sgozzata perch bisogna che tutto quello che non produce pi nulla, n latte, n semenze, n lavoro, sparisca e muoia. E rivedeva l'occhio della capra, teneramente attonito, il suo rimprovero, quando, mantenendola abbattuta fra le sue ginocchia strette, egli ne frugava col coltello la gola sanguinante.
Destandosi, con la mente ancora piena del suo sogno, pap Francesco mormor:
 giusto... Un uomo  un uomo, come una capra  una capra... Non ho niente da dire... giusto!...
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Pap Francesco non ebbe una recriminazione n un atto di rivolta: non lasci pi la sua stanza, non pi il suo letto. Supino, le gambe distese riunite, le braccia lungo il corpo, la bocca aperta e gli occhi chiusi, se ne stette immobile come un morto.
In questa posizione di cadavere, non soffriva pi alle reni, non pensava pi a nulla, s'immergeva in un torpore morbido, in una continua sonnolenza che lo trasportava lontano dalla terra, lontano dal suo povero giaciglio, in una specie di gran flutto biancastro, sconfinato, che era attraversato da piccoli bagliori rossi e in cui formicolavano minuscoli insetti di fuoco. E dal suo letto si alzava un fetore come di letamaio.
La mattina, andando al lavoro, sua moglie chiudeva a doppio giro di chiave. La sera, rincasando, essa non gli diceva nulla, non lo guardava neanche e si coricava accanto al letto, su un pagliericcio, addormentandosi d'un sonno pesante non interrotto da nessun sogno e da nessun risveglio. Fin dall'alba ella si dava ai suoi lavori soliti con la stessa tranquillit attiva, con lo stesso tendimento d'ordine e di pulizia.
La domenica che segu, la donna la occup a riunire i panni del vecchio, ad accomodarli, a ordinarli meticolosamente in un angolo del cassettone. La sera and a cercare del prete perch assistesse il suo uomo di cui sentiva prossima la fine.
Che cosa ha, pap Francesco? domand il prete.
Ha la vecchiaia! rispose la donna con tono perentorio Se ne muore, ecco tutto! Tocca a lui, poveraccio!
Il prete unse le membra del vecchio con l'olio santo, e recit qualche preghiera.
Credeva di camparla pi lunga, lui... disse, ritirandosi.
 la sua volta ripet la donna.
L'indomani, entrando nella camera, ella non intese pi il piccolo rantolo che usciva dal naso del buon uomo, come il gorgoglio d'una bottiglia che si vuoti. Tast la fronte, il petto, le mani del vecchio e lo sent freddo.
 morto! disse con tenerezza, ma con un tono di profondo rispetto.
Le palpebre di pap Francesco si erano arrovesciate nel momento supremo dell'agonia e svelavano l'occhio appannato, senza sguardo. Ella le abbass con un rapido tcco del pollice, poi consider, pensosa, per qualche momento, il cadavere, e disse tra s:
Era un uomo ordinato, economo, coraggioso... Si  ben condotto in tutta la sua vita... ha lavorato molto... Gli metter una camicia nuova e il suo abito di sposo... un bel lenzuolo bianco... E, poi, se il figliolo vorr... si potr comperare una concessione per dieci anni... al cimitero... come per un ricco...
 DUE AMICI S'AMAVANO
La storia morale di Anastasio Gaudon e di Isidoro Fleury pu scriversi in due righe.
Impiegati nello stesso ministero, essi avevano vissuto vicini l'uno all'altro per trentacinque anni senza passioni, senza idee, senza crucci, di una stessa esistenza puntuale, apatica e letargica.
Quello ch'essi avevano potuto avere di giovanile, una volta, era ben presto scomparso nel profondo sonnecchiamento dell'ufficio. La parit dei loro gusti innocenti, del loro lavoro meccanico, del loro nulla, li aveva legati insieme in una consuetudine vegetativa pi forte di un'amicizia ragionata. Della vita che si agitava intorno a loro, essi non avevano visto mai nulla, non mai sentito e capito nulla. Incapaci d'immaginare qualche cosa all'infuori di se stessi, si attenevano ad alcuni precetti correnti di morale e d'onore, che nella loro mente costituiva tutta la scienza e lo scopo della vita umana. Non mai il sogno di "qualcos'altro" era penetrato nei loro cervelli, regolati come orologi dello Stato.
Una sola cosa li turbava nella loro costante quietudine: un cambiamento di ministero. E le impressioni indecise che ne ricevevano, non erano neppure il risultato dell'avvenimento diretto, piuttosto dell'influenza eccitatrice dell'ambiente.
Per qualche giorno essi erano inquieti: il loro polso batteva pi rapido; si elevavano fino alla commozione vaga d'un congedo o di un avanzamento. Ma nominato il nuovo ministro e tornata la calma negli uffici, essi riprendevano presto la loro vita regolare e neutra di larve addormentate. Le abitudini sedentarie, l'indigesta nutrizione di latteria, aggiunte alla depressione cerebrale, che giorno per giorno andava in loro accentuandosi, li avevano preservati dai pericoli spirituali come dai bisogni fisici dell'amore.
Tre o quattro volte, dopo certi banchetti d'onore, essi erano stati trascinati in case di cattiva fama, e ne erano usciti malcontenti, pi tristi e derubati.
Ah! tante grazie! diceva il signor Anastasio Gaudon pel piacere che se ne ricava, mi par che costi caro!
Bisogna essere bestie opinava il signor Isidoro Fleury per buttare il danaro in questo modo!
Ma che ci si trova di bello! lamentava amaramente il signor Anastasio Gaudon.
E il signor Isidoro Fleury dichiarava, non senza disgusto:
Quando penso che ci son degli uomini che non fanno che questo, tutti i giorni... e che si rovinano proprio per questo... mi pare incredibile!
Per parecchie settimane, dopo queste fastidiose avventure, essi pensavano al migliore e pi proficuo impiego che avrebbero potuto fare del loro denaro e lo rimpiangevano.
Non ci fu altra specie d'incidenti nella loro vita. Ma via via che avanzarono negli anni, nuove immagini occuparono il deserto cos vasto e cos vuoto dei loro cervelli. Dei sogni di riposo, di campagne remote, dapprima imprecisi, si insinuarono in essi. Poi, a poco a poco, si precisarono meglio. Il signor Anastasio Gaudon si vedeva in maniche di camicia, in un giardino. Vedeva dei vasi di fiori, una casettina bianca, un leprottino che ballava, davanti a lui, sulle zampette gracili. La sua intelligenza si arricchiva di mille nozioni, di mille forme, alle quali egli non aveva mai pensato fino allora.
Il signor Isidoro Fleury, invece, amava seguire delle fantasticherie nelle quali si rivedeva sotto un grande cappello di paglia, vestito di tela e seduto sotto i salici, fra i nenufari, mentre distingueva nettamente un sughero rosso, in cima al filo d'una lenza, andarsene alla deriva nelle acque profonde, con enormi pesci, attorniati di padelle da friggere.
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Il signor Anastasio Gaudon fu il primo ad andarsene in pensione. Egli acquist presso Bezons un piccolo pezzo di terra e vi costru una casetta. Il signor Isidoro Fleury acquist il terreno accanto, separato da quello di Gaudon da una semplice stecconata interrotta alla met da un pozzo in comune.
Una viottola passava all'estremit della stecconata; poi, a destra e a sinistra, dei campi brulli senza un albero: campi coperti allora di stoppie bruciacchiate, di avanzi di ogni sorta, disseminati qua e l di casette che sembravano giocattoli di bimbi messi su una tavola. In lontananza, sull'angustia del cielo suburbano intorbidato di pesanti vapori, alcune ciminiere di officina innalzavano colonne nere di fumo e l'orizzonte, al di l della pianura tutta abbrunata dalla tristezza taciturna del suburbio, si confondeva con le nuvole color di fuliggine.
Fu il signor Gaudon che, gi provato nella edilizia, sorvegli la costruzione della casa di Fleury.
Questi veniva la domenica.
La comunanza del pozzo forniva ai due amici l'occasione di facezie inesauribili e armoniche.
Avremo anche una donna a giornata in comune! diceva Gaudon. E avremo anche un cane, in comune.
E pizzicando ai ginocchi l'amico, con gli occhietti pi vivi e le guance pi accese, esclamava:
Ah! pazzerellone d'un Fleury!
Al che Fleury rispondeva, battendogli sulla spalla:
Ah! mattacchione d'un Gaudon!
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Da due mesi la casa del signer Fleury  costruita. Essa  in tutto simile a quella di Gaudon. I due giardini si rassomigliano anch'essi. Non differiscono che per la scelta dei fiori che li ornano. Al signor Gaudon non piacciono che i geran; il signor Fleury preferisce le petunie. Entrambi sono perfettamente felici. Quasi l'intera giornata se la passano seduti sull'orlo del pozzo, non si lasciano mai e pensano a vaghi e reciproci miglioramenti. Solo l'ora del tramonto li separa. Essi hanno una domestica che li soddisfa per la sua pulitezza e per la sua capacit culinaria. Quanto al cane progettato, ne hanno rimandato l'acquisto all'altro anno. Ogni mattina, appena alzati, vanno a sedersi sull'orlo del pozzo.
Hai dormito bene? domanda Gaudon.
Cos, cos!... E tu, hai ben dormito?
Cos, cos!...
Poi, il signor Fleury guarda il suo susino: un piccolo fusto spogliato e che gi va seccando.
E il signor Gaudon contempla a lungo il suo ciliegio che non ha dato ciliegie.
Oggi,  venerd, eh? chiede Gaudon.
S... ieri era gioved...
E domani, per conseguenza, sar sabato...
E pure, come passa il tempo!
S, mio vecchio Fleury!
S, mio vecchio Gaudon!
Le braccia incrociate, gli occhi incantati, essi par che riflettano a cose profonde. In realt, non pensano a nulla.
Al di l della viottola, la pianura  uniformemente nuda e gialla. La Senna scorre, invisibile, in quel tetro spazio. Nessun filare d'alberi, nessun battello ne rivela il sinuoso corso, perduto fra la monotona piatta e rossastra del suolo... Ma essi non vedono neanche questo...
Qualche volta un ricordo del ministero traversa loro la mente, ma  gi cos lontano, cos perduto e deformato! Di quei trentacinque anni trascorsi laggi, non resta loro di veramente netto e preciso se non l'immagine imponente dell'usciere con la sua catena d'argento...
Oh!... bella cosa essere indipendenti! mormora di tanto in tanto il signor Gaudon.
Indipendente!... S, s!...  proprio cos!... risponde il signor Fleury. Indipendente, in casa propria... In-di-pen-den-te!
E questa parola che ripetono, sillabandola, a larghe pause, mentre di qua si schiudono i geran e di l le petunie, non ridesta in essi nessun'altra idea corrispondente.
Una sera, dopo il pranzo, il signor Gaudon propose:
Bisognerebbe pitturare la stecconata!
Ah! s!... Benone!... risponde il signor Fleury E come la dipingeremo, la stecconata?
In verde!
No, in bianco!
A me non piace il bianco...
E io detesto il verde... Il verde non  un colore...
Non  un colore il verde?... E perch dici che il verde non  un colore?
Perch il verde  brutto.
Brutto?... Il verde?
E il signor Gaudon si alza, commosso, molto rosso e dignitosissimo.
 un'allusione?
Prendila come ti pare.
Fleury!
Gaudon!
E, bruscamente, il signor Fleury va sulle furie, gesticolando con molte smorfie:
Io dico che il verde  brutto... perch ne ho abbastanza delle tue tirannie... Tu hai costruito la mia casa, tu hai disegnato il mio giardino, tu ti immischi sempre delle mie faccende... Ne ho abbastanza delle tue tirannie!...
Delle mie tirannie? urla il signor Gaudon.
...Ma tu sei una canaglia!...
E tu sei un imbecille! Una bestia! Una bestia!
Signor Fleury!
Signor Gaudon!
Tutti e due, faccia a faccia, i pugni alzati, gli occhi furiosi, la bocca fremente, si ingiuriano e si provocano.
Vi proibisco, signore, di metter mai pi il piede in casa mia...
Se osate di guardarmi in faccia... io... io...
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L'indomani, all'alba, il signor Gaudon cominciava ad alzare un muro fra la sua propriet e quella del signor Fleury... E s'intenteranno lite.
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FINE.
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IL TAMBURO.
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San Latuin, era ed amo credere che sia sempre il venerato patrono della nostra parrocchia. Primo vescovo di Normandia, nel primo secolo dell'era cristiana, egli aveva cacciato dal paese, a colpi di pastorale, i druidi, sacrificatori di sangue umano. Si racconta, in libri antichissimi, che bastasse la sua ombra soltanto a guarire i malati e risuscitare i morti. Egli aveva anche dei poteri assai pi belli e simili, m'immagino, a quelli che possedeva il reverendo padre Mounoir, il quale, con una imposizione delle proprie mani sulle labbra di stranieri, inculcava loro immediatamente il dono della lingua brettone, come  raffigurato in un affresco di Ian-d'Argent sui muri della cattedrale di Quimper.
Di questi meravigliosi poteri di San Latuin non me ne ricordo pi molto, abbench la mia infanzia ne sia stata cullata. Ma tuttoci  un po' confuso nella mia memoria di oggi e sarei imbarazzato se dovessi raccontare tutti i prodigi che gli si attribuiscono.
La cattedrale della diocesi preziosamente conservava, chiusi in un reliquario di bronzo dorato, alcuni autentici resti di questo magico San Latuin: un dente, fra gli altri, e dei piccoli frammenti di tibia, piccoli come fiammiferi. Il suo culto, mantenuto nelle anime dalle dotte esegesi e dai miracolosi aneddoti del nostro buon curato, era in moltissimo onore fra noi.
Disgraziatamente, la parrocchia non possedeva del suo amato patrono che una grossolana e sbiadita immagine di gesso, indecentemente graffiata, sbocconcellata e talmente insufficiente e cos autenticamente apocrifa che i vecchi del paese si ricordavano di averla veduta, nella loro giovent, raffigurare via via, a seconda dei bisogni dell'attualit liturgica, i lineamenti di San Pietro, di Santo Eustorgio e di San Rocco. Queste successive trasformazioni mancavano veramente di dignit e servivano di tema alle irriverenti facezie dei nemici della fede.
Questo affliggeva molto il buon curato, che non sapeva come rimediare ad una situazione cagionata, non dall'indifferenza dei fedeli, ma dalla povert delle risorse parrocchiali. A forza di tentativi e di eloquenti preghiere, il curato ottenne da monsignore che questo rinunziasse al reliquario per farne dono alla nostra chiesa. Questo fatto arrec vivissima gioia, quando una domenica il curato l'annunci ai fedeli, dal suo pulpito. E il paese si prepar  a solennizzare con indimenticabili feste la traslazione delle reliquie, da tanto tempo e tanto ardentemente agognate.
Io avevo allora dodici anni e suonavo il tamburo come un uomo.
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Orbene, nel paese viveva un personaggio singolare, chiamato Sostene Martinot. Lo vedo ancora, grosso, rotondo, col gesto untuoso, le labbra che stillavano sorrisi melati e un cranio piatto, pelato e rosso che somigliava un pomodoro troppo maturo. Antico notaio, il signor Martinot era stato condannato a sei anni di reclusione, per furti, abuso di fiducia, scrocco e falso; sei anni durante i quali egli edific il carcere di Poissy per la sua mirabile rassegnazione e per la sua abilit nel far trecce per cappelli. Terminato di scontar la pena e tornato a casa, riacquist presto la stima dei suoi concittadini con una sua gaiezza di buona lega e una sagace divozione, forse in fondo sincera... poich, chi sa mai?... Questo  certo che nessuno gli dimostrava n freddezza, n disprezzo. Le persone pi onorevoli, le pi rigide, lo ricevevano come un vecchio amico che fosse tornato da un lungo viaggio. Egli stesso parlava della sua assenza con un'aria calma e come distratta. E che talenti! Nessuno, meglio di lui, sapeva organizzare una cerimonia religiosa, avviare una processione, decorare un altare provvisorio. Egli era l'anima di tutte le feste, avendo molta immaginazione e vena poetica, e i cantici che componeva espressamente per quelle cerimonie, diventavano popolari. Si cantavano non soltanto in chiesa, ma anche nelle famiglie, la sera, a veglia, intorno alla tavola, o al camino... Quanti ne ho cantati, anch'io, di quelli!
Il signor Sostene Martinot fu, naturalmente, incaricato di ideare il programma dei festeggiamenti in onore di San Latuin. Oso dire ch'egli fu ammirabile.
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Una mattina venne a casa e disse a mio padre:
Vi domando Giorgio... ho bisogno di Giorgio. S, ho pensato che Giorgio, come tamburo, potrebbe condurre la processione... Non  grande lui... mio Dio! Non  un tamburo maggiore... ma batte benissimo... batte in una maniera sorprendente per la sua et... ha del fuoco, ha della stoffa... Insomma...  quello che ci vuole... Ed  un onore che ho voluto serbare per lui... perch se ne parler molto, di questa festa, amico mio, ve lo assicuro!
E giungendo le mani come un santo in orazione, il signor Sostene Martinot riprese:
Che festa!... caro amico mio... che festa! Ho gi in testa tutto il piano, l'insieme e i particolari!... Sei archi di trionfo, immaginatevi! Condotta da Giorgio, la processione va a ricevere monsignore sulla via di Chartres al crocevia del Molino Nuovo... La musica suoner delle marcie che ho composto io... Dei cori di fanciulle vestite di bianco, recanti le palme d'oro, canteranno alcuni cantici che ho composto io!.. Ci sar anche un gruppo di druidi incatenati!... E delle bandiere... e questo... e quest'altro!... Ah! sar spettacoloso come una cavalcata!... Volete che vi canti la mia composizione principale? Ascoltate!
E senza aspettare la risposta di mio padre, il signor Martinot inton con voce ferma la cantica, della quale mi rammento ancora questo couplet lirico:
Nel tempo passato, orribili Dei
Troneggiavano ovunque sulle nostre montagne,
E i cristiani, nelle campagne,
Tremavano sotto il lor giogo odioso.
O tenero padre,
Chi potr rendere pi dolci i cieli?
San Latuin, sarete voi, (bis)
Onore e voi! (ter)
Mio padre era estasiato. Compliment il signor Martinot del suo talento poetico e lo ringrazi della sua proposta.
...
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Quando mio padre mi partecip l'incomparabile onore al quale ero stato designato, io piansi molto forte.
Non potr mai! balbettai.
Si pu tutto quello che si vuole! disse mio padre... ...Studia!... Applicati!... Cura il rullo... Come! Perbacco!... Una processione simile!... Una festa unica negli annali della parrocchia! E tu, a capo! In testa!... E piangi?... Ma non capisci dunque? Te lo immagini che onore?... Accidenti! A me non  toccata mai una fortuna simile!... E pure, son tuo padre!
La mamma, le sorelle, le cugine mi sermonizzarono, rimproverandomi la mia debolezza e la mia timidezza. Mia madre, sopra tutti, mi si dimostr esaltata e in collera:
Se tu non vuoi... grid senti bene: io ti toglier il tamburo... e lo regaler a un povero!..
S, s, cos! applaud tutta la famiglia. Gli si riprender il suo tamburo!
Brava gente! Come siete lontani, oggi!
Dovetti rassegnarmi. Per tutto un mese, ogni giorno, io sgobbai dolorosamente sul mio tamburo, ora sotto la vigilanza di mio padre, ora sotto quella del signor Martinot, i quali, tanto l'uno che l'altro, con la voce e col gesto, incoraggiavano i miei sforzi.
...
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...
Arriv finalmente il gran giorno. C'era nel paesetto un'animazione insolita e febbrile. Le vie erano pavesate: lastrico e marciapiede erano tappezzati di fiori. Immensi archi di verdura, congiunti da festoni, davano al cielo, all'orizzonte, alle case, un impressionante aspetto di mistero, di trionfo, di gioia.
All'ora stabilita, il corteo si form, io, in testa, col tamburo ballonzolante sulle cosce.
Io ero bizzarramente bardato d'una specie di cappottone, il cui cappuccio era foderato di lana rossa: una fantasia decorativa del signor Martinot, il quale pensava che il cappottone avesse qualche cosa di militare e di armonizzante con il tamburo.
Pioviscolava un poco: il cielo era grigio.
Su, Giorgino!... mi disse il signor Martinot ...nervi... precisione e... eloquenza! Plan, plan!... Plan, plan!...
A partir da quel momento, di quella giornata storica non ho pi che dei confusi ricordi... Mi rammento che m'invase una profonda tristezza... Tutto mi sembrava miserabile e pazzo... Avrei voluto fuggirmene, nascondermi, sparire tutto a un tratto, sotto terra, io, col mio cappotto e il mio tamburo... Ma il signor Martinot mi bersagliava sempre, instancabile; era sempre dietro a me, che diceva:
Benissimo!... Nervi!... Batti pi forte!... Non si sente nulla!...
La pioggia afflosciava la pelle del mio tamburo che, sotto il movimento accelerato delle bacchette, dava un rullo soffocato, sordo, lugubre.
Non vidi monsignor vescovo, non vidi il reliquario, non vidi altro se non una folla confusa in mezzo alla quale spiccavano a volta a volta, comparivano e scomparivano incessantemente delle strane figure. Non udii nulla, niente altro che un brontolo confuso di voci lontane, sotterranee. Non vedevo che il signor Martinot, il cranio rosso del signor Martinot, capitanare la musica, spingere i druidi incatenati, dirigere i cori delle fanciulle che cantavano con certi guaiti cacafonici:
Nel tempo passato, orribili Dei...
E battevo sul tamburo, prima macchinalmente, poi con rabbia, con frenesia, trasportato da una specie di folla nervosa, esasperato anche dagli incoraggiamenti del signor Martinot:
Cos!... Bravo!... Nervi! Plan!... plan!... Plan, plan!...
Questo dur molto, dur un secolo, attraverso strade, cappelle, archi di trionfo e fantasmi...
...
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La sera, il nostro curato offriva un gran desinare. Io fui presentato a monsignore:
 il ragazzetto che ha suonato cos bene il tamburo, disse il curato, dandomi sulla guancia un buffetto amichevole.
Ah... davvero! sclam il vescovo cos piccolo!
E anche lui mi diede un buffetto sulla gota.
Il gran vicario fece come il vescovo e tutti i convitati, che erano pi di venti, fecero come aveva fatto il gran vicario.
Vedi? mi disse mio padre al colmo della contentezza. -... Mi darai retta, un'altra volta?
E siccome io non rispondevo, egli ammon con voce severa:
Guarda! Tu non meriteresti quello che ti tocca!
Che cosa mi tocc? Accasciato da tante scosse e tante emozioni, mi buscai la febbre, l'indomani.
Una meningite mi tenne lungamente fra vita e morte, nel pi spaventoso delirio... E se non ne morii, mi ha detto poi spesso mio padre, lo debbo al mio tamburo che fu inteso da San Latuin...
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FINE.
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I DUE VIAGGIATORI.
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Il primo dicembre 1899, Cirillo Barclett, capo ufficio nella "Moon of Chicago", Compagnia d'assicurazione sulla vita con capitale di cento milioni di dollari, verso le dieci entr nel gabinetto di suo cugino Earl Butwell, vice direttore del personale nella stessa Compagnia, e dopo il tradizionale "shakehand", gli disse:
Earl, vengo a domandarvi una cosa importante.
Quale, Cirillo?
Earl, avrei bisogno d'un congedo d'un mese.
Il vice direttore sobbalz:
E perch questo congedo, di grazia, Cirillo?
Per andare a New-York, Earl.
E perch volete andare a New-York?
Per ammogliarmi!...
Earl ricevette la notizia senza commuoversi.
Vi ammogliate? chiese.
Sicuro!... Ecco qui. Otto giorni per andare, otto giorni per tornare, quindici giorni pel matrimonio!... Sar in ufficio il 2 gennaio alle dieci.
E quando parte il vapore, Cirillo?
Domani sera, Earl.
Earl Butwell riflett un istante, poi:
Cirillo, disse non mi  possibile concedervi questa vacanza... A voi  affidata la sorveglianza dell'inventario sino alla fine d'anno... Voi non potete partire prima del 5 gennaio...
Cirillo Barclett rispose:
 impossibile, Earl... Bisogna che io parta... Tutto  pronto... Ma, ascoltatemi...
And a consultare una specie di orario illustrato ch'era inquadrato in una cornice nera, sulla parete dell'ufficio.
Ascoltate riprese posso ritornare il 24 dicembre... Guardate voi stesso!... Io non rester laggi che tre giorni... il tempo appena necessario per ammogliarmi... e riprendere il piroscafo che parte da New-York il 14... Guardate, guardate voi pure... Ma che dico il 24?... Io posso essere qui benissimo il 23. Jeremy mi sostituir molto bene durante questa mia breve assenza...
Allora, Cirillo, partite acconsent il vice direttore, dopo aver verificato l'esattezza della data indicata da suo cugino, sull'orario. Ma non perdete il vapore al ritorno!...
"All right!"...  inteso... Il tempo appena di prender moglie!... Il  23 dicembre, alle dieci, voi mi rivedrete in ufficio!
Earl Butweil era un uomo curioso e quella mattina aveva il tempo di chiacchierare un poco. Domand:
E chi sposate, Cirillo?
Minnie Hookson... La conoscete?...
Affatto.
Nemmeno io!... Una graziosissima giovine, Earl!... Ventisette anni, sottile, alta, bionda... Credo, almeno...  stata Miss Saunders che ha combinato la cosa... La conoscete?
Affatto.
Nemmeno io!... Anche Miss Saunders  una graziosissima giovine...
Benissimo!
Cirillo Barclett prosegu gravemente:
Ho ricevuto da Miss Saunders, credo, le fotografie di Minnie Hookson da quando aveva un anno, a tutt'oggi... Sono ventisette!
Ventisette, Cirillo?
Ventisette, Earl. Ecco una giovine molto preziosa. Volete vedere?
Il vice direttore, decisamente in vena di non far nulla, rispose amabilmente, con quella affabilit imperativa e breve che gli era consueta in tutte le circostanze della vita.
Mostrate... volentieri.
E Cirillo, da una busta di cuoio che teneva sotto braccio, estrasse, una dopo l'altra, ventisette fotografie, che distese accuratamente sopra le carte, coprendone lo scrittoio.
Siete sicuro, almeno interrog Earl che queste siano le fotografie di Minnie Hookson?...
Lo credo... Earl... lo credo... E perch, scusate... non dovrebbero essere le fotografie della mia cara Minnie?...
Chi sa!... potrebbero essere le fotografie di un'altra signorina...
Cirillo sorrise finemente: rivolt i ventisette ritratti, e maliziosamente:
Guardate voi stesso, ora, se non sono realmente le fotografie della mia cara fidanzata.
Dietro a ciascuno dei ventisette ritratti era scritto, a grosse lettere e a grandi cifre, l'indicazione dell'altezza, della grossezza, del peso della Minnie infante, poi della Minnie adolescente, quindi della Minnie ragazza, poi della Minnie gi donna... Tutta una antropometria esattissima... Una contabilit rigorosissima, tenuta anno per anno, minuziosamente. Earl esamin rapidamente e in silenzio le cifre delle prime fotografie e, arrestandosi all'ultima con la pi viva compiacenza, esclam quasi entusiasta:
Un metro e sessanta!... Sessantadue chili!...
Appunto!
Credo, Cirillo, che sarete felice.
Lo credo anch'io, Earl.
I due uomini scambiarono una stretta di mano. Poi Cirillo, avendo riposto nella busta e in ordine di data le ventisette fotografie della sua cara Minne, part ripetendo:
Lo credo anch'io!
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Da cinque anni Cirillo Barclett abitava con sua madre un comodo appartamento del viale Klber. Tutt'e due si volevano molto bene... Cos, era stato convenuto che il matrimonio non li avrebbe separati e che Cirillo avrebbe portato sua moglie in quell'appartamento: risoluzione che conciliava la tenerezza e l'economia.
La signora Barclett era una stimabile, stimabilissima vecchia signora, dai capelli bianchi, dal viso bianco, che soffriva d'una malattia al cuore. Molte volte aveva vista in faccia la morte, colpita da qualche sincope. E con l'et, le sincopi erano diventate sempre pi frequenti... Durante l'assenza di suo figlio, la signora Barclett aveva preparato, ornato, rimesso a nuovo l'appartamento del viale Klber, a fine di ricevervi la sua cara nuora, Minnie, ch'ella idolatrava di gi per il suo peso di sessantadue chili e per il suo metro e sessanta di altezza!... Ma la signora si era ben stancata in questi preparativi e la mattina del 23 si doleva assai di non sentirsi bene e di soffrir di cuore...
Alle nove e mezzo un omnibus carico di valigie si fermava davanti alla casa del viale Klber. Cirillo fece discendere sua moglie, diede qualche ordine al portinaio e, siccome aveva promesso di essere alle dieci in punto al suo ufficio, il quale era in via Chteaudun, preg la sua piccola, cara Minnie di salire all'appartamento e si fece condurre alla sede della "Moon of Chicago".
Difatti, alle dieci precise Ciriilo entr nel suo ufficio. Non era l da dieci minuti ancora, che lo chiam il campanello del telefono:
Pronto!... chi parla?
Io... Giulio, il cameriere...
Che cosa c'?
La madre del signore  stata colpita da un attacco... pronto! pronto!...  per morire... Il signore venga subito...
Vengo!... rispose Barclett...
Riagganci il ricevitore... infil il soprabito, scrisse una parola su un biglietto per suo cugino, e, risalito in vettura, si fece condurre da sua madre, troppo tardi per dirle addio... poich la signora Barclett era morta!...
Cirillo pianse amaramente... Poi, quando ebbe dato alle lacrime il tempo che un americano pu concedere a queste dimostrazioni inutili del dolore, ritorn al suo ufficio... Earl Butwell l'aspettava:
Earl disse vengo a dirvi una cosa molto importante!
Quale, Cirillo?
Earl, mia madre  morta!...
Spero che non sarete venuto da me per domandarmi ancora un congedo di trenta giorni!
No, Earl. Ma sono molto perplesso... Mia madre aveva manifestato sempre il desiderio che, dopo la sua morte, il suo corpo fosse rimandato in America...
Ebbene, Cirillo, bisogna rimandarlo.
Senza dubbio: ma come?... Io sono in grande imbarazzo... Voi stesso confessate che non posso accompagnarla...
Certamente: no... non la potete accompagnare...
Il prossimo vapore non parte che fra otto giorni... E non posso tenere in casa il corpo di mia madre tutto questo tempo.
 giustissimo!
Allora?
Earl Butweli riflett un istante, poi, molto gravemente, sentenzi:
Cirillo, bisogna comprare una cassa molto solida... mettervi la vostra cara madre... la stimabile signora Barclett... e depositarla... al bagagliaio... della stazione!
E siccome Earl Butwell non mancava di qualche bella frase retorica, a tempo perso, aggiunse:
I morti vanno soli... I morti vanno presto!...
Cirillo approv con un gesto del capo.
Earl, mio caro Earl, avete ragione... far cos!...
E si mise a sgobbare sull'inventario, senz'altro: l'inventario della "Moon of Chicago", Compagnia d'assicurazione sulla vita, con capitale di cento milioni di dollari.
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FINE.
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ASPETTO DELLA FOLLA.
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Era la vigilia di Natale. Contrariamente alle poesie dei poeti e ai quadri cromolitografici, i quali vogliono che quel giorno il cielo sia color del piombo, le case e i giardini coperti di neve, la povera gente tremante di freddo, splendeva un bel sole caldo e lieto... un buon sole che indorava le case e i visi e carezzava le spalle dei vecchietti seduti sulle panchine della passeggiata in faccia al mare.
Le vie della citt di C... erano piene di luce e i viandanti vi passeggiavano lentamente, pigramente, parati del loro bello e ridicolo abito domenicale...
Le officine erano deserte, le botteghe risplendevano, l'aria spandeva dovunque odori di arancio e di legno verniciato... Le vetrine, sontuosamente guarnite, offrivano con pi pompa, pi splendore e pi malizia del consueto le loro varie e ripetute tentazioni, fiori pi ricchi, gioielli pi falsi, ghiottonerie pi rare.
Non era gioia la gioia non  mai tra le folle, sopratutto tra le folle in festa -; era qualche cosa di grave e di raccolto, di quasi austero, di cui si sorprendeva la silenziosa espressione negli sguardi fermi davanti alle ghirlande di merletti, alle sete drappeggiate, agli scrigni scintillanti, ai trionfi di frutti canditi, ai maialetti di latte, grassi, rosei, lisci, canonicheschi, mollemente adagiati, con una rosa nel grugno, sopra un letto di foglie e di gelatina multicolori, preziosamente ornamentati. E ciascuno perseguiva un profondo sogno interiore, secondo la inclinazione della propria sensualit.
Elegantissima e graziosissima, una donna scese dalla propria vettura, davanti a un negozio di dolciere.
Era una signora forestiera, ma tuttavia conosciuta nella citt, perch essa ci tornava tutti gli anni a domandare al clima di C... e alla sua tranquilla esistenza, una salute che Parigi le negava con i suoi inverni tormentati e fangosi.
Ricca e generosa senza ostentazione, proprietaria d'una villa i cui giardini erano celebri e dove i poveri sapevano di trovar buona accoglienza, ella era amata, o piuttosto era rispettata, a cagione del suo lusso e delle spese che faceva nel paese... Ma incuriosiva la gente con le proprie abitudini, che non erano quelle di tutti; apportava, in quella piccola citt estremamente borghese, uno squisito profumo di libert, un individualismo originale e grazioso, una cura di vivere per s non per gli altri, tutte cose adatte a turbare gli abitanti incrostati nella mota dei vecchi pregiudizi e delle tradizioni decrepite... E poi, non era essa maritata ad un ebreo?...
La signora entr nel negozio gi pieno di gente. Quella pasticceria, molto rinomata, nella quale si accumulavano le pi bizzarre immaginazioni, scene di zucchero, aneddoti sentimentali in confetture, terribili episodi militari in frutti candidi, era il punto di richiamo di tutti i curiosi a spasso. Si andava l come a una rappresentazione a teatro o ad un panorama. La folla stazionava in permanenza davanti alla vetrina e vi si avvicendava tutto il giorno, ingombrando quella parte del marciapiede malgrado gli sforzi di una guardia civica per tenerlo sgombro a fine di permettere la circolazione.
Improvvisamente, profittando della distrazione generale, un essere assai miserabile, una specie di mendicante, scarnito, dalla pelle gialla, coperto di cenci, scorgendo sopra i cuscini della vettura, probabilmente dimenticata dalla signora, una bella borsa di velluto montata in oro, fece atto d'impadronirsene... Ma il cocchiere, voltatosi in tempo giusto, cacci un gran grido:
Al ladro!... Al ladro!...
La folla in estasi davanti alla vetrina, a quel grido si volt... e subito tutte le facce si contrassero, con negli occhi un luccicho d'ebetismo selvaggio, e quasi di spavento...
Che cosa?... Che cosa?... grid la folla.
Il cocchiere, terribile, con la bocca cattiva, ripet:
Al ladro!... Al ladro!...
Qualcuno domand, mostrando i pugni:
Qual' il ladro?
Dov' il ladro?... domand un altro, i cui occhi sgranati esprimevano odio e paura.
Tutti si posero in atteggiamento di difesa e tutti, con una stessa voce compatta e fraterna, gridarono:
Dov' il ladro?
L!... L!... Eccolo!... indic il cocchiere.
E con la punta della frusta tocc la faccia scarnita del mendicante. Immediatamente, questi fu circondato e investito. Quaranta pugni si alzarono sopra lui... Venti bocche gli vomitarono addosso l'ingiuria:
Ha rubato!... Ha rubato!...
Che cosa?... Che cosa?... rubato che cosa?
Il delegato!... Il delegato!...
In quel momento appunto il delegato di pubblica sicurezza se ne andava a spasso con la propria famiglia. Vedendo un assembramento, pugni alzati, facce congestionate, si lanci in mezzo.
Che cosa c'?
Ha rubato!.. Ha rubato!...
Chi, ha rubato?
Il ladro, perbacco!
Dov'?
Eccolo l!... Eccolo l!..
Che cosa ha rubato?...
La folla non lo sapeva. Il cocchiere, contegnosissimo, spieg:
Ha rubato la borsa della signora!
E con la punta della sua frusta, ancora una volta, indic la piccola borsa di velluto, la quale, afflitta da tanto baccano, si era nascosta tutta vergognosa in un angolo della vettura...
Ah! Ah! fece il funzionario, gravissimo  abbominevole!.. Agguantatelo!... Si agguanti il ladro!... In prigione!...
In prigione! S... s... in prigione!...
La folla batt le mani, esaltata dalla gioia della vendetta.
In quel momento l'elegante signora usciva dal negozio: si sofferm sulla soglia, stupita e inquieta per quell'agitazione... Ne domand la causa... Fu acclamata.... alcuni cappelli, in segno di trionfo, ballarono sulla punta dei bastoni sollevati...
 stato preso!...  stato preso!...
 stato preso, chi?... interrog la signora.
Il ladro!... Il ladro!...
Che ladro?...
Il ladro, perbacco!... Il ladro!...
Ma il delegato si avanzava, solenne, col cappello in mano...
S, signora!... disse, inchinandosi profondamente.  stato preso, fortunatamente... Per la buona reputazione della citt!...
La signora, sempre pi stupita, ripet:
Chi  stato preso?
Il ladro!
Quale ladro?
Il ladro che ha rubato la vostra borsa... Il suo caso  chiaro...
S! S! acclam la folla.
 un pezzente!... Un cencioso!...
S!... S!...
Sar ben acconciato, ve lo garantisco!...
Bravo!... Bravo!...
E la signora vide allora la piccola borsa nella sua vettura e il mendicante dalla faccia scarna, la cui spalla era artigliata dalla mano brutale d'un poliziotto.
In prigione!... comand il delegato.
S!... s... in prigione... picchiatelo!...
Strappategli i capelli!...
La pelle!...
Sgozzatelo!...
La signora aveva tutto compreso... Disse:
Perdonate, signor delegato... Non  cosa grave... non  niente... Poich ho la mia borsa, non esigo che voi meniate questo pover'uomo in prigione...
La folla cominci a mormorare... Si udirono qua e l degli "oh!", degli "ah!"...
 impossibile altrimenti... signora spieg il delegato ci vuole un esempio... per la buona reputazione della citt...
Non si tratta della buona reputazione della citt... Io non sono lesa. Non sporgo nessuna denuncia... Vi domando di rendere la libert a quell'uomo.
Il delegato si ostin:
La legge, signora... la citt... il rispetto... il mio dovere... quale magistrato... quale cittadino...
Rilasciate quest'uomo!...
Il brontolo si accentu... Dapprima sguardi maravigliati... poi sguardi furiosi... poi sguardi pieni di astio si rivolsero su lei... Ella non li vide.
Alcune parole ingiuriose proruppero qua e l: ella non le intese.
Impazientita, con una voce imperiosa, essa ordin:
Voglio che rilasciate quest'uomo... Lo voglio!...  chiaro, questa volta?
Nella folla ci fu un'esplosione: la collera, l'indignazione che fino allora si erano scagliate contro il mendicante, investirono la signora... Suonarono ben distinti oltraggi, sputi e ignobili minacce... Per qualche secondo la signora ebbe a sopportare qualcosa d'immondo, come lo stupro di tutta la sua persona compiuto da quella folla frenetica.
Un monello, con la bocca torta dagli insulti urlati, si precipit alla briglia dei cavalli.
Pitocca!
Sgualdrina!
Portatela via!
Morte ai giudei!...
Siete tanti selvaggi!... url la signora.
Quindi se ne stette impassibile, sotto gli urli e i fischi, aspettando che fosse rimesso in libert il pezzente.
Questo, con la faccia sanguinante... un lato della barba strappato... la testa nuda, essendo il suo cappello, il miserabile suo cappello, ruzzolato su strada..., si allontan... tremante, sulle gambe scarne...
Allora soltanto la signora, tutta fremente, risal nella vettura, inseguita dagli ingiuriosi urli di quella folla ai cui artigli le sue gracili dita di donna avevano strappato e messo in salvo un poco di carne umana.
...
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FINE.
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GIORNO DI VACANZA.
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Eravamo andati a prendere la funicolare che sale alla T.... ove dovevamo passare la giornata.
Erano le dieci della mattina, e nessuno era ancora nella stazione... Solo il treno attendeva con la sua macchina tozza e bizzarra che sembrava una protesta contro le leggi dell'equilibrio una macchina come ne appaiono alle volte negli incubi dei febbricitanti. Il tempo era sereno, un sole chiaro faceva brillare le erbe sotto un boschetto di olivi che, tra ombre gi taglienti, scalava a terrazzi il fianco della montagna...
Attendevamo gi da dieci minuti, quando due impiegarti uscirono dalla stazione e presero a passeggiare in lungo e in largo sulla via ferrata, lentamente, le mani dietro la schiena.
Un viaggiatore che s'impazientiva domand:
Si parte o non si parte?... Che cosa si fa qui?
I due impiegati non risposero e continuarono la loro passeggiata, silenziosi e pi flemmatici. Il viaggiatore and in collera:
Dite un po'... razza di rattrappiti grid loro allungando la testa furiosa fuori del finestrino ...potreste ben rispondere quando vi si parla... Si parte?
Uno dei due impiegati si decise a rispondere:
Non lo so, io.
L'altro aggiunse con voce altezzosa:
Non siamo di qui, noialtri... Siamo delle Ferrovie di Stato, noi...
E prese un atteggiamento pieno di dignit e di orgoglio.
Allora, che cosa ci fate qui?...
Ma! guardiamo, toh!... Siamo in vacanza... Ci veniamo a istruire un poco, non  vero?
Il compagno, cos interpellato, croll il capo:
Toh! Sicuro... rispose.
Il viaggiatore seguit a brontolare ancora qualche minuto, quindi, rincantucciandosi nel vagone con dei gesti di protesta, fin per chetarsi ed accendere una sigaretta.
I due impiegati ripresero la loro passeggiata che il colloquio aveva interrotta. Osservarono i binar... gli scompartimenti di ferro dove andavano a mordere i denti della catena e la via stretta che fuori della stazione s'arrampica sull'erta brusca e ripida della montagna.
Non dicevano nulla, non si comunicavano nessuna delle loro riflessioni che pertanto, a giudicare dalle fisionomie severe e dal solco sulle fronti, dovevano essere molto laboriose... Di tanto in tanto, per meglio esprimere il loro stupore o per dare a credere che potessero stupirsi di qualche cosa, si lasciavano sfuggire, l'uno:
Ma guarda!...
E l'altro:
Toh!... toh!... toh!... senza spiegarsi di pi.
Dopo qualche momento si fermarono di nuovo.
Il primo chiese:
E come si chiama questa roba?
Il secondo rispose con delle smorfie sulla bocca:
Una furinculare!... Una furuncolare!... Ma non hai veduto all'ingresso...  scritto a caratteri rossi!...
Una furincolare? Guarda un po'!... domando io!...
E dove sono stati a pescarla?
Ma!...
In ogni modo, non  come le altre ferrovie...
Certamente!
A me non mi riesce di capire come questa possa arrampicarsi cos...
Eppure... si arrampica... Vedrai quando parte...
E se si spezza?
Se si spezza?
S!.
Ah, diavolo!...
E fece un gesto esprimente qualche cosa come un salto pericoloso.
Ecco!
L'altro scosse la testa con aria triste e disse:
Son contento di vedere...
Abbiamo fatto bene a venir qui.
Certamente.
Dopo un momento:
E tu hai detto che questa si chiama... una furinculare?
Una furinculare... una formicolare...  scritto fuori...
Guarda!... Guarda!... Guarda!.
Dopo essersi grattati la nuca, ripresero a camminare col passo pesante e dinoccolato, senza rivolgersi pi la parola. Camminavano l'uno accanto all'altro, con le braccia ciondoloni, la testa china... E non guardavano pi le rotaie... n la catena, la china ripida, il cielo turchino sopra di loro... n la montagna davanti, tutta fiorita d'euforbie e di maggiorana... n il boschetto di olivi del quale una lieve brezza faceva dolcemente fremere e arricciare, in un grazioso movimento aereo, il fogliame argentato...! Essi non dicevano nulla... n guardavano, n vedevano nulla...
Continuarono a camminare con lo stesso passo lento e pesante, senza pensare a nulla, tranne certamente che era giorno di festa... che si divertivano... e che si sarebbero divertiti cos... per tutta la lunga giornata di riposo e di gioia...
Alla fine, il treno part.
I due impiegati lo seguirono con occhio spento. La macchina fischiava, sbuffava, tossiva lamentandosi, con una tosse roca di malato di petto. Dopo qualche momento mi affacciai allo sportello e guardai indietro verso la stazione che avevamo appena lasciato. I due impiegati erano laggi immobili, allo stesso posto e guardavano salire la macchina.
Tornammo la sera, alle cinque.
I due impiegati erano sempre l, al loro posto, le braccia pi ciondolanti, le reni pi curve, la fisonomia pi inespressiva...
Siccome non c'erano pi treni e la stazione si chiudeva, ebbero ancora un momento di perplessit... e dopo essersi consultati con gli occhi:
Che facciamo? chiese l'uno.
Ah! Perbacco! disse l'altro, tentennando il capo.
Dove andiamo ora?
Ah! Perbacco!
Certo, cercarono a lungo, nella mente, dei luoghi meravigliosi... dei giardini lussureggianti... dei piaceri... e non trovarono nulla.
Se si ritornasse a casa? propose l'uno.
Ah! no... rispose l'altro. Un giorno di vacanza!... Non  cosa da fare...
 vero! Ci vuole un sito dove divertirsi!...
Sicuro!
Dopo un po' di riflessione:
Se si andasse a fare un giretto alla stazione... alla nostra stazione...
Questa...  un'idea...
Quella...  una ferrovia... una ferrovia vera... Andiamo a divertirci un po'... a guardare...
Sicuro...
Ebbene!... Andiamo!...
Andiamo!...
E si allontanarono con un passo ritornato pi lesto, pi franco... come se andassero... finalmente... verso la felicit...
...
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FINE.
...
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...
LE MEMORIE D'UN POVERO DIAVOLO.
...
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...
Capo 1.
...
.
...
Queste pagine che scrivo, non sono un'autobiografia secondo le norme letterarie.
Avendo vissuto meschinamente, senza rumore, senza nessun avvenimento romanzesco, sempre solitario, anche nella mia famiglia, anche in mezzo agli amici miei e alle folle che ho qualche momento avvicinate, non ho la vanit d'immaginare: che la mia vita possa offrire il minimo interesse o divertimento ad esser narrata. Non mi riprometto dunque da questo lavoro nessuna gloria, nessuna fortuna, n la consolazione di sognare ch'io possa commuovere l'animo di qualcuno.
E perch qualcuno sulla terra dovrebbe preoccuparsi del silenzioso insetto ch'io sono? Nel mondo che mi circonda con la sua immensit, io sono un atomo troppo trascurabile. Non so se volontariamente, o per sorpresa, ho rotto tutti i vincoli che mi legavano alla solidariet umana: ho rinunciato alla parte d'azione, utile o dannosa, che spetta ad ogni essere vivente. Io non esisto n in me, n negli altri, e neanche nel pi infimo ritmo dell'universale armonia; sono questa cosa inconcepibile e, pu darsi, unica: nulla! Ho due braccia, l'apparenza di un cervello, le insegne d'un sesso; e nulla  uscito da tutto questo, nulla, neanche la morte! E se la natura mi  cos ostile persecutrice  perch io tardo, certamente troppo, a restituirle questo piccolo mucchio di letame, questo minuscolo pizzico di polvere che  il mio corpo... perch tante forme, anche graziose, chi sa!... tanti curiosi organismi aspettano di nascere per perpetuare la vita della quale, in realt, io non faccio nulla, se non che interromperla. Che cosa importa dunque se io ho pianto, se con le unghie talvolta mi sono scavato il petto sanguinante?... In mezzo all'universale sofferenza che cosa sono i miei pianti? Che cosa pu la mia voce lacerata dai singhiozzi o dal riso, in mezzo a questo grande lamento che scuote i mondi sgomentati dall'impenetrabile enigma della materia o della divinit?
Se ho drammatizzato questi pochi ricordi dell'infanzia che fu mia, non l'ho fatto per essere compianto, ammirato od odiato. So che non ho diritto a nessuno di questi sentimenti nel cuore degli uomini. E che cosa me ne farei?
Forse, in questo momento, parla in me la voce del supremo orgoglio? Tento forse di spiegare, di scusare alla languente, all'immonda larva che sono, con troppo sottili e vane ragioni, la caduta dell'angelo che avrei potuto essere? Ah! no. Io non ho orgoglio, non ho pi orgoglio! Ogni volta che questo sentimento ha voluto penetrare in me io non ho dovuto far altro, per scacciarlo, se non volgere gli occhi al cielo, allo spaventoso abisso dell'infinito, dove io mi sento pi piccolo, pi impercettibile, pi infinitesimale che non il diatomo perduto nell'acqua delle cisterne. Oh! no, lo giuro, io non ho orgoglio.
Dando a queste memorie una forma palpitante e famigliare, ho voluto rendere pi sensibile una delle pi prodigiose tirannie, una delle pi avvilenti oppressioni della vita, della quale io non sono stato il solo, ohim!, a soffrire: l'autorit paterna! Perch tutti ne hanno sofferto, tutti portano in s, negli occhi, sulla fronte, sulla nuca, su tutte le parti del corpo nelle quali l'anima si rivela, dove l'interiore emozione affluisce con bagliori rattristati, in deformazioni particolari, il sogno caratteristico, lo spaventoso colpo di pollice di questa iniziale, di questa incancellabile educazione di famiglia!
E poi, mi sembra che la mia penna, stridendo sulla carta, mi distragga un poco da quelle travi del soffitto, da cui qualcosa di pi greve del cielo del giardino pesa sulla mia testa. E poi, mi sembra pure che le parole da me tracciate divengano esseri, personaggi viventi, personaggi che si muovano, che persino mi parlino oh, concepite voi la dolcezza dei questa cosa incomprensibile? mi parlino...
Ho amato mio padre: ho amato mia madre. Li ho amati fin in quello che avevano di ridicolo, fino nella loro malvagia violenza verso di me. E al momento che confesso questo atto di fede, da che essi sono entrambi sotto terra, sotto un'umile pietra, tutti e due carne disfatta e vermi brulicanti, io li amo, li adoro pi ancora, li amo e li adoro di tutto il rispetto che ho perduto. Non li faccio responsabili n delle miserie che mi provennero da essi, n del destino indicibile che la loro cos onesta e perfetta inintelligenza m'impose come un dovere. Essi sono stati quello che sono tutti i genitori e non posso dimenticare ch'essi pure, fanciulli, soffrirono quello che mi hanno fatto soffrire. Eredit fatale che ci trasmettiamo gli uni agli altri, con una costante e inalterabile virt.
Tutto il torto  della societ, la quale, per legittimare i propri atti e consacrare senza controllo il suo supremo potere, sopratutto per mantener l'uomo schiavo, non ha trovato niente altro di meglio che istituire questo ammirevole strumento d'incretinimento che  la famiglia.
Ogni essere press'a poco ben costituito, nasce con delle facolt dominanti, delle forze individuali che esattamente corrispondono ad un bisogno o ad un piacere della vita.
Invece di vegliare al loro sviluppo in un senso normale, la famiglia fa presto a deprimerle e ad annientarle. Essa non produce che spostati, rivoltosi, squilibrati, infelici, rigettandoli fuori del proprio seno, imponendo loro, con la propria autorit legale, gusti, funzioni, azioni che non son le loro e che diventano non una gioia, come dovrebbero, essere, ma un intollerabile supplizio. Quanta ne incontrate nella vita, di gente realmente adeguata a se stessa?
Io avevo, per la natura, un amore, una passione assai rara in un fanciullo della mia et. E non era questo un segno di elezione? Oh! quanto spesso me lo sono domandato! Tutto, della natura, m'interessava, mi incuriosiva. Quante volte son restato per ore intere davanti a un fiore, cercando, con oscuri e vani tentativi, il segreto, il mistero della sua vita!
Osservava i ragni, le formiche, le api, le fantasmagoriche trasformazioni dei bachi, con gioia profonda, attraversata per dalla spaventosa angoscia di non sapere, di non conoscere. Spesso rivolgevo a mio padre delle domande, ma mio padre non vi rispondeva mai e mi derideva.
Che curioso tipo sei tu! mi diceva. Dove vai a trovarlo tutto quel che mi racconti?... Le api, ebbene?... sono le femmine dei calabroni, come le rane sono le femmine dei rospi: e pungono i ragazzi pigri... Sei contento adesso?
Qualche volta era pi laconico.
Ah! tu mi secchi con le tue continue domande!... Che cosa t'interessa?...
Non avevo n libri, n persone che mi guidassero. Nondimeno, nulla mi scoraggiava, ed era, mi pare, cosa commovente davvero quella lotta d'un fanciullo contro la formidabile e incomprensibile natura.
Un giorno che si scavava un pozzo nel nostro orto, io concepii, piccolo e ignorante com'ero, la legge fisica che determin la scoperta dei pozzi artesiani.
Nelle mie quotidiane osservazioni, ero stato colpito, spesso da quel fenomeno dell'elevamento del liquido nei vasi comunicanti. Ragionandovi su, applicai quella teoria innata e ben confusa ancora nella mente, agli strati sotterranei di acqua e concepii, s, per una esplosione di genio precoce, concepii la possibilit d'un getto d'acqua sorgiva per mezzo di un foro praticato in un determinato punto del suolo.
Partecipai a mio padre questa scoperta. Gliela spiegai come meglio mi era possibile, con una esuberanza di parole e di gesti che non m'era consueta.
Che cosa mi tiri fuori! grid mio padre... Ma  il pozzo artesiano che hai scoperto, pezzo di bestiola?...
E rivedo ancora il sorriso ironico che contrasse il suo viso glabro e dal quale rimasi umiliato.
Non so... balbettai.., Ti domando...
Ma, asinello che sei,  da tempo che  stato scoperto il pozzo artesiano! Ah! Ah! Ah!... Scommetto che domani scoprirai la luna!...
E mio padre scoppi a ridere. Quanto mi fece male il suo riso! Sopraggiunse mia madre la quale non mi era indulgente pi di lui.
Non sai?... le disse mio padre. Abbiamo un grand'uomo per figlio! Il piccino ha scoperto i pozzi artesiani!... parola mia d'onore!...
Oh! imbecille! sghignazz mia madre. Farebbe meglio a studiare la sua storia sacra...
Quindi venne la volta delle mie sorelle che accorsero coi loro visi aguzzi e curiosi.
Salutate vostro fratello, signorine... un grande inventore, sapete? Ha or ora scoperto i pozzi artesiani!
E le mie sorelle, antipatiche e cattive, pappagalleggiarono e sghignazzarono da non finirla pi.
Non sa che cos'altro inventare per esser ridicolo! Bestia, bestia, bestia!
Finalmente, gli amici, i vicini, tutto il paese, seppero ben presto che io avevo scoperto per scavare i pozzi un mezzo come quello di affondare un cucchiaio in un vaso di burro. Intorno alla mia minuscola persona umiliata fu un tempestare di risa schernitrici, di frizzi, di canzonature che durarono un pezzo. Sentii pesare sopra di me la disistima di tutto il paese come se avessi commesso un delitto.
E me ne sentivo morir di vergogna.
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Capo 2.
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Non andai pi in l della scuola primaria dove, debbo confessarlo, non ottenni nessun successo. Mio padre, affidandomi al maestro, aveva dichiarato che io ero estremamente ottuso e che non ne avrebbe fatto niente di me. Il maestro si attenne strettamente a tale opinione e neanche una volta si prov di capire che cosa potessi avere sotto quella stupidit di cui, con tanta sicurezza, mi bollava mio padre. E naturalmente questa opinione, ben radicata e indiscretamente propalata, mi rese lo zimbello dei miei compagni, come lo ero stato della mia famiglia. Ci fu un momento in cui si pens di mandarmi in collegio: ma ben riflettuto e pesato il pro e il contro, si decise che la mia educazione era sufficiente cos com'era.
 troppo asino per entrare in collegio diceva mia madre. Non ne avremmo che fastidi.
Nient'altro che mortificazioni!... appoggi mio padre, che amava le grandi parole.
S, s. Che cosa farebbe in collegio? Nulla, perbacco! Sarebbe denaro sprecato.
Consultate anche le mie sorelle, esse, che in tutte le cose dimostravano un precoce buon senso, squittirono insieme:
In collegio?... Lui?.. Ah! l'imbecille!..
D'altra parte non si valeva tenermi tutta la giornata in casa dove ero perpetuo motivo di fastidio, specialmente dopo la disgraziata scoperta dei pozzi artesiani. Io vedevo nettamente negli otto sguardi della mia famiglia il timore che non scoprissi qualche cosa di ancor pi straordinario e, per togliermene l'intenzione, non passava giorno che con feroci ironie e insistenti umiliazioni non mi si ricordasse la ridicola avventura.
Sotto pena di aspri rimproveri e di intollerabili scherni, non avevo pi il diritto di fare un gesto, n di toccare un oggetto; e mi si rendeva responsabile di qualunque danno avvenisse, della pioggia, della grandine, del secco, del marcire dei frutti: ero quindi pronto ad accettare come una liberazione tutto quanto la fantasia assurda dei miei genitori potesse loro suggerire in vista del mio avvenire, com'essi dicevano. Del mio avvenire!
Fu dunque deliberato che sarei entrato presso il notaio, come sotto-scrivano, strana e nuova funzione che il tabellione non esit a creare, in considerazione dell'amicizia che lo legava alla mia famiglia.
Si vedr pi tardi! concluse mio padre. L'importante  che metta i piedi in qualche posto.
Le mie sorelle si maritarono qualche mese dopo la mia ordinazione nel notariato. Esse sposarono due esseri insulsi, stranamente stupidi, dei quali uno era ricevitore del registro e l'altro non so pi che cosa. No, veramente, non so pi che cosa. Io rivolgevo loro appena la parola e li trattavo come estranei.. Quando essi ebbero compreso ch'io non contavo nulla nella famiglia, mi disprezzarono tutti e due per la mia debolezza, per le mie maniere solitarie e goffe, per tutto quanto in me non era simile ad essi.
Erano due grandi giovanottoni chiassosi e fanfaroni, che avevano molto vissuto nella pesante e asfissiante bestialit dei piccoli caff di paese. Essi ne avevano appreso, e li conservavano, dei gesti speciali e tecnici. Per esempio, quando camminavano, stendevano le braccia, salutavano, mangiavano, avevano sempre l'aria di giocare al biliardo, di preparare dei colpi d'effetto importanti e difficili. E, naturalmente, erano capitate loro avventure maravigliose, storie impressionanti nelle quali si erano diportati da eroi. Nella famiglia e nel paese erano considerati uomini oltremodo distinti.
Come debbono essere felici! si esclamava, invidiando le mie sorelle.
Il ricevitore del registro aveva esordito come funzionario in un piccolo, angolo del dipartimento delle Alpi. Lass aveva cacciato il camoscio, ci che lo rendeva un personaggio ammirabile, aureolato di leggenda e di mistero. Allorch raccontava le sue prodezze, egli descriveva con formidabili gesti i neri abissi, i vertici altissimi, le guide intrepide e i camosci saltanti: mia sorella, estasiata, raggiungeva cos le pure, inebbrianti, infinite vette dell'amore. E quanto era brutta, allora!
L'altro non aveva cacciato i camosci, ma aveva saltato degli ostacoli e li saltava ancora. Li saltava con un ardimento e una elasticit che facevano battere il cuore dell'altra mia sorella come se il suo fidanzato avesse preso d'assalto una citt, disperso degli eserciti, conquistato dei popoli. La domenica, alla passeggiata, alla vista di un ostacolo, egli interrompeva a un tratto la conversazione, prendeva la rincorsa e saltava e risaltava la barriera poi, ritornava vicino a noi, sfidandoci uno dopo l'altro:
Fate altrettanto, se vi riesce!
Si rivolgeva a me con un'insistenza che veniva reputata squisitamente spiritosa e di gusto delicato.
Vediamo! Provate! Fate altrettanto!
Ed erano risa di canzonatura.
Oh! s! Lui!... Non sa far nulla, lui!... Non sa nemmeno correre... non sa neppur camminare!...
Allora, fino alla sera, bisognava udire, come si trattasse di una epopea, il racconto di tutte le barriere ch'egli aveva saltate, delle barriere alte come case, come quercie, come montagne... E, raccontando, irrigidiva, tendeva i garretti, li faceva giuocare, orgoglioso dei suoi muscoli...
L'altra mia sorella sveniva d'amore anche lei, trasportata dall'eroismo di quegli incomparabili garretti, in un sogno di sublimi e formidabili gioie.
Un pomeriggio li trovammo seduti sulla panchina della pergola; mia sorella, mezzo svenuta fra i garretti del suo fidanzato. Bisogn affrettare il matrimonio.
E mi ricordo di scene orribili, di repugnanti e orribili scene, la sera, nel salotto, alla luce scialba della lampada che rischiarava d'una luce tragica, d'una luce di delitto, quasi, quelle strane facce di pazzi, quelle facce di morti.
La madre del ricevitore del registro venne una volta per regolare le condizioni del contratto di matrimonio e ordinare il corredo. Essa voleva aver tutto e non dar nulla: disputava aspramente su ogni articolo: puntava su mia sorella degli sguardi di odio e ripeteva instancabilmente:
Ma no! Ma no!....Non si era detto questo!... Non si  mai parlato di quest'altro!... Uno scialle indiano?... Ma  una pazzia! Non siamo mica principi del sangue, noi!...
Mio padre, che aveva ceduto su molti punti, and sulle furie quando la vecchia signora ebbe a contestare lo scialle d'India.
Non siamo principi del sangue,  possibile... ma siamo persone a modo, gente stimabile... Abbiamo una posizione, un rango... Lo scialle d'India  stato promesso... e voi darete lo scialle d'India!...
E con una voce netta e categorica, aggiunse:
Lo esigo... Ho potuto fare dei sacrifiz per la felicit di questi figlioli..., ma questo... lo esigo!
Si alz, passeggi per la sala, con le mani dietro la schiena, che nervosamente si torcevano per un impeto di collera... Ci fu un momento di drammatico silenzio.
Mia madre era pallidissima; mia sorella aveva gli occhi gonfi di pianto, la gola stretta. Il ricevitore del registro non pensava pi ai camosci e fissava uno sguardo imbarazzato sopra una cromolitografia appesa al muro in faccia a lui. La vecchia signora riprese:
E che la vostra figliola abbia uno scialle d'India ci innalzer tutti parecchio, se non ha neanche da mangiare...
Mia figlia!... niente da mangiare?... grid mio padre che s'impenn dritto e minaccioso davanti alla vecchia. E per chi mi prendete, signora?
Ma quella si ostin:
Uno scialle d'India?... Domando io!... Sapete che cosa costa?
Non voglio saperlo, signora... Io non debbo saper che questo: ogni promessa  debito!
Mia madre, sempre pi pallida, intervenne:
Signora!...  la consuetudine!... Un corredo  un corredo! Noi non abbiamo domandato dei pizzi, per quanto nella nostra posizione, avremmo potuto esigere anche uno scialle di merletto!... Ma lo scialle d'India... pensate, signora, lo hanno anche le figlie di droghieri!... Non sarebbe un matrimonio serio!...
La vecchia signora, che era a corto di argomenti, picchi la mano secca sul tavolino.
Ebbene, no! grid. Io non lo d la scialle d'India! Se lo volete, pagatevelo. Avete capito? Questa  la mia ultima parola.
Mia sorella, gli occhi della quale erano pieni di lacrime, non pot pi trattenersi. Ella singhiozz, soffocando i singulti nel fazzoletto, mugolando dolorosamente e cos penosamente brutta, che io rivolsi altrove gli occhi per non vederla.
Non lo voglio lo scialle... d'India... non lo voglio... gemeva. Io voglio maritarmi! Voglio maritarmi!
Figlia mia! sclam mio padre.
Povera figlia mia! sclam mia madre.
Signorina! Signorina! gridava il ricevitore del registro, le cui braccia andavano e venivano come se avessero spinto una lunga stecca su un pi lungo biliardo.
Fra mugolamenti e singhiozzi, mia sorella supplicava con una voce rotta e soffocata nell'umido fazzoletto aggomitolato:
Voglio maritarmi! Voglio maritarmi!
La si trascin nella sua camera... Ella si lasci condurre, come una cosa inerte, ripetendo
Voglio maritarmi! Voglio maritarmi!
Fu sopra di me che si scaric la collera della famiglia. Mio padre mi scorse e tutto a un tratto mi allung un ceffone, cacciandomi fuori del salotto, su tutte le furie.
E perch sei qui? Chi t'ha detto di venir qui? Per colpa tua capita tutto questo!... Vattene!
Cos, del resto, terminavano tutte le scenate.
Mia sorella si marit, senza lo scialle d'India: poi part. L'altra mia sorella si marit, ugualmente senza lo scialle d'India, poi anch'essa part... E io non sentii pi il pappagalleggiare delle mie sorelle.
Un grande silenzio penetr nella casa. Mio padre divenne tristissimo. Mia madre pianse, non sapendo pi che cosa fare delle sue lunghe giornate. E i canarini delle mie sorelle, nella loro gabbia abbandonata, morirono. uno dopo l'altro.
Io copiavo le scritture dal notaio e consideravo, divertendomene, la sfilata in camiciotto e in zoccoli di tutte le passioni, di tutti i delitti, di tutti i misfatti che nell'anima degli uomini soffia l'anima omicida della Terra.
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Capo 3.
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Io sono nato con il dono fatale di sentire vivamente, di sentire fino al dolore, fino al ridicolo. Accumulai su mio padre, su mia madre, sulle mie sorelle, delle osservazioni impertinenti che non erano proprie della mia et. Altri, pi tardi, avrebbero tratto profitto di queste qualit eccezionali: io non feci che soffrirne e per tutta la vita mi sono state d'imbarazzo.
Insieme con questa sensibilit resa pi acuta dall'ironia, possedevo anche una gran timidezza, cos grande che non osavo parlare a chicchessia, neanche al cane di mio padre, il vecchio Tom, il quale partecipava della repulsione e della diffidenza di cui involgevo tutta la famiglia, giacch anch'esso, il cane, fingeva di non comprendermi.
Non esser compreso da un cane, non  il colmo della miseria morale? Avevo finito dunque per chiudermi tutto in me e per me. Rispondevo appena alle domande che mi erano rivolte. Spesso, senza motivo, vi rispondevo anche con lacrime.
Veramente non ho avuto fortuna. Sono cresciuto in un ambiente tutto sfavorevole allo sviluppo dei miei istinti e dei miei sentimenti. E non ho potuto amar nessuno io che, per natura, ero fatto per amare troppo e troppi. Nell'impossibilit in cui ero di provare amore per qualcuno, io lo simulai e credetti cos di smaltire il soverchio di tenerezza che nutrivo in me. A dispetto della mia timidezza recitavo la commedia delle effusioni, degli entusiasmi: ebbi delle smanie di abbracciamenti che mi distrassero e mi sollevarono un istante. Ma l'onanismo non  l'amore: lungi dallo spegnere gli ardori genetici, li sovreccita e non li appaga.
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Qualche mese dopo il matrimonio delle mie sorelle, io ebbi una febbre tifoidea che si complic di meningite: per miracolo, ne guarii.
La malattia, in un certo modo, liquefece il mio cervello. Se scuotevo la testa, mi sembrava che del liquido sballottasse fra le pareti del mio cranio, come in una bottiglia rimossa. Tutte le mie facolt subirono una pausa. Vissi nel vuoto, sospeso e dondolato nell'infinito, senza nessun punto di contatto con la terra. Rimasi a lungo in uno stato di intorpidimento fisico e di sonnolenza intellettuale, dolce e profondo come la morte. Per consiglio del medico, i miei genitori, inquieti e vergognosi di me, mi lasciarono tranquillo e decisero che non sarei ritornato pi presso il notaio.
Fu allora per me un'epoca di assoluta felicit, della quale non ho coscienza veramente che oggi soltanto. Per pi d'un anno assaporai incomparabili delizie d'oggi l'immensa gioia, l'immensa pace di non pensare a nulla. Steso su una poltrona, gli occhi sempre chiusi alla luce, provavo la sensazione del riposo eterno in una bara. Ma la carne rinasce presto dalle ferite dei fanciulli: le ossa fratturate si rinsaldano da loro stesse: i giovani organi si rimettono prontamente dagli urti che li hanno scossi: la vita presto travolge gli ostacoli che arrestano un momento il torrente delle sue linfe. Io ripresi le forze e, con le forze ritornate, a poco a poco ritornai preda dell'educazione familiare con tutto quanto essa comporta di deformazioni sentimentali, di lesioni irriducibili, e di vanit stravaganti.
Allora, ogni giorno, ogni momento udii i miei genitori ripetere, a proposito di cose che avevo o non avevo fatto, con un tono qualche volta irritato, qualche altra di compatimento: " desolante!... Non capisce nulla!... Non capir mai nulla!... Che spaventoso malanno per noi quella meningite!..." E guardavano con spavento, ma senza osare di rimproverarmeli perch erano gente onesta, secondo la legge i bocconi che divoravo avidamente, nel silenzio dei pasti, e dei quali sapevano benissimo che non sarebbero stati mai ripagati.
La mia sensibilit, anzich esser diminuita dal male che aveva cos profondamente colpite le mie midolla, si svilupp ancora, si esager fino a diventare una specie di trepidazione nervosa. Quando mio padre, con una indifferenza di pappagallo, mi domandava: "Hai dormito bene questa notte?" io singhiozzavo fino a perdere il respiro, a soffocare: di che mio padre, che era un uomo pratico, si maravigliava enormemente. Quell'eterno mutismo, rotto di quando in quando da inesplicabili pianti, rassomigliava ad un incurabile abbrutimento e la mia famiglia non poteva adattarvisi. Tutto fu sofferenza per me. Io cercavo non so che cosa nelle pupille degli uomini, nel calice dei fiori, nelle forme mutevoli e molteplici della vita e piangevo di non ritrovarci nulla che corrispondesse al vago, oscuro ed angosciante bisogno di amare che empiva il mio cuore, gonfiava le mie vene, tendeva tutta la mia carne e tutto il mio spirito verso impossibili strette ed impossibili carezze.
Una notte, non potendo dormire, aprii la finestra della mia camera e mi appoggiai al davanzale, guardando il cielo sopra il giardino soffuso d'ombra. Il cielo era violetto, d'un violetto cos tenero, cos puro, dolcemente radiante per il milione di stelle che vi brillavano. Per la prima volta, ebbi coscienza di quella formidabile immensit, di quella immensit del color dei fiori ch'io mi provavo di scandagliare non era una cosa comica? con poveri e piccoli sguardi di fanciullo, e ne fui schiacciato. Ebbi il terrore di quelle stelle cos mute, il cui ammiccare allontana ancor pi, senza mai rischiararlo, l'opprimente mistero dell'immensurabile. Che cosa ero io, tanto piccolo, fra quei mondi? Donde ero nato, dunque? E perch? Dove mi rivolgevo io, vile fibrilla, impercettibile atomo disperso in quel placido turbinio di armonie impenetrabili? E che cosa erano mio padre, mia madre, le mie sorelle, i nostri vicini, i nostri amici, i passanti, tutta quella polvere umana vivente, tutta quella minuscola truppa d'insetti trascinata da chi sa che, verso chi sa dove? Io non avevo letto Pascal, non avevo letto nulla ancora e quando, pi tardi, questa frase che cito a memoria, mi cadde sotto gli occhi: "Non so chi m'abbia messo al mondo, n che cosa sia il mondo, n che cosa sia io stesso: sono immerso in una profonda ignoranza di tutte le cose", trasalii di gioia e di dolore vedendo espressi cos nettamente, cos completamente e fedelmente i sentimenti che mi avevano agitato quella notte.
Tutta quella notte io restai appoggiato alla finestra aperta, immobile, lo sguardo perduto nello spavento del cielo violetto e la gola cos stretta che i singhiozzi, di cui il mio petto era pieno, non potevano uscirne e mi soffocavano. Ma il mattino, finalmente, riapparve. L'alba si lev e con essa la vita che dissipa i sogni di morte e copre di rumori familiari il silenzio grave dell'infinito.
Si aprirono delle porte, delle persiane sbatterono contro i muri, una gazza si alz a volo da un ciuffo di ligustri, i gatti balzarono sull'erba umida, tornando dalla caccia notturna. Vidi la cuoca spazzare la soglia dell'uscio di casa: vidi mia madre discendere in giardino, stendere sulle aiuole dei lini di bucato. Dalla finestra dove l'andavo osservando, essa era dolorosamente ributtante. La sua figura allampanata rattristava quel puro e cos fresco risveglio mattinale: i fiorellini del prato erano offesi dalla sua sudicia cuffia da notte, dalla sua camicetta gualcita. La sua gonnella nera, legata sulle anche, sbatteva sulle orribili ciabatte che si trascinavano nell'erba simili a repugnanti rospacci. Essa aveva la nuca cattiva, il cranio duro, il profilo arcigno; nulla di materno doveva aver dato mai fremiti a quel corpo deformato. A tutta prima la sua vista mi irrit come una macchia su una bella stoffa di seta chiara. Poi ebbi di lei una immensa piet che mi fece scoppiare in pianto. Avrei voluto a forza di baci e di carezze far penetrare in quel cranio, sotto quella cuffia, un po' della luce di quel mattino verginale. Discesi in giardino, corsi incontro a mia madre e mi gettai fra le sue braccia:
Mamma!... Mamma!... Mamma?... implorai. Perch non guardi le stelle, la notte?
Essa gett un grido, spaventata dalla mia voce, dal mio sguardo, dalle mie lacrime e, strappatasi al mio abbraccio, fugg.
Quel giorno accompagnai mio padre alle esequie d'un vecchio affittaiuolo che conoscevo appena. Al cimitero, durante la sfilata davanti alla fossa, fui preso da una strana tristezza. Lasciata la folla che si agitava e si disputava l'aspersorio, traversai correndo il cimitero, urtando nelle tombe e piangendo cos forte da spaccar l'anima d'un beccamorto.
Mio padre mi raggiunse:
Ebbene?... Che cos'hai?... Perch piangi?... Perch te ne sei andato?... Sei ammalato?...
Non so gemetti non posso...
Mio padre mi prese per mano e mi ricondusse a casa.
Su via! mi disse. Tu non lo conoscevi pap Giuliano?
No.
Dunque, non gli potevi voler bene?
No.
Allora, che cosa ti prende? Perch piangere?
Non so...
Guardami, via!... Io, conoscevo pap Giuliano... Era un uomo che pagava regolarmente i suoi affitti... La sua morte mi mette in un grande imbarazzo. Forse non ritrover mai pi un fittaiuolo come lui! Ebbene... forse che piango io?
E, dopo una pausa, con voce pi severa, aggiunse:
Non va bene, quello che fai. Non sai che pi inventare per mortificarmi... Non sono punto contento! Questa mattina dici a tua madre non so che cosa... Ora, piangi per nulla... se continuerai, non ti condurr pi con me...
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Capo 4.
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Una volta, abitava con noi una cugina di mia madre. Essa era talmente singolare, cos originale, cos squilibrata nei suoi atti che non si sapeva mai come comportarsi con lei. Delle volte mi colmava di tenerezza e di regali e un momento dopo mi batteva senza una ragione al mondo. Pif! Paf!... schiaffi per nulla. Spesso mi pizzicava alle braccia, di nascosto, quando le passavo accanto nei corridoi, oppure, se la sfioravo appena sulla scala, mi abbracciava freneticamente. Ed io non sapevo mai a che cosa attribuire le sue effusioni e le sue botte.
In tutto quanto faceva, sembrava obbedisse alle suggestioni d'una incomprensibile follia. Qualche volta restava chiusa per giornate intere nella sua camera, triste e piangente: l'indomani, presa da un'ardente allegrezza e da una divorante attivit, si metteva a cantare. L'ho vista nella legnaia, rimuovere enormi ceppi che spostava senza nessuna utilit e, nel giardino, zappare con alacrit maggiore di quella d'un terrazziere. Era molto brutta, tanto brutta che non mai alcuno l'aveva richiesta in matrimonio, malgrado le sue seimila lire di rendita. Si pensava in famiglia ch'essa soffrisse molto del suo stato di vecchia zitella e fosse questa la cagione dei suoi atti disordinati. La faccia bitorzoluta, la pelle secca e come bruciacchiata, sollevata in squame cenerose dal fuoco interiore, i capelli radi e corti, magrissima, un po' curva, la mia povera cugina era veramente spiacevolissima alla vista. Le sue subitanee tenerezze mi fastidivano pi ancora delle sue collere impreviste. Essa aveva, abbracciandomi impetuosamente, dei gesti cos duri, dei movimenti cos bruschi che preferivo mi pizzicottasse le braccia.
Un giorno, dopo una futile discussione che subito degener in lite, essa part. Part senza dirci dove andasse. Part con le sue valigie e i suoi ingredienti e in tanta collera che non volle neanche abbracciarci. E per quattro anni non sentimmo parlar pi di lei. A furia di ricerche si fin per sapere che viveva sola in un piccolo paesello di Normandia, vicino al mare. A dire di persone che c'informarono c'era del mistero in casa sua. Vi andava, quasi tutte le domeniche, un aiutante dei corazzieri, di guarnigione nella citt vicina.
Oh! non mi meraviglia, questo... diceva mia madre. Non ne poteva pi... Era evidente... non ne poteva pi!...
Mia madre non poteva adattarsi all'idea di perdere un'eredit ch'essa aveva sempre considerata come sicura. Quel corazziere le tormentava incessantemente lo spirito e la perseguitava perfino nei sogni. Spessissimo, in mezzo al silenzio, tutt'a un tratto essa diceva, senza rivolgersi particolarmente ad uno di noi:
Purch non faccia la bestialit di sposarlo!
Essa scrisse molte lettere affettuose a mia cugina che non si degn di risponderle.
Qualche tempo dopo, sapemmo che all'aiutante dei corazzieri, partito per una guarnigione lontana, era succeduto un aiutante dei dragoni il quale fu, a sua volta, sostituito da un altro aiutante di non so pi quale arma. Decisamente, la mia povera cugina non saliva di grado...
E una sera d'inverno, mi rammento, una sera di pioggia sferzante, l'omnibus dell'albergo si ferm davanti al cancello, carico di valigie e di bauli. Mia cugina ne discese, tir furiosamente il campanello e, in mezzo allo stupore e alle esclamazioni di tutta la casa messa a rumore, entr vivace e nervosa come una volta, ma ancor pi magra, pi curva, pi bitorzoluta. Disse semplicemente:
Sono io!... Son tornata!... Ecco.
Hai con te le tue suppellettili? chiese mia madre.
S, le ho portate con me! rispose mia cugina. Ho tutto!... Son ritornata!... Ecco!...
E la vita ricominci come una volta. Mia cugina mi aveva trovato cambiato e cresciuto.
Ma sei grazioso! Ti sei fatto un uomo!... Un vero uomo, ora!... Avvicinati un po' che ti veda meglio.
Essa mi esamin, mi tast le braccia, i polsi.
Un amore d'uomo! Un amore d'omino! concluse, abbracciandomi da spezzarmi il petto contro la sua dura e secca carcassa di vecchia matta.
Ben 'presto il suo affetto come le sue cattiverie presero una forma esasperata che mi spavent. Qualche volta dopo colazione essa mi trascinava correndo, come una ragazzetta, in fondo al giardino sotto una pergola di verdura, dove c'era una panchina. Ci sedevamo su quel banco senza dirci nulla. Mia cugina raccoglieva per terra un filo di erba morta e lo masticava rabbiosamente. I suoi bitorzoli si avvivavano di toni pi rossi: la sua pelle scagliosa si irrigidiva sull'arco teso delle gote: negli occhi congestionati sballottanti come barche sul risucchio, si accendevano strani bagliori.
Perch non mi dici nulla?... domandava lei, dopo qualche minuto di silenzio imbarazzante.
Ma, cugina mia...
Ti faccio paura?
Ma no, cugina mia...
Ah! ma guarda! Come hai la cravatta in disordine!...
E, attirandomi a s, mi aggiustava il nodo della cravatta con delle mosse vive a scatti, che mi facevano sentire sulla pelle della gola le ossa delle sue dita che la strofinavano: il suo alito scipito, d'un calore acre, mi saliva alle nari. Avrei ben voluto andarmene; non ch'io sospettassi un pericolo qualsiasi, ma tutte quelle attenzioni mi erano insopportabili.
Andiamo!.... Parla, dunque!.... Come sei sciocco!....
E tutt'a un tratto, come spinta da una molla, essa si alzava, batteva impazientemente i piedi e mi avventava un vigoroso schiaffo!
Tieni! Prendi! Sei uno sciocco! Sei una bestiola... una brutta bestiola...
E se ne andava bruscamente, soffocando nella corsa un singhiozzo...
Un pomeriggio eravamo seduti sulla panchina, sotto la pergola.
Faceva molto cado: lontano si ammucchiavano nel cielo delle pesanti nubi di temporale.
Perch guardi Marietta con certi occhi? mi domand bruscamente mia cugina.
Marietta era una piccola servetta che avevamo allora e della quale,  vero, ammiravo molto, senza alcun pensiero peccaminoso, la pelle fresca e bianca e la nuca bionda.
Ma io non la guardo Marietta risposi, stupito di quella domanda.
Io ti dico che la guardi... Non voglio che la guardi... Non sta bene... Lo dir a tua madre...
Ma ti dico, cugina mia... insistei.
Non ebbi il tempo di finir la frase. Allacciato, soffocato, stretto, mi pareva, da mille braccia, divorato da mille bocche, intesi l'approssimarsi di qualche cosa di orribile, di sconosciuto; poi, l'avviluppamento sopra di me, l'avvolgimento su tutte le mie membra, di una bestia atroce... Respinsi la bestia che sembrava moltiplicare i suoi tentacoli ad ogni secondo: la respinsi coi denti, con le unghie, coi gomiti, con tutta la mia forza decuplicata dall'orrore.
No... no... non voglio... gridai cugina, no... non voglio... non voglio!...
Ma stai zitto, dunque!... Taci, mostro!... rantolava mia cugina le cui labbra strisciavano sulle mie.
No, state ferma, cugina... smettete... o chiamo la mamma...
La stretta rallent, mi lasci libero il petto, le gambe... I tentacoli rientrarono nelle loro guaine... Le mie labbra liberate poterono respirare un buffo d'aria fresca... E, fra gli alberi, vidi mia cugina fuggire a precipizio attraverso le aiuole, verso la casa...
Io non osai rientrare che a sera, all'ora del pranzo, inquieto all'idea di riveder mia cugina.
Tua cugina  partita mi disse mio padre, con la fronte accigliata. Essa ha avuto un diverbio con Marietta. La conosco, io. Questa volta non ritorner pi.  un guaio!
Il pranzo fu silenzioso e tetro. Ognuno guardava il posto delle seimila lire di rendita, vuoto.
Non l'abbiamo pi rivista mia cugina.
Ed ecco come io conobbi che cosa fosse l'amore!
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Capo 5.
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Voglio adesso narrare il solo amore che abbia un istante illuminato la mia vita, come dicono i poeti. E si vedr di qual luce!
Io ero cresciuto. Una lanugine bionda, sopra le mie labbra, disegnava l'arco dei baffi nascenti appena e, quantunque fossi all'et critica e poco armoniosa dello sviluppo, e avessi braccia e gambe un po' troppo lunghe che mi procuravano un'andatura dinoccolata e un po' comica, con un busto troppo corto e le ossa troppo grosse sotto la pelle imperfezioni plastiche che erano accentuate straordinariamente dai prodigiosi vestiti, ritagliati negli scarti paterni, nei quali m'infagottava mia madre io non ero brutto. Tutt'altro: i miei occhi avevano una grande dolcezza, uno splendore triste; profondo e impressionante, che temperava d'una certa grazia fantasiosa il ridicolo degli abbigliamenti economici portato, da una fantasia dal taglio quasi geniale, fin al riso e alla smorfia della caricatura. Ho conservato a lungo una fotografia ordinata, in un giorno di prodigalit, a un artista forestiero, di passaggio fra noi. Mi rappresentava nell'et di cui parlo e sotto quel travestimento che io considero quasi un delitto di lesa infanzia. Nonostante tutte le malinconie, tutti gli odiosi ricordi che quell'antica immagine rimoveva in ime, mi accadeva spesso di guardarla e non mi riusciva difficile riconoscere in me, sotto il barocco acconciamento, alcuni requisiti di bellezza che avevano il potere di commuovermi fino alle lagrime.
Fino al giorno in cui nel chiosco di verdura la mia povera e dolorosa cugina aveva tentato sulla mia persona quel mezzo stupro che ho narrato, io ero perfettamente casto. La pubert si stabiliva in me, lenta e calma, senza violenze, senza scosse, senza turbamenti d'alcuna specie. A questo fenomeno fisiologico corrispondeva una pi grande espansione di tutto il mio essere nella natura: questo era tutto. Amavo di pi; amavo di un inesprimibile amore i fiori, gli alberi, le nuvole, le stelle del firmamento notturno; avrei voluto sposare tutte le forme che mi circondavano, fondermi in tutte le musiche. Erano, come si vede, sensazioni molto vaghe, nelle quali non si precisava nessun desiderio.
Ma dal giorno in cui cos brutalmente e incompletamente, debbo dirlo, mi fu svelato il mistero dell'atto sessuale, io non ebbi pi un minuto di tranquillit fisica e morale. Strane ossessioni sopraggiunsero a scuotere la mia carne destata e popolarono di immagini brucianti i miei sogni che si spagliarono di purezza.
Le donne che non avevo considerate fino allora diversamente dagli uomini ed il cui contatto mi lasciava insensibile, ora le guardavo dippi, con persistenza stupita, con qualche dubbio ed una affaticante curiosit. Ammiravo i loro occhi, le loro labbra, le loro mani, cercando quali, nuove significazioni potessero contenere. Guardavo le aperture dei loro corpetti, scollati sulla nuca e sul petto e spogliandole col pensiero, tentavo, per mezzo di confronti insufficienti, di ricostituire la linea del corpo, la curva delle anche, la rotondit del ventre, la sontuosa dovizia del petto e tutto quello che ignoravo delle loro forme nascoste e dei loro organi proibiti. Mi bastava sfiorarle passando, perch mi sentissi correre nelle vene un sangue pi caldo, e accelerare, talvolta fin al galoppo furioso, i battiti del cuore.
Io non avevo altre nozioni se non quelle furtive e rapide, di vista e di tatto, acquisite nella lotta memorabile con mia cugina: d'altra parte non avevo mai letto nulla, perch mi si nascondevano tutti i libri per paura che mi pervertissero: non avevo vista neanche una sola immagine di nudo, perch i quadri, le incisioni che ornavano i muri di casa non riproducevano che cani, frutti, uccelli, un molino in riva a un fiume, dei santi e delle Vergini. La mia vita era stata preservata da ogni contatto coi compagni dai quali non avevo potuto ricevere n confidenze, n schiarimenti su questioni che del resto non mi preoccupavano. Accettavo, con una buona grazia passiva, che i bambini nascessero nei giardini, sotto i cavoli. Gli uccelli sopra i rami, in primavera, i galli nel cortile, i cani incontrati per le vie in strane posizioni, gli insetti accoppiati fra l'erba, nulla di questo ravvicinamento costante e incessante di forme viventi tra le quali io vivevo, aveva potuto turbare l'impassibile serenit della mia anima, ignorante e pura come una piccola stella del cielo.
Ed ecco che ora, per essere stato sfiorato dalle mani e dalla bocca di una donna brutta e vecchia, per aver sentita sulla mia pelle la pelle eczematosa d'una femmina in caldo, io mi estenuavo in continue immaginazioni, la cui schietta impudicizia e l'ingenuit lussuriosa dovevano sparire oh! come dolorosamente davanti alla realt.
Il paese scarseggiava di belle ragazze e di donne adatte all'esperimento che desideravo tentare.
Esse erano tutte volgari e ripugnanti, o cos grossolane nelle parole e nei gesti, che mi bastava parlarci insieme per fuggirle. Tuttavia molte volte, cadendo la notte, vagolavo intorno alla casa di una ignobile creatura quasi sempre ubbriaca che, per qualche bicchiere d'acquavite e per due soldi, si concedeva agli sterratori.
Una sola mi piacque. Bruna di capelli e di pelle olivastra, coi fianchi flessuosi e gli occhi ardenti, esalava, come un fiore selvatico, l'odore d'una florida e vigorosa giovinezza. Cosa rara fra noi, essa aveva i denti bianchissimi e la bocca molto rossa, tumida di una polpa generosa. Tutti i giorni a mezzod essa andava al lavatoio con un fagottino di biancheria sulla testa. Il collo nudo, le maniche rimboccate fino al gomito, la leggera gonnella molto aderente alle cosce e tutta la chioma nera e cupa disseminata di schiuma di sapone, essa lavorava come un uomo e cantava come un uccello. Tutti i giorni mi recavo anch'io al lavatoio, nelle ore in cui ero sicuro d'incontrarla. Ma siccome essa non era mai sola e io temevo le canzonature delle ardite comari sue compagne, non osai parlarle e nemmeno avvicinarmele una sola volta. D'altronde la mia famiglia, insospettita dalle mie uscite frequenti che non mi erano prima cos abituali, avendomi sorvegliato, severamente mi confin in casa.
Fu allora che pensai a Marietta, la nostra servetta, alla quale ero stato ingiustamente ma profeticamente accusato, da mia cugina, di prodigare le mie attenzioni e i miei desideri.
Marietta era veramente graziosa e mi rimproverai di essermene accorto ora per la prima volta. Tutta bionda, fresca, d'una freschezza luminosa di fiore, il busto flessibile, le anche rotonde e piene come un bulbo di giglio, gli occhi azzurri, attoniti e languidi; essa mi sembr a un tratto, malgrado le sue grossolane vesti di contadina ed i suoi zoccoli pesanti, simile a una piccola fata o ad una piccola regina. Quella visione illumin l'anima mia di una luce abbagliante.
Da che era in casa mia, non le avevo parlato forse pi di due o tre volte. L'essere sempre respinto e sempre, sotto pena d'intollerabili dileggi, condannato al silenzio, rende poco comunicativi.
Mia  possibile che non l'abbia mai vista prima? pensavo con grande rammarico, ...Io che le vivevo accanto! Oh! Marietta!... Marietta!... cos cieco ho potuto essere? Ho potuto per tanti mesi disprezzare un simile tesoro?
Io dicevo "tesoro", parola d'onore, senza aver mai letto un libro d'amore: tutto il vocabolario amoroso, tutto il dizionario delle stupide tenerezze e degli slanci ridicoli mi veniva spontaneamente allo spirito. E tuttavia non ero affatto innamorato, nel senso poetico della parola. Non sognavo n doveri sovrumani, n sacrifici ultraterreni, n di percorrere con lei, fra i voli degli angeli, i celesti spaz e le iperliriche regioni dove i poeti conducono le loro incorporee amanti. Non provavo la mistica ebrezza di morire e il bisogno di trasmutare il mio corpo in anima di colomba o di cigno. No: ci ch'io volevo era di buttarmi su Marietta, come mia cugina si era buttata su me: di strappare coi miei diti unghioluti quei panni che s'interponevano fra essa e la mia bramosa di vederla, di conoscerla tutta... era di godere, godere della sua splendida nudit.
L'amore mi aveva reso ardito. E poi, Marietta non era per me come avrebbe potuto essere qualunque altra donna: era la nostra domestica sottomessa e rispettosa: avevo su lei la mia parte di autorit e, per quanto poco solido fosse, il prestigio del padrone.
Non abbandonai pi la cucina nelle ore in cui avevo la probabilit di non essere sorpreso dai miei genitori. E il momento non tard a venire che, dopo una breve e debole lotta, dopo dei "smettete dunque, signor Giorgio!", timidi e languidi, Marietta si diede a me, sopra una vecchia sedia, vicino alla tavola, fra una pentola dove erano in bagno dei pezzi di merluzzo ed una gallina ch'essa aveva allora sventrato.
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Capo 6.
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Fu una completa rivoluzione dei miei sentimenti, e, per conseguenza, della mia vita.
Contrariamente a quello che i poeti dicono dell'influenza "sublimatrice" dell'amore, l'amore uccise in me tutta la poesia.
Io non vidi pi le cose attraverso il misericordioso e grazioso velo dell'illusione e mi apparve la realt degradante, che non , del resto, pi reale del sogno, poich quello che vediamo intorno a noi  il nostro io stesso, e le esteriorit della natura non sono altro che stati plastici, in proiezione, della nostra intelligenza e della nostra sensibilit.
Fu forse il luogo dove si compie il prodigio, che cagion il decadimento del mio antico ideale? Fu l'oggetto stesso della mia passione, quel povero e piccolo essere insignificante e gretto, incosciente e passivo, che non poteva favorire a mantenere col suo prestigio e la sua bellezza quella esaltazione dell'universo in me, di cui la mia vita si era sempre abbellita fin nella mediocrit e nella sofferenza, e anche drammatizzata fin nella sonnolenza e nell'abbrutimento? Non so... No, veramente... non lo so....
Avevo tuttavia abbastanza immaginazione per trasformare quella tetra cucina in un palazzo di marmo, in una foresta incantata, in un giardino magico. Mi ci sarebbe voluto poco perch le casseruole di rame si fossero tramutate in fiori magnifici, perch il pollo morto fosse resuscitato in pavone orgoglioso del suo scintillante ventaglio; perch il catino pieno di acqua grassa figurasse una sorgente, un lago o un mare. E Marietta stessa, che difficolt c'era perch, sotto il colpo di bacchetta dell'amore, mi apparisse come una meravigliosa divinit, ingemmata di stelle e troneggiante sulle nubi? Questi fenomeni di allucinazione daltonistica non sono affatto rari e sconosciuti tra gli innamorati ed i poeti pei quali, per quanto povere siano, le pi ruvide tele e i pi sdruciti canovacci facilmente si mutano in fastosi broccati e in porpore regali. Le sconosciute delle quali essi, nei loro poemi, immortalano sui fondi di simbolici paesaggi o di colonnati sardanapaleschi le virt eroiche o le sanguinose lussurie, non sono state il pi delle volte che esseri spregevoli e ripugnanti, Beatrici da sifilicomio ed Elvire da marciapiede: ovvero cuoche pazienti, astute ragazzotte che conquisero l'anima dell'etereo cantore con l'intingolo.
Non mi accadde niente di simile e non cercai in questo amore niente altro che il piacere fisico violento e nuovo che mi procurava.
In mancanza di quelle fastose menzogne in cui la mia vanit avrebbe potuto compiacersi a drizzare, idoli di mistero, di dolore e di sacrificio, l'immagine trasumanata di Marietta, avrei potuto almeno servirmi di quella creatura di Dio per spandervi le mie effusioni, le mie inquietudini e tutti gli ardori intellettuali che da tanto tempo, dal risveglio della mia coscienza, il silenzio aveva accumulati in me: avrei potuto concedermi la nobilitante illusione di fare di quella piccola guattera la confidente e la consigliera del mio spirito. Mai, io avevo parlato ad alcuno, mai nessuno era stato qualche cosa per me. Mio padre, mia madre, le mie sorelle, erano qualche cosa meno che dei passanti nella mia vita, meno ancora degli alberi, dei sassi i quali, non protestano quando ad essi ci si confidi, raccolgono, senza riderne, le lacrime di coloro che piangono. L'occasione era buona mi sembra ora per travasare l'esuberanza del mio cuore in un cuore che mi apparteneva.
Ebbene! Io non vi pensai neanche un momento! Non perch reputassi esagerato e ridicolo attribuire questa funzione a una ragazza sciocca che ne sarebbe rimasta molto imbarazzata, ma perch, in realt, le miei inquietudini erano scomparse e io non sentivo pi la necessit di altre espansioni oltre quelle del mio sesso e di altre penetrazioni oltre quelle della sua carne.
Tutto quanto mi aveva, un tempo, cos commosso, cos tormentato; le mie mistiche adorazioni, le mie tenerezze panteiste, i miei entusiasmi confusi, i miei slanci disordinati verso mete indefinite e violente; e gli enigmi angoscianti di tutta la vita e il terrore del cielo notturno, tutto quello che era stata la mia infanzia, tutto ora si riassumeva nettamente, spietatamente nell'unico desiderio carnale.
Credo proprio di non aver rivolto mai una sola parola di tenerezza a Marietta. E non provavamo il bisogno, n io di profferirla, n lei di sentirla. Quel piccolo gergo di sentimentalit puerili e ingenue col quale avevo cominciato a sedurla a sedurla! io, non lo adoperai pi nei nostri incontri quasi quotidiani, n alcun altro gergo, n alcun altro linguaggio. Anch'essa, cos chiacchierina con gli altri, cui bastava il volo d'una mosca per farla ridere fino alle lacrime, non mi diceva mai nulla se non che, con paura, quando si udiva qualche romore nella casa: "Attento, signor Giorgio!  il pap". Non sempre era il pap; spesso non era nient'altro che lo scricchiolo d'un vecchio mobile, o un topo che nella dispensa, accanto a noi, rosicchiava un avanzo di formaggio. Quando entravo in cucina essa sapeva perch e si preparava senza gioia, senza trasporto, con metodo e puntualit. Si sarebbe detto che quello facesse parte del suo servizio, come il mettere le bistecche sulla graticola o spazzare la sala da pranzo. Del resto, non m'interessava di trovarmi con lei se non alle ore del piacere. Soddisfatto il desiderio, me ne andavo, silenzioso come ero venuto. Essa si rimetteva al lavoro imprimendo alle sue gonnelle un piccolo movimento, come fanno le galline che si scrollano dopo il violento assalto del gallo.
Ero tuttavia geloso di lei e allorch la vedevo parlare e ridere coi fornitori, sopratutto col falegname del quale ella gustava le facezie grossolane e la gaiezza oscena, provavo un vero dispiacere e quasi una sofferenza.
Questo idillio dur sei mesi, senza urti, senza apprensioni; soltanto, mio padre mi osservava con pi ostinazione del solito.
Una sera mia madre si era recata in chiesa dove si celebrava il mese di Maria. Non era notte ancora e il crepuscolo era tenue e dolce. In casa era diffuso un penetrante odore di lill. Mio padre doveva essere in giardino a cacciare le lumache. Io andai in cucina. Marietta non c'era. La cercai nelle altre stanze, la cercai per tutta la casa. Inutilmente. Allora, discesi in giardino. Mio padre non c'era pi. Feci il giro dei viali e delle macchie, invano. Pensai che mio padre potesse essere uscito. Ma lei, Marietta, dove poteva mai essere? Un po' maravigliato e, veramente, roso, da un po' di gelosia, ritornai in cucina e l, notai che Marietta non aveva finita la sua cena.
Sar venuto il falegname... pensai. Essa sar andata con lui in qualche posto...
Mi diressi al cancello, facendo un giro pel pollaio. Se non la trovavo nel pollaio, forse l'avrei scorta sulla strada a scherzare con qualcuno, con quel maledetto falegname del quale mi compiacevo ad esagerare le qualit di seduttore. Ed ecco che davanti alla porta del fienile io vedo il cane, seduto sulle zampe di dietro, che annusava ostinatamente la soglia. Non si mosse al vedermi. Mi era noto il suo modo di appostare i topi e le nottole e capii subito che in quel momento il cane fiutava qualche cosa che non erano le sue bestiole.
Marietta  l! pensai.  l dentro, col falegname!...
E, per la prima volta, sentii al cuore come un tonfo.
Feci qualche passo, adagio, senza rumore: poi, scostando il cane con infinita precauzione, mi avvicinai alla porta e vi appoggiai l'orecchio.
Prima non intesi altro se non battere il mio cuore. Poi si determin un rumore di paglia smossa: si sarebbe detto che dei fasci di paglia precipitassero l'uno sull'altro. Quindi una voce, una voce soffocata della quale mi fu impossibile distinguere se appartenente a un uomo o a una donna... Poi ancora, due voci insieme, due voci soffocate, due voci che sembravano ridere, o piangere, o rantolare, non so.
E, tutto a un tratto, non potendomi trattenere pi, impaziente di sorprendere quelle due voci una delle quali mi sembrava quella di Marietta, spalancai la porta con un pugno furioso ed entrai nel fienile. Ma lo stupore, pi che lo stupore, una specie di terrore mi arrest sulla soglia: nella penombra, dorata da un barbaglio di crepuscolo che era entrato con me dalla porta aperta, vidi mio padre drizzarsi, irsuto, pallido, trattenendo a due mani i panni in disordine, mentre Marietta, spaurita, col petto nudo, tentava di scomparire in un gorgo di paglia.
Io restai l, qualche momento, non sapendo se andare avanti o fuggirmene: alla fine, presi quest'ultimo partito.
L'indomani, mio padre mi avvicin nel giardino.
Mi diede venti franchi e, senza guardarmi, mi disse:
Ieri... nel fienile... s, ti ricordi, ieri... c'era una faina... Io la cercavo... capisci... ecco, la cercavo... E poi... non bisogna... parlarne a tua mamma.... perch la mamma.... capisci.... ha paura.... delle faine... Questo, la seccherebbe...
E vidi, sulla sua fronte, scivolare delle grosse gocciole di sudore...
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FINE.
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APPUNTI PER UN AVVOCATO.
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Capo 1.
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Mio caro Avvocato,
Mi avete chiesto di fornirvi ci che chiamate "degli elementi" per il patrocinio che assumerete della mia istanza di divorzio.
Eccoli.
Ve li rimetto tali e quali, un po' alla rinfusa, mi sembra. Ma con la grande abilit di decifrare incartamenti pi complicati, vi sar facile stabilire l'ordine di cui mancano queste note frettolose.
Ve l'ho detto, e ve lo ripeto qui, di non aspettare dei racconti drammatici o licenziosi, come ne comportano di solito questi processi.
Io non ho nulla da rimproverare a mia moglie, o, almeno, niente di quello che la legge e le convenienze mondane possono considerare delittuoso o attentatorio all'onore di un uomo. La sua condotta fu sempre perfetta e io credo bene  qui l'aspetto difettoso del processo che mai un cattivo pensiero, mai un desiderio impuro sia penetrato nella sua anima. Essa si dimostrava, anche con me, riservatissima indifferentissima, dovrei dire in questa specie di cose. Aggiungo che, sovente, ebbi a soffrire della sua naturale freddezza, perch ella  graziosissima ed io ero molto appassionato.
Quello che rimprovero a mia moglie  di intendere la vita in una maniera diversa dalla mia, di amare quello che io non amo, di non amare quello ch'io amo, al punto che la nostra unione, anzi che essere un avvicinamento di sensazioni simili e di aspirazioni comuni, non fu che una cagione di lotte perpetue. Ho detto "lotte" ed ho torto. Questa parola definisce malissimo la nostra situazione reciproca. Per lottare, bisogna essere in due, almeno. E noi non eravamo che uno solo, giacch io abdicai subito nelle mani di mia moglie la mia legittima e necessaria parte di autorit. Questa fu una debolezza, lo so. Ma che cosa volete? Amavo mia moglie e preferivo il momentaneo annullamento della mia personalit maritale alla possibilit di conflitti immediati e, come tutto nel carattere di mia moglie mi faceva prevedere, pericolosi e violenti, irreparabili forse. Questo rimonta al giorno stesso del nostro matrimonio.
Era stato deciso che avremmo fatto un viaggio nel Mezzogiorno della Francia. Mia moglie si entusiasm a quest'idea.
Oh! il Mezzogiorno!... diceva. Il cielo azzurro, il mare azzurro, le montagne azzurre... tutti quei passaggi di luce che non conosco e che devono essere cos belli! Oh! come sar felice laggi!
E la cara anima batteva le mani e raggiava di gioia, come una bambina alla quale si siano promesse delle bambole meravigliose.
Io mi rallegravo e tutti intorno a noi, nelle nostre due famiglie, si felicitavano ch'io avessi eletto un'anima cos perfettamente consona alla mia, perch noi amavamo gli stessi poeti, gli stessi paesaggi, la stessa musica, gli stessi poveri. Partimmo, com' d'uso, dopo la cerimonia.
Appena salita nel vagone che avevo anticipatamente impegnato e fatto adornare dei suoi fiori prediletti, mia moglie estrasse dal suo ncessaire da viaggio un libro e si mise a leggere.
Cara Giovanna insinuai teneramente non vi sembra che non sia questo il momento di leggere?
E perch non vi sembra il momento? fece lei con un tono e uno sguardo che non conoscevo in lei e che diedero al suo viso una espressione di durezza imprevista.
Risposi, turbato:
Ma... cara mogliettina, ma perch abbiamo molte cose da dirci... non vi sembra... intanto che siamo soli, cos soli!
Ebbene! Amico mio, non v'impedisco di parlare...
Ebbi freddo al cuore, un freddo doloroso. Quel libro mi appariva, realmente, come una persona che inopportunamente si fosse frapposta tra me e mia moglie. E quella voce che mi parlava, una voce breve e tagliente, l'udivo per la prima volta, e mi rendeva, per cos dire, crudelmente estranei quel grazioso viso, quella bocca, quegli occhi, quei capelli, tutta quella freschezza di giovent, tutta quella bellezza di amore intorno alla quale i miei sogni avevano cos follemente, cos gravemente e infinitamente vagabondato. Domandai tremando, poich avevo la sensazione di un non so che di lontano, fra mia moglie e me:
Che libro  dunque, caro cuoricino, quello che leggete con tanto interesse?
L'ultimo romanzo del de Tinseau! disse.
Oh!
Come avete detto: "Oh"! Non vi piace il de Tinseau?
Non molto... lo confesso...
Io l'adoro... trovo che scrive divinamente...
Poi, ad un tratto:
Che stordimento danno questi fiori, amico mio!...
E osservandoli un po' stupita, come s'ella non li avesse fin'allora notati, aggiunse con un tono contenuto di rimprovero:
Tanti fiori, amico mio!... Ma  una pazzia!
Non  una pazzia, Giovanna, dal momento che a voi piacciono!
Essa replic:
Non amo per le prodigalit.
Durante il viaggio, fino alla sera, tentai invano d'interessare il suo spirito ai paesaggi che ci sfilavano intorno... Essa alzava un momento gli occhi al finestrino e li riabbassava subito sul suo libro, dicendo:
 graziosissimo... Alberi, campi, case, come dappertutto!
Giovanna, Giovanna, cara Giannina! gridai vorrei che l'amaste, la natura... Vorrei vedere la vostra anima esaltarsi alle bellezze della natura...
Ma certo, amico mio, che la natura mi piace... Come siete curioso!... E perch mi dite questo con una voce cos straziante?... E pure, dovete ben capire che non posso interessarmi di ci che vedo tutti i giorni.
Venne la notte... e fu una delusione per me... Non vi trovai nulla delle ebbrezze che mi ero ripromesso.
L'indomani si pass a Nizza, in passeggiate deliziose sulla spiaggia del mare, fra le montagne. La novit di quegli orizzonti luminosi, la dolcezza cangiante del mare, mosso lievemente da una piccola brezza, la mancanza di abitudine di quegli spettacoli urbani che fanno, di quella curiosa citt, una specie d'immensa stazione o di gigantesco piroscafo in rotta verso non si sa quale follia, tutto questo dissip un poco quello che, la vigilia, avevo intravisto di minaccioso sulla fronte di mia moglie e nel cielo profondo dei suoi occhi. Essa fu gaia, d'una gaiezza metodica,  vero, che teme di stendersi tutta in una volta, d'una gaiezza senza emozione, senza una di quelle emozioni che vi rivelano a un tratto, attraverso un viso contratto, ci che s'ammira di fiamme di gioie nascoste, di tesori di bont sepolti nel cuore d'una donna. Ma non mi attardai in riflessioni inquietanti su quella riserva che mi sforzavo di prendere per eleganza di spirito. Ritornammo in albergo la sera tardi, un po' stanchi, un po' ebbri di quel calore, di quella luce.
Toltosi il cappello e il mantello, mia moglie si sedette davanti a una tavola. Tir dal ncessaire un calamaio e una penna e mi disse:
Adesso, siamo ser... che cosa avete speso oggi, caro amico?
Rimasi sbalordito da quella domanda:
Non so, amor mio... risposi. Come volete che lo sappia? E poi, veramente, vi par l'ora?
 sempre l'ora di aver dell'ordine sentenzi. Vediamo un po': ricordatevi...
Fu una faccenda lunga e fastidiosa.
Fatti i conti e stabilito il bilancio, si trov che mancavano dieci franchi dei quali non riuscivamo a rammentare l'impiego! Mia moglie fece e rifece i conti con la bocca stretta e la fronte corrugata, una fronte in cui, tra la purezza radiosa d'una epidermide madreperlacea, erano scavate due rughe orribili, come su quella d'un vecchio contabile.
Perbacco! mi ricordo... gridai io per finire una situazione che mi era divenuta dolorosa! sono i dieci franchi di mancia che ho dato al cameriere del ristorante.
Dieci franchi di mancia! sclam mia moglie. Possibile? Ma io credo che siate pazzo!...
E dopo avermi lungamente esaminato con uno sguardo acuto, uno sguardo inesprimibile, in cui c'era pi stupore che biasimo, essa aggiunse:
Ecco quello che temevo... Voi non avete ordine, amico mio... Voi non sapete che cosa sia il denaro, caro tesoro! Ebbene, d'ora innanzi sar io che avr le chiavi della cassa... Ah! saremmo presto rovinati con voi... Dieci franchi di mancia!...
Alzandosi, dopo aver rimesso metodicamente carta, penna e calamaio nel ncessaire, mia moglie mi batt sulle guance fra tenera e burbera, dicendomi:
Ah! brutto maritino che non sa che cosa sia il denaro!...
Quella notte, la seconda del nostro matrimonio, ci addormentammo come due vecchi sposi.
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Capo 2.
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Non vi star a raccontare di quelle settimane passate nel Mezzogiorno per celebrare il nostro matrimonio. I mille particolari del mio asservimento coniugale, tutti quei piccoli fatti quotidiani per cui si complet l'abbandono della mia autorit, non soltanto della mia autorit, ma della mia personalit morale anche, fra le mani d'un altro, ingombrerebbero questi appunti d'inutili e stanchevoli ripetizioni.
Quello che posso dirvi,  che tornai da quel viaggio, che avevo sognato cos pieno di felicit, di fantasie generose, di volutt violente, completamente annichilito. Ero partito con qualche cosa di mio, uno spirito mio, delle sensazioni mie, una maniera mia di comprendere e di vivere la vita domestica, l'amore e l'altruismo; ritornavo con niente di tutto questo. La trasformazione della mia personalit agente e pensante si era compiuta con tanta rapidit che non era stato pi possibile lottare, difendermi contro quella spogliazione continua del mio essere. Del resto, se anche l'avessi potuto, non lo avrei tentato. Ho in orrore la lotta. E poi, mia moglie aveva tale uno sguardo di volont che, quando quello sguardo piombava su di me, io mi sentivo improvvisamente paralizzato. C'era, in tutta la sua persona, sotto l'irradiamento della sua carne e lo splendore della sua giovinezza in fiore, una tale espressione di decisione irresistibile, che immediatamente avevo compreso che la lotta equivaleva alla rottura. Ora, questo non lo volevo, non lo volevo a nessun costo.
Non crediate ch'ella non mi amasse: sono anzi convinto che mi amasse molto, ma a modo suo. Essa non mi amava n come un amante, n come uno sposo, n come un amico; non mi amava nemmeno come si ama una bestia. Mi amava come una cosa sua, inerte e passiva, come un mobile, una scatola d'argenteria, un titolo di rendita. Io le appartenevo, ero propriet sua, questo dice tutto. Nel sentimento ch'essa provava per me, nessuna emozione, nessuna tenerezza, mai l'idea di un sacrificio per quanto insignificante fosse. Ella disponeva di me, senza il mio consenso, dei miei gusti, della mia intelligenza, della mia coscienza, secondo l'atteggiamento del suo umore, ma pi spesso, secondo i calcoli della sua vita domestica. Io facevo parte della sua casa e niente di pi: occupavo un posto, importante,  vero, nella distinta dei suoi beni mobili o immobili, ecco! Ed era molto, perch mia moglie era una proprietaria scrupolosa e brava. Se fosse stata minacciata nella propriet, nel possesso del marito, con quale energia, con quale gagliardia, essa lo avrebbe difeso contro gli attacchi, contro i pericoli, contro tutto, fino all'oblo assoluto di se stessa!
E dire che durante i lunghi mesi, i mesi benedetti, i mesi di sacra impazienza, in cui fui ammesso a farle la mia corte, io non avevo visto niente di tutto ci! Accecato dall'amore, non avevo visto che la sua bellezza! Non avevo capito niente del suo sguardo cos stranamente e implacabilmente dominatore; nulla della sua bocca cos mirabilmente tentatrice, nella quale adesso sorprendo delle pieghe terribili che mi agghiacciano l'anima e che non si cancellano se non con l'umilt della mia sommissione, con la vigliaccheria della mia obbedienza.
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Era convenuto che avremmo abitato una graziosa propriet che avevo ereditata da mia madre e ammobiliata con passione e secondo i miei gusti. Ero fiero di quel piccolo angolo di terra per cos dire creato da me, dove avevo messo quello che credo avere in me di sensibilit artistica e di concezione di poeta. L'avevo anche abbellita per la venuta di mia moglie, volendo che lo scenario della casa e del giardino fosse degno della sua bellezza.
Il secondo giorno che l'abitavamo, mia moglie mi disse, dopo una breve passeggiata:
In questo giardino e in questa casa voi avete fatto, amico mio, delle pazzie che non comporta la nostra posizione finanziaria. Tutto questo  troppo per noi e non potrei assumere la responsabilit di una simile amministrazione. Certo, io lodo il vostro gusto:  perfetto. Quello che vi rimprovero,  di non proporzionarlo alle nostre risorse. Voi fate... fate... senza preoccuparvi di saper come potrete far fronte a tali esigenze. Oh! le anime di artisti!... Non capiscono nulla della vita pratica!...
Ebbe un sorriso amaro: ma la sua voce si manteneva ancor dolce, bench un po' bassa; e la fronte era attraversata da rughe, sogni di calcoli profondi e di tenebrose aritmetiche.
Continu:
Mi sembra che noi si debba semplificare di molto il nostro tenor di vita e sopprimere molte, molte cose, che mi sembrano inutili... Cominciamo: che bisogno avete d'un giardiniere?... Il concime, la semente, il mantenimento e l'impegno di due uomini... fra quello che costano e quello che rubano, gli ortaggi ci vengono a prezzi enormi... fantastici, inverosimili... Avete soltanto calcolato che cosa vi costa un cavolo o un pomodoro? Scommetto di no... Pianteremo delle patate nell'orto e venderemo il dippi del nostro bisogno... Quanto ai fiori!... un'aiuola davanti alla casa, una fiorita di geran e qualche rosaio qua e l... Questo deve bastare ai vostri bisogni di estetica floreale... Nel resto del giardino, semineremo del fieno, del buon fieno. Al nostro cavallo piacer questa decisione... E siccome, in queste cose, la decisione pronta  sempre la migliore, vi prego di significare oggi stesso il suo congedo al vostro giardiniere.
Io ero atterrito.
Ma, cara Giovanna risposi balbettando ma voi non pensate che il mio giardiniere  un vecchio giardiniere... egli ha servito mia madre, quindici anni. Sono cinque anni che  con me.  il migliore, il pi onesto, il pi devoto degli uomini...  in certo modo della famiglia...
Ella ribatt:
Ebbene?... Vostra madre non l' ha pagato? Voi stesso, non l'avete pagato? Non gli si deve nulla, m'immagino... che cosa domanda di pi? Oggi stesso, amico mio, intendete... non voglio pi rivederlo domani...
Avvicinai il vecchio giardiniere tremando come se fossi per commettere un delitto... Egli era, nel giardino, arrampicato sopra una scala intento a potare... E bruscamente, con una voce dura e forte, per non udire la voce di rimprovero che saliva dal fondo della mia anima, gridai:
Bisogna che ve ne andiate, pap Valentino. Non vi tengo pi con me... Non posso pi...
Pap Valentino traball sulla scala... credetti che fosse per cadere.
Voi non mi tenete pi, signor Paolo? balbett Non siete pi contento di me? Vi ho forse fatto un torto io?...
No, pap Valentino... no, ma bisogna che ve ne andiate, che ve ne andiate subito,... subito!
Mai rivedr sopra una fisonomia umana l'espressione di dolorosa tristezza che martirizz il viso del povero vecchio.
Bene... bene... signor Paolo mormor, scosso da un brivido ...domani sar gi partito... Ah! povero signor Paolo!
Sentii le lacrime salirmi agli occhi.
Perch mi dite "povero signor Paolo", pap Valentino?...
Ma il buon uomo non rispose. Discese dalla scala, raccolse le sue forbici e si allontan.
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La sera stessa di quel triste giorno, mia moglie aveva preso possesso della casa, della scuderia, della legnaia, del pollaio, della rimessa, dei granai.
E dappertutto, il suo sguardo diceva alle cose sommesse e soggiogate come lo ero io stesso:
Non c' pi che un padrone, qui, e quel padrone, sono io!... Avete finito di ridere, amici miei!
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Capo 3.
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Avevo alcuni amici, cari, fedeli, meravigliosi amici.
Erano poeti, artisti, contemplatori della vita.
Essi ringiovanivano il mio cuore e sovreccitavano il mio spirito. Era per essi ed in essi che io sentivo vivere realmente. Avevano il generoso potere di risvegliare la mia intelligenza che nella solitudine sonnecchia un poco e di rivelarmi a me stesso. Mi piaceva riunirli spesso, aprire loro la mia casa e non mi sentivo mai cos felice come quando li avevo l, intorno a me. Era come una bella, una ardente fiammata di cui si avvivava il mio focolare, che rischiarava la mia anima, riscaldava le mie membra intorpidite di freddo.
Forse, nella felicit che mi procurava la loro presenza, cordiale quanto un buon vino, si mescolava un sentimento di puro egoismo.
Io avevo l'esatta consapevolezza della loro influenza protettrice, della loro utilit morale, e del "pungolo", direi, che esercitavano sull'attivit del mio spirito. Ma se la mia amicizia non era assolutamente disinteressata, se non arrivava fino al totale oblo di s, essa non aveva niente di basso, di calcolatore e di parassitario. Io ero loro riconoscente del buon calore che sapevano comunicare al mio essere.
Fra essi ve ne era uno che preferivo a tutti, nel fondo del mio cuore. Si chiamava Pierre Lucet. Lo conoscevo dall'infanzia. Avevamo insieme vissuti molti pericolosi momenti della vita. Mai la minima nube aveva oscurato il cielo calmo della nostra amicizia. Non credo che avrei potuto amare un fratello come amavo lui. Dotato di magnifici doni di pittore, ma sempre, nei suoi slanci creatori, arrestato da una perpetua inquietudine, da una costante sfiducia di se stesso e anche dalle obiezioni incessantemente moltiplicate e lancinanti di uno spirito raffinato fino all'assurdo, aveva finito per non dipinger pi. Egli mi diceva con la tristezza che si sente tremare nella voce dei mancati e degli impotenti:
Che cosa vuoi che faccia in cospetto di questa schiacciante bellezza della vita?... Copiare la natura? Triste mestiere, al quale non possono piegarsi n il mio cervello, n la mia mano... Interpretarla? Ma che cosa pu essere la mia interpretazione, fatalmente ristretta alla debolezza dei miei organi, alla povert dei miei sensi, davanti al mistero di quelle inaccessibili, di quelle incomprensibili meraviglie? In fede mia, no!... Io non ho tanto stupido orgoglio, n tanta fede imbecille!... Credi dunque tu che l'uomo sia stato creato per far dell'arte?... L'arte  una corruzione... un decadimento... l'insudiciamento della vita... la profanazione della natura... Bisogna godere della bellezza che ci circonda senza tentare di comprenderla, poich essa non comprende neppure se stessa... senza tentare di riprodurla... perch noi non riproduciamo niente altro che la nostra impotenza e la nostra infirmit di atomi perduti nello spazio...
Tuttavia rispondevo  necessario fissare uno scopo alle proprie attivit, alle proprie energie... a questo dinamismo oscuro, dal quale noi siamo guidati...
 necessario vivere... ecco tutto!... La vita non ha scopo, o piuttosto, non ha altri scopi che viverla... non c' niente di pi... Per questo essa  bella... Quanto ai poeti, ai filosofi, ai dotti che si torturano la mente per cercare la ragione, il perch della vita, che la chiudono in formule contraddittorie, che la spacciano in precetti opposti... essi sono o burloni o pazzi... Non c' alcun perch!...
C'era da stupire a considerare la profusione delle sue idee, la novit sempre nuova delle sue immagini, l'abilit dialettica dei suoi argomenti, per arrivare sempre a questa conclusione: "Non esiste altro che bellezza, incosciente e divina".
Per un resto di antiche abitudini, quando andava in campagna, egli portava sempre con s il suo cavalletto, la sua scatola di colori, una tela e il seggiolino pieghevole. Sceglieva "un motivo", si sedeva, caricava la sua pipa e si guardava poi bene, come da un delitto, di aprir la sua scatola e di fissare in terra il suo cavalletto: cos, per ore intere, guardava... guardava le case, non con l'occhio dei pittori, che strizza e ammira, ma con l'occhio panteista delle bestie riposanti nella prateria.
Possedendo di che non morire assolutamente di miseria, mal nutrito, negletto nel vestire, la barba incolta e i capelli arruffati, egli aveva ridotto i suoi bisogni al solo necessario della vita. E come un cespuglio che il fango della strada inzacchera, che la caduta delle foglie morte insudicia, la sua anima era piena di canti.
Dapprima Giovanna consent a ricevere i miei arnici. Ella li accolse con galanteria, ma senza entusiasmo. Essi stessi, comprendendo che "non era pi la stessa cosa", non ritrovando pi le stesse abitudini cordiali, la stessa libert un po' sbrigliata dalle nostre riunioni, diradarono le visite. Si sentivano impacciati, del resto, dallo sguardo freddo di mia moglie, dalla sua bocca imperiosa, che non aveva mai per loro una buona parola. Io non tentai di trattenerli, per quanto mi costasse. E poi, avevo finito per dubitare di essi, del disinteressamento della loro amicizia.
Dolcemente, con un'arte maravigliosa di osservazioni misurate e profonde, Giovanna, quand'essi se ne erano andati, mi faceva discendere fin nel fondo della loro anima. Essa aveva immediatamente indovinato i loro difetti, i loro vizi, che ingrandiva, che esagerava, ma con tale abilit, con tale verosimiglianza, che in poco tempo aveva provocato quasi un mutamento completo dei miei sentimenti verso quegli amici cos cari una volta. Essa si serviva di una parola sfuggita nella conversazione per mostrarmi degli aspetti inattesi e imprevisti del loro carattere, delle plausibili infamie, delle verosimili vergogne. Io mi difendevo, li difendevo, ma sempre pi debolmente, perch il dubbio era in me a insudiciare quello che avevo amato, a divorare ad uno ad uno i pi cari ricordi di altri tempi...
 singolare!... mi diceva lei Si direbbe che voi non conoscete la vita!... E son io, io, quasi una ragazza ancora... sono io che ve la debbo insegnare!... Ah! caro Paolo, il vostro buon cuore vi fa veder la gente come voi stesso... La vostra sensibilit vi acceca al punto come non saprei immaginare!... Ma se vi amano solo perch siete ricco!
E sul mio amico, su Pierre Lucet, essa esercitava di preferenza il suo spirito di demolizione...
Un infingardo, ecco tutto!... Vuol dare alla sua inescusabile pigrizia dei pretesti trascendentali e filosofici da cui voi non dovreste lasciarvi ingannare. Ma  davvero troppa ingenuit... E poi, credete che sia simpatico, per una donna fine, di ricevere in casa propria, di avere a tavola, un simile porcellino?... La sua sudiceria mi ripugna, mi stomaca, mi fa star male... Se avesse dell'amicizia per voi, avrebbe del rispetto per me... sgrasserebbe i suoi cenci, si laverebbe le mani e non si presenterebbe dinanzi a me come davanti a una ragazza di birreria... Verrebbe di quando in quando... ogni tre o quattro mesi... a far colazione con noi... Sia! Ma, installarsi qui lui e il suo fardello di sporcizia per settimane intere... vi assicuro che questo  penoso per me!...
Un giorno che Pierre Lucet era andato solo per i campi, Giovanna mi disse:
Bisogna finirla, mio caro Paolo. Io non voglio che la mia casa si disorganizzi per i vostri amici... Ecco un'altra cameriera che mi abbandona perch essa non vuole, e scuso la sua ripugnanza, rifare il letto del signor Lucet.  un vero immondezzaio, la sua camera. E la sua biancheria?... Non la si prenderebbe su, neanche con un uncino... Che figura ci facciamo, vi domando, davanti alle nostre persone di servizio? Vi prego di arrangiarvi in modo che il signor Lucet sia partito questa sera stessa!... Inventerete... troverete quei pretesti che vorrete... ma, perbacco!... se ne vada... se ne vada!
E siccome subito la mia fisonomia si era rattristata, Giovanna continu:
Vi rincresce?... Ebbene, sar io che glielo far capire a quello screanzato!...
Difatti, quando il povero Lucet rientr con le scarpe piene di fango, il cappello sgocciolante di pioggia, mia moglie, che spiava il suo ritorno, l'apostrof:
Veramente, signor Lucet, avreste potuto asciugarvi le scarpe... e pensare che i miei tappeti non sono degli sfangatoi!... I domestici non han da fare che per voi... qui!... La mia casa non  una stalla!...
 forse questo il suo torto! rispose Lucet dolcemente. Probabilmente sarebbe pi felice, ma ho capito... Paolo, c'?...
No. Paolo  in citt...
Va bene. Gli direte che gli voglio bene sempre, al povero Paolo!... E quando avr voglia di piangere, gli direte che venga pure da me!... Gli far bene...
Io ero dietro la porta del salotto quando avvenne questa scena crudele... Non avevo che da dire una sola parola, da fare un gesto, ma io non pronunciai quella parola e non feci un gesto solo!
Caddi su una sedia, annientato, la testa fra le mani, un peso cos grave sulle spalle come se avessi la sensazione che qualche cosa di maledetto fosse disceso su me!...
E anche lui, Pierre Lucet, aveva detto: "Povero Paolo!" quando lo si era scacciato, come avevo scacciato il vecchio giardiniere!
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Capo 4.
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Ben presto la nostra casa divent silenziosa e quasi selvaggia...
Nello stesso modo ch'essa aveva scacciato gli amici, scacci i poveri, quegli amici sconosciuti, quegli amici eterni delle nostre ribellioni e dei nostri sogni. Ai poveri che passavano essa non sorrideva pi, come una speranza, come una promessa di gioia e di conforto. Per le strade, per le viottole, sui pendii, dietro i muri, essi si erano dati certo la cattiva novella. Nessuno si soffermava pi davanti a quella bianca facciata, altre volte cos ospitaliera, cos invitante, ed ora protetta, contro l'implorazione dei senza pane e dei senza tetto, dallo spavento di due mastini, guardiani delle nostre ricchezze, e anche dall'insolenza dei domestici cui piace vendicarsi sui deboli della durezza del loro asservimento.
Una volta, quando la sera ritornavo dalla passeggiata e scorgevo sul poggio la nostra casa sorgere dal boschetto d'alberi verdi, la nostra casa con le sue finestre simili a buoni occhi, sentivo discendere, scorrere in me qualche cosa d'infinitamente dolce: una pace deliziosa, la coscienza di aver compiuto un dovere di amore e di solidariet umana.
Ora invece, la sua sola vista era per me come un rimorso ed io stornavo gli occhi da quel tetto che non ospitava pi se non un egoismo implacabile e agghiacciante... Avevo vergogna di quella casa e mi sembrava che, vedendomi passare, la gente dicesse: " quello che abita la casa dove non fermano pi i poveri".
Mia madre, anima tenera, cuore pietoso, aveva fatto, della sua casa, una specie di rifugio. Essa ne aveva spalancato le porte alle miserie erranti, alle disperazioni che si avviano verso il delitto o verso la morte. Per coloro che hanno fame o hanno freddo, c'era sempre in casa nostra una tavola apparecchiata e un focolare acceso. Essa visitava i poveri del paese e curava gli ammalati. Dagli sventurati non esigeva che avessero delle virt eroiche: le bastava, per soccorrerli, che fossero infelici.
Non c' gerarchia, nel dolore mi diceva ella spesso. Tutti i dolori, qualunque sia la loro origine, sono ugualmente rispettabili e hanno diritto alla nostra commozione!
Mi ricordo ch'ella aveva, con la sua abituale e discreta bont e con grande scandalo delle persone per bene, accolto, o meglio, raccolto, dovrei dire, una ragazza della citt, sopraffatta dal disprezzo universale, e anche dal disprezzo degli stessi poveri. Questa ragazza vagabondava, la sera, per le stradicciuole buie, si dava per un soldo, per un bicchiere di acquavite, per nulla, a chi avesse voluto prenderla. Il giorno, quando essa passava sui marciapiedi, sporca, spettinata, coperta di stracci fetidi raccolti nei fossi o rubati nel cestino degli ortolani, scacciata a sassate, le buttavano addosso delle lordure a quella lordura. Quegli stessi ai quali il giorno prima si era prostituta su una panchina del viale o un piuolo dell'argine, la insultavano. Essa non rispondeva e non si doleva mai; fuggiva pi rapida fra le sassate, le botte, gli oltraggi e, intanata in qualche buco fetido, attendeva poi che la notte venisse per ricominciare il suo inesorabile mestiere. Un giorno, essa ebbe un figlio, frutto del caso che germogli tuttavia in quella terra sterile della crapula e del vizio. E quel piccolo essere, concepito sul ciglio della strada dai baci di ubbriaconi che martoriavano come morsi, essa l'am con una frenesia d'indicibile passione. Per qual prodigio quella femmina incosciente, che dei sentimenti umani non aveva conservati se non gli oscuri e selvaggi istinti del bruto originario, divenne una ammirabile madre? Nell'imputridimento, nella composizione organica, la vita si elabora, pullula e ribolle: ed  nello strame che sbocciano i pi splendidi fiori e le piante pi generose.
Credo che non mai un fanciullo di ricca nascita sia stato cullato, carezzato, provveduto di tutto, come il figliolo di quella pezzente. E via via che quel corpicino curato, lavato, profumato, nutrito di buoni cibi, vestito di lane calde e di lini candidi si empiva di radiosa salute, di gioia e di vita lussureggiante, il corpo della madre dimagriva, si consumava, diventava spettro ambulante, ambulante cadavere, un cadavere animato soltanto da quello che gli restava del calore acquisito. La sera, quando il bambino colmo di nutrimento e di carezze si addormentava, essa trovava ancora la forza andare a offrire il piacere ai vagabondi notturni e a rantolare l'amore, in fondo ai bugigattoli, coi passanti.
Mia madre si commosse alla profonda tristezza di questo dramma. Fece venire a casa questa ragazza col suo bambino, la vest, la nutr, le diede del lavoro generosamente pagato, tent di strapparla all'abiezione della sua vita.
Non posso... non posso.... gemeva la disgraziata.  pi forte di me... c' qualche cosa che mi spinge, che mi brucia...
Allora mia madre l'attir a se, la baci teneramente in fronte e le disse:
Io non debbo giudicarvi, povera figliola. Dio solo sa quel che ha messo di fango nel cuore dell'uomo...
Mi compiacqui di raccontare questa storia a mia moglie, che ne rest indignata:
Una creatura simile! Davvero, amico mio, credo che vostra madre fosse un poco folle... Ma non siete del parere che simili incomprensibili bont sono premi dati all'infingardaggine, al vizio, al delitto?
E generalizzando le sue idee, dichiarava:
Io ho in orrore i poveri!... I poveri sono bruti!... Non concepisco che ci si possa occupare di essi... Ma voi siete socialista... A che pro tentare di farvi comprendere quanto c' di stupido e d'illusorio in quello che si  convenuto di chiamare la carit?... Certo che se incontrassi una vera sventura, io sarei la prima a sollevarla... Ma non voglio essere il trastullo d'un sentimentalismo ridicolo che v'induce a credere interessanti e degni di piet tutti quegli orribili ubbriaconi e tutte quelle nauseanti prostitute che sono i poveri!... Io penso che la societ  perfetta cos; gli onesti da una parte, cio a dire noi; i criminali dall'altra... vale a dire i poveri... E tutta la vostra poesia non muter nulla...
Ascoltate, mia cara Giovanna le risposi timidamente. Forse avete torto di giudicare cos. Niente c' di eterno nella societ umana. I ricchi di oggi possono diventare i poveri di domani, e viceversa... Io non fo appello ai vostri sentimenti di altruismo... fo appello soltanto ai sentimenti che dovete avere della vostra propria sicurezza... Non  bene esasperare i poveri... Avete notato qualche volta lo sguardo omicida che, passando, vi gettano addosso il carrettiere sulla strada e il contadino nel suo campo? E non ne avete mai rabbrividito?
Eh! Eh! interruppe mia moglie io m'infischio dei carrettieri e dei loro sguardi... Ci saranno sempre delle guardie, no?... E poi, francamente, quando si d a un povero, bisogna dare a tutti!... Non si finirebbe mai, amico mio...
E, subito, prendendo un'aria scoraggiata:
Se voi sapeste quanta pena mi fate con le vostre idee!... Non vi manca pi che essere un rivoluzionario!
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Capo 5.
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Una sera di autunno, al tramonto, io passeggiavo in giardino.
Un vento aspro soffiava da ponente: il cielo, carico di nubi color di rame, aveva un aspetto sinistro. C'era una febbre nell'aria. Sulle aiuole abbandonate, non un fiore, se non qualche stelo morto, alcuni crisantemi malinconici venuti su a caso, qua e l, col gambo spezzato, qua e l sdraiati sulla terra nuda. E le foglie, ingiallite, arrossate, secche, si staccavano dagli alberi, cadevano sulle aiuole, cadevano sui viali, spogliando i rami che spiccavano pi neri sul cielo.
Non so perch, quella sera, passeggiassi nel giardino. Dopo la partenza del mio giardiniere e la morte dei miei fiori, io mi ero, per cos dire, chiuso in clausura nel mio studio e evitavo di uscire, non volendo rivedere quegli angoli del mio giardino cos pieni di ricordi, dove una volta tante piccole anime mi facevano festa, dove amavo estasiarmi lo spirito alla presenza sempre rinnovata di quei graziosi amici ora dispersi e morti.
Forse, il rumore d'una discussione nella stanza accanto fra Giovanna e la sua cameriera mi aveva spinto, cacciato innanzi fino a un rifugio di silenzio dove non udissi pi quella voce collerica, quella voce dura, quella voce implacabile, cos detestata dai poveri, dalle povere bestie, dalle povere cose.
Mi sentivo infinitamente triste, pi triste ancora di quel cielo, di quella terra, di cui riassumevo in me e moltiplicavo, in quell'ora angosciante del morire del giorno, l'immensa tristezza e l'immenso scoraggiamento. E pensavo che non un fiore, non uno solo era rimasto nel giardino della mia anima e che tutti i giorni, ad ogni minuto, ad ogni pulsazione delle mie vene, ad ogni battito del mio cuore, si distaccava e cadeva qualche cosa di me, dei miei pensieri, dei miei amori, delle mie speranze, qualche cosa di morto per sempre che giammai sarebbe pi rinato!... Io seguivo ad una ad una tutte quelle piccole cadute, tutte quelle brevi fughe della vita nel nulla e mi sembrava provarne, nel mio essere interiore tutto intero, la commozione fisica, dolorosa, ripercossa, come una misteriosa eco, dalla fibra dell'albero ai nervi della mia carne.
Fu suonato al cancello: siccome non ero lontano, andai ad aprire. E mi trovai in cospetto d'un uomo vecchissimo, che portava sulle spalle un grosso fascio di rose selvatiche.
Lo riconobbi, malgrado l'oscurit che faceva, dell'uomo e del suo fascio, una sola massa d'ombra.
Pap Roubieux! Gridai.
Ah! il signor Paolo! esclam il vecchio. Il signor Paolo, proprio!... Vi porto le vostre rose, come tutti gli anni, signor Paolo! Perbacco! Sono belle, belle, belle!... Le ho scelte per voi, come si conveniva.
Egli aveva oltrepassato il cancello aperto, e deposto in terra il suo fardello. Malgrado il vento ghiacciato, il buon uomo era tutto in sudore: si asciug la fronte col rovescio della manica:
Ci sono delle novit, mi si  detto... Pare che siate ammogliato, signor Paolo! Bene! Bene! E la vostra povera mamma lass ne sar proprio contenta!... Era necessario, vedete, per voi, per la casa, pel paese... Un uomo senza moglie,  come una primavera senza sole...
Intanto che papa Roubieux parlava, io pensavo che non avevo le venti lire ch'ero solito regalargli tutti gli anni quando veniva a portarmi le sue rose. Domandarle a Giovanna, sarebbero state questioni, rimproveri, una scena penosa che non volevo affrontare.
Non ho bisogno di rose quest'anno, papa Roubieux... balbettai tremando.
Ma il buon uomo protest:
Come, quest'anno... l'anno del vostro matrimonio!... Ma non sono cinquanta che ve ne porto: son cento! Cinquanta per voi e cinquanta per la vostra piccola signora!...
Con un tono che mi sforzai di rendere breve e imperativo:
No, quest'anno, vi assicuro...
Pap Roubieux gemette:
Ah! bene!... Ah! Bene... Dopo tre giorni che sono nella foresta per cercare le migliori! Che cosa volete che ne faccia, adesso?... Certo che non potr riportarmele a Loudais... Son troppo vecchio, non ne avrei la forza...
E alzando gli occhi verso le finestre della mia casa, osservai che quelle dell'appartamento di mia moglie erano illuminate.
Essa  in camera mi dissi, non discender prima di desinare.
Questo m'incoraggi.
Venite con me, pap Roubieux.
Lo condussi in cucina dove gli feci servire un resto di carne, un pezzo di formaggio e una bottiglia di vino.
E mentre il vecchio mangiava, io pensavo:
Ecco un povero essere che ha lavorato duramente tutta la sua vita, come una bestia da soma. Non ne pu pi... La sua schiena  curva, le sue gambe son vacillanti, le sue braccia non possono pi stringere i pesanti carichi. In casa sua, non un soldo... Tutto quello che ha guadagnato, nella sua atroce vita di lavoro, gli  appena bastato per nutrirsi malamente, per non andare assolutamente nudo per la strada... Ed ha allevato sei figlioli, i quali alla loro volta tribolano chi sa dove... Io sono ricco e rimando indietro questo povero vecchio che per tre giorni interi si  estenuato per me; lo rimando indietro senza un soldo, con le sue rose che gli rifiuto, e lo rimando per non tirar su me la collera di mia moglie...  proprio vero, dunque, che sono arrivato a questo punto di vigliaccheria?
Il vecchio mangiava sempre. Seduto in faccia a lui, dal lato opposto della tavola, io lo guardavo. Guardavo il suo corpo consunto, deformato dalla miseria, la sua faccia rugosa, dove la pelle indurita come un cuoio disegnava un'ossatura spolpata di scheletro; e gli occhi mi si empivano di lacrime. Su lui piangevo, o su me? Non ebbi il tempo di domandarmelo. La porta della cucina si apr ed entr mia moglie. Oh! quell'occhio duro, quella piega di disprezzo che torceva l'angolo delle sue labbra, quel viso pieno di stupore e di sdegno, li rivedo ancora. Essa pass senza pronunziare una parola. Il vecchio non l'aveva neanche vista, occupato com'era a empirsi il ventre, tutto compreso nella sua estasi di affamato davanti alla carne e al vino.
Lo ricondussi fino al cancello.
E le vostre rose, pap Roubieux?
Il vecchio si sentiva pi vigoroso dopo mangiato. Senza un lamento si ricaric sulle spalle d'ottuagenario il fascio delle rose e gaiamente mi disse:
Arriveremo presto a casa, oggi... Tre leghe di cammino! Ma ora siamo in gamba... All'anno prossimo, signor Paolo!...
Quando rividi Giovanna un'ora dopo, a desinare, ella mi disse semplicemente:
La mia casa non  un rifugio di vagabondi e vi sar obbligata, per l'avvenire, se i vostri amici li riceverete fuori di qui!..
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Capo 6.
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Feci una lunga e pericolosa malattia.
La vita soffocata in me stesso, privata delle sue espansioni necessarie, protest violentemente. I miei organi non poterono resistere a quella mancanza d'aria, di calore, di luce, sopravvenuta nella mia esistenza morale e nelle mie abitudini fisiche dopo il nostro matrimonio. Io restai a letto, in preda alla febbre, per sei settimane, sei lente, interminabili settimane. Giovanna mi cur fedelmente, correttamente, senza emozione, con quella puntualit amministrativa ch'essa aveva nel compimento di qualunque funzione domestica. Ella metteva nel curarmi l'interesse che poneva, ad esempio, nel riparare un mobile prezioso, nient'altro. Non si sarebbe detto che la morte fosse l, vicinissima, che minacciasse una met della sua vita, la mia.
Negli intervalli della febbre, in qualche pausa del delirio, io soffrivo crudelmente di quella insensibilit, per quanto mi rendessi perfettamente conto che Giovanna non si risparmiava nel curarmi. Essa passava le notti al mio capezzale, non volendo delegare alcun altro a quello spossante dovere.
Strana e dolorosa sensazione! Io non gliene avevo nessuna riconoscenza! Quando essa si chinava su me, io volgevo gli occhi altrove, per non vedere quella fisonomia d'impassibile coraggio e quello sguardo di duro dovere. L'inquietudine era a quello sguardo cos assolutamente estranea! E mi sarebbe stato tanto dolce cogliervi invece un'espressione di paura, di turbamento interiore, una traccia di lacrime, qualche cosa di fuggevole e di angoscioso per cui sentissi che il suo cuore batteva, si gonfiava, sanguinava! Financo quando ella mi obbligava con gesti abili e dolci a bere le mie pozioni, rimaneva, suo malgrado, imperiosa e dominatrice. Mai ella ebbe una di quelle carezze con cui si cullano i malati, come i bambini. Le sue preghiere, sotto la dolcezza della voce, conservavano la durezza e quasi l'insolenza di un ordine.
Spesso la sera, mi rammento, svegliandomi dal torpore della febbre, la scorgevo in fondo alla stanza, in faccia al mio letto, seduta fra le due finestre, davanti a un piccolo scrittoio ch'ella aveva fatto portar l. Buttava gi delle cifre sui suoi registri, faceva i conti di cassa, si dava ad operazioni assorbenti e complicate di cassiera. Io non scorgevo che le spalle e la nuca china, quasi nere sulla tappezzeria chiara della stanza: una linea di luce rosea disegnava la pura e bella linea delle sue spalle: l'ammirabile e morbido profilo del busto, possente e delicato come un bulbo di giglio, vaporava alla sommit, nel mistero aureolato della sua chioma. Uscendo dal terrore della febbre, io avrei dovuto provare una deliziosa sicurezza a quella protettrice presenza della mia donna, avrei dovuto gioirne come, dopo una permanenza lunga nelle tenebre, ci si rallegra d'un paesaggio fresco e luminoso. Non solo io non ne gioivo invece, ma quello sfogliamento di carte che accompagnava la sua presenza, gli appunti accumulati e lo stridore della penna, mi davano un'irritazione intollerabile.
Giovanna, gemevo... mia cara Giovanna... ve ne prego... venitemi vicino.
E senza rivolgersi alla mia voce supplicante, con la penna fra i denti, essa rispondeva:
Avete bisogno di qualche cosa?... Volete bere?
No. Non ho bisogno di bere... non ho bisogno di nulla... non ho bisogno che di voi!...
Un momento, amico mio. Ho finito.... E non parlate... procurate di dormire.
Non posso dormire fintanto che non siete vicina a me... Se sapeste come il frusciare delle vostre carte, dei vostri cassetti, dei vostri denari, mi fa male ai nervi!...
Bisogna bene che termini i miei conti... sono indietro di pi d'otto giorni, amico mio!
Giovanna, Giovanna... che cosa fa se siete in ritardo coi vostri conti?...
E sentivo tremarmi in gola il singhiozzo.
Io son venuta qui, mio caro, per non lasciarvi solo... Ma se la mia presenza vi irrita, andr nella mia camera, d'ora innanzi... bisogna pure che li finisca, i miei conti.
Non  la vostra presenza, Giovanna cara...  la presenza di quelle... cifre... di quei conti!...
Allora ella riordinava le sue carte, chiudeva lo scrittoio e veniva a sedersi accanto a me, silenziosa e agghiacciante, il busto rigido, le braccia incrociate, gli occhi lontani, il pensiero pi lontano degli occhi.
Ah! mia cara Giovanna!... singhiozzavo sorridetemi, ve ne prego.. voi non mi sorridete, mai... Mai mi avete sorriso... Un solo sorriso vostro... una parola sola, ma affettuosa, una carezza... e mi sembra che guarirei d'un tratto!
Sempre impassibile, senza la minima scossa, senza il minimo sussulto del cuore, ella mi imponeva il silenzio:
Zitto!... Non bisogna parlare... dovete dormire... Siete un bimbo!...
E mi sembrava, a vederla vicino a me, immobile, senza un alito di calore nella sua maschera d'insensibile divinit, che un cattivo angelo mi guardasse.
Un giorno della mia convalescenza, io riposavo in una grande poltrona, davanti alla finestra aperta della mia stanza. Mia moglie era vicino a me, seduta anche lei. Guardavamo il cielo. L'aria era deliziosa, leggera, d'una fluidit carezzante e calda. Dei buffi di reseda, dei profumi di rose lontane, salivano fino a noi. Credetti che un abbandono scendesse nella carne e nell'anima di mia moglie. Mi sembrava che una insolita luce avesse brillato nei suoi occhi. Le presi le mani.
Giovanna... gridai. Ah! se poteste amarmi!
Ma non vi voglio bene, forse?...
No, no,... non mi amate!..
Non vi amo? Perch dite queste cose? E mi rimproverate? Guardate! Ho appunto finito i conti dell'anno... Ebbene, sapete che cosa ho fatto?
Sperai un'azione eroica.
Che cosa avete fatto, Giovanna cara? domandai ansando.
Ebbene! Ho fatto quindicimila franchi di economia! disse.
E i suoi occhi brillarono come due stelle. Un sorriso angelizz le sue labbra.
E dite che non vi amo?
A quelle parole ritirai bruscamente le mie mani dalle sue: il cuore mi si strinse come all'avvicinarsi di un disgusto nauseoso...
E cos? Che avete?... domand Giovanna.
Questo  tutto che sapete rispondermi?...
Non sapevo dir nulla, infatti. Ero stordito, come dopo una percossa al capo, una caduta, uno svenimento. Giovanna si era alzata e mi guardava severamente. Per la prima volta, provai in me qualche cosa pi del dolore, una frenesia acuta che non poteva essere che odio. E ad un tratto, sciolta la lingua, il cervello sferzato come da ondate di fuoco, gridai:
Quindicimila franchi!... E per questo solo mi avete presa tutta la bellezza della mia vita, avete per questo rubato ai poveri il pezzo di pane e la loro parte di gioia?... Per questo?... Per questo?... Andatevene... Non voglio pi vedervi... Andatevene... io... io...
Voi siete un miserabile! interruppe freddamente mia moglie.
La scossa era stata troppo violenta ed io ero troppo debole per sopportarne il colpo. Nel momento in cui, per uno sforzo insensato, tentai di alzarmi per scacciar mia moglie dalla camera, il cielo, il soffitto, la camera, mia moglie, tutto intorno a me scomparve in una bianchezza tetra di sudario e caddi pesantemente sul pavimento.
...
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Capo 7.
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Quella violenta scena non mi torn di vantaggio. Mia moglie me ne serb un rancore segreto ma tenace, che non poterono cancellare le umiliazioni del mio pentimento. Ella continu a vegliare la mia convalescenza, come aveva vegliata la mia malattia, con la stessa stretta puntualit, un po' pi agghiacciata, questo  tutto. Fu tutto quello che guadagnai da quell'accesso di rivolta che era stato pi forte della mia volont. Per cinque giorni, i cinque giorni che seguirono lo spiacevole e inutile dramma, Giovanna non rispose che con duri e secchi monosillabi alle mie domande, del resto imbarazzate e timide, che le rivolgevo.
Una volta osai implorarla:
Giovanna!.. Giovanna!... gridai. Pensate sempre a quelle brutte cose?
Per niente, vi assicuro...
S, s... voi ci pensate!... Lo sento, lo vedo... Voi non mi parlate pi... Siete cos triste!... Io vi faccio orrore... Giovanna, ascoltatemi... Venite pi vicino a me.. Datemi la vostra mano.
Ella mi allung la mano, la sua mano fredda e umida, una mano di morta...
Io proseguii, coprendo di baci quella mano:
Non bisogna far caso di quelle cattive, di quelle ingiuste, di quelle odiose parole che mi sono sfuggite l'altro giorno, senza ragione... Io non avevo la testa a posto... Era un resto di febbre, di questa febbre maledetta... No, ve lo giuro; io non ho avuto la coscienza di quello che vi ho detto... non so pi che cosa vi ho detto...
Non ne parliamo.. poich non ci penso pi...
Insistei vivamente, stringendo nella mia quella mano non animata da nessun calore.
S... s... voi ci pensate, voi ci pensate pi che mai. Che disgrazia! Voi credete ch'io abbia proprio voluto farvi dispiacere! E perch avrei dovuto farvi dispiacere, cara Giovanna?Perch?...  pazzia! Dispiacere a voi che siete stata cos ammirabile con me... che mi avete curato con tanta devozione... con tanto... tanto eroismo!
Oh! eroismo! sclam con un freddo e ironico sorriso.
S... s... eroismo, mio caro cuoricino. Voi siete stata eroica, voi siete stata...
Cercavo una parola pi grandiosa e, non trovandola, ripetevo, sostituendo con gesti entusiasti quella parola che non mi saliva alla mente:
Eroica... eroica... Voi siete stata eroica... Non c' altra parola!...
Non ero sincero... esageravo a posta gli elogi. C'era, lo sentivo, nel tono della mia voce qualche cosa che suonava falso. Giovanna non si lasci ingannare da quella commedia: lo vidi chiaramente allo sguardo velato di disprezzo ch'essa mi gett alzando le spalle. Allora, a corto d'argomenti che intenerissero, a corto di argomenti apologetici, io non potei che balbettare ancora:
Era un resto di febbre... non avevo la testa con me...
Per qualche momento Giovanna god visibilmente del mio imbarazzo. Poi, con voce tranquilla, disse:
No, amico mio, voi non avevate la febbre... E invece eravate in possesso di tutta intera la vostra ragione. Voi mi avete dimostrato, in un lampo di sincerit, il fondo della vostra natura ingrata e brutale... Avete fatto bene e non ve ne serbo rancore...  meglio saper che pensare del vero pensiero delle persone... per quanto dolore, per quanta delusione possa darci... Preferisco la vostra franchezza a questa lunga ipocrisia di sommissione...
E ad un tratto, ironica, con parole che uscendo dalla sua bocca, sferzavano come frustate:
La bellezza della vostra vita!... Vi ho presa la bellezza della vostra vita?... Povero caro!... Ah! io son davvero una grande sacrilega!... La bellezza della vostra vita! E perch non avermi spiegato che vi era tanta e cos rara bellezza nella vostra vita? Lasciarmi in una simile ignoranza di quella bellezza meravigliosa e sacra, che negligenza, mio caro Paolo!... Ma ora che la conosco, questa bellezza della vostra vita, non temete pi che io ve la prenda un'altra volta!
Oh! Giovanna, non mi schernite... non  generoso... Mi fa troppo male...
Ma io non scherzo, amico mio... Mi accuso, invece... E, senza dubbio, ho preso la bellezza della vita anche al vostro amico Pierre Lucet... Non aver rispettato l'estetica  bene l'estetica, vero? delle sue calzette, che si trascinavano sui mobili, dei suoi pantaloni sfondati, delle sue scarpe infangate, non aver compreso nulla di tutta quella bellezza del suo sudiciume, come me lo rimprovero! Oh! davvero, fui una grande colpevole!
Io avevo il cuore pieno di dispetto, di collera, di dolore, non so pi... Mi sembra, per, che avrei calpestata con piacere mia moglie; s, credo che avrei provato una specie di volutt barbara a saltarle alla gola, a farle rientrare nella bocca tutte quelle mostruose parole con le quali mi pugnalava. Rovesciarla, atterrarla, puntarle i ginocchi sul ventre, batterle la testa contro gli spigoli dei muri, mi ricordo... ci pensai un istante. Riuscii a contenere la spaventosa collera che urlava in me. E, umiliandomi pi ancora, mascherando con un pentimento imbecille tutto il desiderio omicida da cui ero sconvolto, le dissi:
Voi vi vendicate, mia cara Giovanna... Avete ragione... Io ho torto, ve ne domando scusa... Dimenticate quel momento di follia... Giovanna, piccola, mia diletta Giovanna... ditemi che lo dimenticate...
Ma certamente, amico mio...
Ditemi di pi di questo... ditemelo meglio...
E come debbo dunque dirvelo?...
Non una piega sul suo viso aveva trasalito... Compresi che le mie preghiere si spezzavano contro il muro del suo cuore... Rivolsi altrove la testa e rimasi silenzioso.
Allora mia moglie riprese il suo posto davanti al piccolo scrittoio, in fondo alla camera, fra le due finestre. La notte cadeva, triste come la morte. Giovanna accese una lampada. E, per tutta la sera, io intesi lo stropicco della carta e del danaro contato, lo stridere della penna, che segnava dei numeri. Finalmente i miei nervi si rilassarono ed io ruppi in lacrime.
Ai singhiozzi che non riuscivo a soffocare nel guanciale, Giovanna, senza volgere il capo, chiese:
Che cosa avete?... Piangete?
No risposi.
Come vi pare! fece.
E si rimise a scrivere.
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Capo 8.
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Avrei forse subita l'infamia di quella esistenza mostruosamente egoista, di quella criminosa e abbietta esistenza, cos contraria a tutti i miei bisogni di espansione, a tutti i miei desider di unit morale, a tutte le mie idee di socievolezza e di armonia: forse mi sarei rassegnato a quel crollo dei miei sogni e, aiutato dall'abitudine, forse sarei pervenuto a non soffrirne, se avessi trovato nel libero possesso fisico di mia moglie un compenso a quelle continue rinunce e come dire? una specie di ricompensa per tutto quello che vigliaccamente le abbandonavo, per tutto quello che le sacrificavo vergognosamente della mia personalit, della mia coscienza della mia libert individuale che , tuttavia, la sola ragione perch la vita sia piacevole!
Spesso io mi son sottoposto questo quesito e, malgrado il rimorso in cui mi lasciava la constatazione del mio irreparabile decadimento, ogni volta l'ho risolto in senso affermativo. S, credo bene che sarei arrivato all'oblio che viene dalla volutt, come un povero diavolo si versa quel terribile narcotico, quello spaventoso addormentatore della sofferenza che  l'alcool. Io concepivo perfettamente che l'abbrutimento consecutivo ai violenti piaceri che immaginavo, e i pesanti fermenti di quelle ubbriacature di lussuria, la frenesia della quale cresceva in ragione del suo insoddisfacimento, mi avrebbero permesso di attendere il loro quotidiano ritorno nella completa abolizione della mia vita intellettuale.
Quella suprema risorsa, solo legame pel quale potevo essere congiunto a mia moglie, poich questa aveva volontariamente troncato tutti gli altri, mi fu interdetta. Non che Giovanna mi rifiutasse quello che i giuristi chiamano, nel loro linguaggio odioso e comico, "il dovere coniugale" e quello che io chiamo "il dovere umano", delitto specificato del quale avrei potuto prevalermi davanti alla legge. Ma ella non ne divideva mai le ebbrezze, quel che  peggio. Mai, neppure un momento, ebbi la gioia di vedere, di sentire quella carne splendida, cos miracolosamente ornata per l'amore, animarsi sotto le mie carezze, riscaldarsi sotto i miei baci, trasalire all'avvicinarsi del meraviglioso prodigio. Baci, carezze, spasimi, ella li subiva come si subisce la visita di qualche importuno o indifferente vicino di casa. L'atto dell'amore le era insopportabile, non come una sofferenza, ma come una di quelle piccole noie consuete nella vita domestica, che si accolgono con piccole impazienze, con piccoli dispetti, senza rivolte, senza grida di collera e che fanno dire agli occhi rassegnati, alla bocca atteggiata alla smorfia, alla fronte corrugata: "Come  noioso!... Ma giacch non si pu fare a meno..." Di questo, io soffrivo crudelmente, forse pi di tutti i miei sogni svaniti.
Io considero la volutt, non soltanto come uno dei pi imperiosi diritti dell'uomo, ma sopratutto come uno dei suoi pi alti, sacri doveri. La natura ha compreso ammirabilmente che la vita deve trasmettersi in una magnifica esaltazione di tutto l'essere verso l'infinito. Per la volutt sola l'uomo conosce veramente il supremo ideale e assurge, nel minuto indimenticabile, a quello che ci pu esser di misterioso, di formidabile, di divino, nel suo destino e nella sua missione di creatura vivente. In lui risiede il sacro deposito del germe, di cui egli deve un severo conto alla specie.
Tentai di condurre Giovanna alla comprensione della vita sessuale. Le mostrai tutta intera la natura spasimante sotto il divino pungolo del desiderio. Le spiegai l'istinto che spinge il maschio verso la femmina e che li accoppia e li completa, vincitore eterno della morte. Essa non fece che alzar le spalle. Le dissi:
Nel modo stesso che le api e le farfalle rifuggono dai fiori sterili, Iddio  lontano dalle creature che non sono state giubilate nel loro sesso. Esse sono maledette.
Oh! non immischiate Dio in queste porcherie! fece lei.
Allora tentai di esaltare i suoi sensi con la rappresentazione di immagini voluttuose, con letture passionali, cos potenti sullo spirito delle donne. Ricorsi alle carezze pi strane, ai baci pi sapienti. Ella rest di marmo, meravigliata di quelle manovre per le quali manifestava pi disprezzo che disgusto. Non se ne sentiva contaminata nella sua anima, nella sua carne, perch era senza pudore; se ne sentiva come dire? ridicolizzata... Un giorno che, per convincerla, io impiegavo una frenesia quasi oscena, essa scoppi, tutto a un tratto, in un riso nervoso, un riso che dur a lungo e, quando il riso si spense, mi disse:
Ah! povero amico mio!... Se vi foste potuto vedere nello specchio!... Com'eravate buffo!... Com'eravate brutto!...
Ho rinunziato a far vibrare quel corpo inerte del quale nessun calore mai riscalder l'insensibilit di marmo. La vista della sua bellezza mi  odiosa oggi. Mi ripugna e mi fa paura come una mostruosit.
Qualche volta, stupita del riserbo che io mantengo con lei, essa viene ad offrirsi. Ma  senza passione: il piacere non appanna un solo momento del proprio velo umido i suoi occhi calcolatori che sembrano dirmi:
Se faccio questo,  perch tu non vada a cercare altrove un piacere che pagheresti, forse...
Essa preserva la cassa, ecco tutto!
Una volta, perch io la respingevo, essa volle, come una prostituta, trattenermi con carezze anormali che io le avevo insegnate: ed io sopportai il supplizio di subirle inutilmente, per pagarmi la spaventosa gioia, l'immensa e spaventosa gioia di disprezzarla e di odiarla...
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FINE.